Corm Georges

Il petrolio, rovina del mondo arabo [10/10/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

Il Medio Oriente arabo è una delle regioni del mondo più ambite dalla geopolitica mondiale, sin dalla lontana antichità. Infatti, collegando tre dei cinque continenti – Europa, Asia e Africa -, esso si situa geograficamente in uno dei crocevia di maggior rilievo strategico. Di conseguenza, esso ha sempre avuto, nella sua storia, grande importanza militare ed è stato teatro di famose battaglie, da quella dei greci e dei persiani a Maratona, nell’antichità, fino alla battaglia dei Dardanelli, durante la prima guerra mondiale, o alla battaglia di El Alamein, nel deserto egiziano, durante la seconda guerra mondiale.

Ma il Medio Oriente ha anche avuto il poco invidiabile privilegio di veder nascere le tre religioni monoteiste – giudaismo, cristianesimo ed islam – e, di conseguenza, di ospitare luoghi santi, mete di pellegrinaggio ed oggetto di particolare devozione, luoghi di grande valore simbolico ed emotivo. Il potere che detiene e gestisce questi luoghi santi acquista, di fatto, un prestigio e una forza morale di cui può disporre ed abusare a piacimento.

Infine, l’ultima calamità che affligge il Medio Oriente arabo è la presenza del più grande serbatoio mondiale di risorse energetiche, di petrolio e gas, risorse che, nel corso dell’ultimo secolo, sono diventate, con le trasformazioni e i progressi tecnologici, un elemento chiave della potenza e della ricchezza delle nazioni.

Così, quest’area del mondo si presenta, oggi, come una vasta terra in abbandono, aperta alle invasioni, in uno stato di permanente tensione ed esposta a ripetuti conflitti armati. Tuttavia, è difficile stabilire quale delle tre caratteristiche della regione (crocevia strategico, luoghi santi, petrolio) sia maggiormente responsabile dello stato vulcanico in cui versa il Medio Oriente da almeno centocinquant’anni, dalla spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto, nel 1798, e dall’esplosione della rivalità imperialista franco-britannica per il controllo della regione.

Non c’è dubbio, d’altra parte, che la presenza d’abbondanti risorse di petrolio e gas nel Medio Oriente arabo abbia prodotto stravolgimenti e conseguenze negative di gran rilievo nella vita delle società della regione, che di tali risorse siano o non siano dotate.

La prima conseguenza riguarda il sovvertimento degli equilibri socioeconomici e politici tra le stesse società arabe, soprattutto tra i paesi del Mashrek, e all’interno di ciascuna di esse. Infatti, la ricchezza dei regni e dei piccoli emirati della penisola arabica è letteralmente esplosa dai primi anni Settanta, grazie al quadruplicarsi, nel 1973, dei prezzi del petrolio. Nel mondo arabo, il potere economico e culturale, sino a quel momento concentrato nei paesi d’antica civilizzazione urbana – l’Egitto o l’Iraq, la Siria o il Libano -, passa così ai governi degli Stati recentemente costituiti, nella penisola arabica, nel corso del XX secolo (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein). Questi Stati, infatti, acquistano, con la nuova ricchezza, significativi strumenti d’influenza e diventano così, nel mondo arabo, arbitri degli equilibri politici, economici, culturali e sociali – una situazione sino ad allora inconcepibile nelle relazioni interarabe. Le società della penisola, essenzialmente beduine – tranne lo Yemen e l’Oman -, assumono infatti il controllo indiretto delle società urbane d’antica civilizzazione. Qui, le carriere politiche si fondano su legami e rapporti d’affari intrattenuti con i dirigenti dei paesi petroliferi della penisola arabica.

Come si vedrà in seguito, Egiziani, Libanesi, Siriani, Palestinesi costruiscono fortune colossali grazie al legame con i principi delle famiglie del petrolio regnanti. Queste fortune, poi, serviranno loro per formarsi una clientela politica nel loro paese, per comprare favori dai dirigenti locali o per entrare a loro volta nell’arena politica, avvantaggiando i loro alleati delle famiglie regnanti della penisola araba e restandone i devoti commessi. Dal 2001-2002, la nuova impennata dei prezzi dell’energia incentiva più che mai il protrarsi di questo stato di cose.

Inoltre, si assiste – tra gli altri sottoprodotti di questo stravolgimento principale – alla massiccia esportazione d’un islam puritano, proveniente soprattutto dall’Arabia Saudita, che sommerge e sotterra le diverse tendenze del riformismo musulmano del XIX secolo e della prima metà del XX secolo. Malgrado lo spietato colonialismo europeo che, all’epoca, si esercitava sul mondo arabo, questo periodo di riformismo (Nahda) era caratterizzato da un’interazione feconda con le idee della modernità europea e della filosofia dei Lumi. Così, la laicità che si era sviluppata in tutto il Medio Oriente, ma anche i nazionalismi, i liberalismi e i socialismi nelle loro diverse forme spariscono, lasciando il posto ad un conformismo islamico puritano e duro, come il wahhabismo, la dottrina che si diffonde presso i sunniti.

Le ripetute sconfitte militari inflitte dall’esercito israeliano a regimi arabi che si richiamavano al nazionalismo laico facilitano il compito dei nuovi predicatori, che preconizzano un «risveglio» dell’Islam (sahoua islamiyya) come soluzione a tutti i problemi. La questione palestinese perde relativamente importanza di fronte alla difesa dei musulmani dovunque nel mondo, soprattutto nell’Afghanistan sotto occupazione sovietica. I dirigenti di questi paesi, in particolare i principi della famiglia reale saudita o dell’emirato del Qatar (iniziatore dell’emittente Al Jazeera), promuovono lo sviluppo di media panarabi che diffondano il loro punto di vista, ma stampano anche milioni di copie del Corano e di testi religiosi, mentre la cultura araba del periodo della riforma è sommersa dall’ascesa di questa nuova cultura.

Un secondo fenomeno indotto dalla ricchezza petrolifera e non meno deleterio per il divenire della regione è lo sviluppo dell’economia di rendita. Appena entrato nel mondo della modernità produttiva, il Medio Oriente ricade in una nuova forma d’economia di rendita, basata esclusivamente sul commercio di materie prime contro prodotti industriali e su consistenti prelievi sugli introiti delle esportazioni energetiche. E’ significativo, su questo punto, il contrasto con i paesi, ad esempio, del Sud Est asiatico, che, privi di materie prime di base, sono stati costretti, per sopravvivere, ad entrare nel mondo dell’innovazione e della competitività industriale seguendo il modello giapponese, diffusosi a macchia d‘olio con enorme successo.

Il modello saudita o kuwaitiano del consumo di lusso, dei più recenti prodotti della modernità industriale – fabbricati altrove, senza alcuno sforzo locale di sviluppo delle capacità industriali o delle relative conoscenze tecnologiche -, si espande in tutto il mondo arabo. Quest’evoluzione è favorita dal moltiplicarsi degli emigrati di diverse nazionalità arabe, attratti dai paesi della penisola arabica, dai lavoratori non qualificati ai quadri delle banche e dell’alta amministrazione, fino agli imprenditori dei lavori pubblici. Questi emigrati fuggono dalla miseria e della disoccupazione del loro paese, ma, una volta rientrati in patria, vi riproducono le abitudini di consumo e la cultura religiosa puritana acquisite durante il soggiorno nei paesi della penisola arabica.

Per alcuni paesi esportatori di manodopera, ma soprattutto per i paesi esportatori di cervelli o di tecnici qualificati, questo comporta la scomparsa di ampie sezioni delle elite locali e della classe media, determinando un’importante perdita economica e facilitando il perpetuarsi di forme di potere autoritarie ed autocratiche.

Infine, un terzo fenomeno, non meno perverso, è il consolidarsi di regimi autoritari e dittatoriali. Il controllo della rendita petrolifera diventa, infatti, oggetto di feroci lotte per il potere. Persino nei paesi in cui il petrolio non domina l’economia, come l’Egitto o la Siria, il suo controllo è vitale per assicurare la sopravvivenza di un regime politico o per insediare un’elite di governo devota alla famiglia regnante, discendente da una casta militare (Egitto, Siria, Iraq, Algeria) o da un capo tribù beduino, come nei paesi della penisola arabica. In ogni caso, l’esperienza storica mostra che i sistemi democratici e le relative culture politiche si sono sviluppati contro l’economia di rendita e il feudalesimo. E’ per questo che, finché saranno predominanti la rendita petrolifera ed altre fonti di rendita, ci saranno poche possibilità di vedere i regimi politici arabi liberalizzarsi in profondità.

E’ deprimente, inoltre, constatare che i paesi arabi dotati di risorse petrolifere, ad eccezione dei paesi della penisola arabica scarsamente popolati, si ritrovano, oggi, poveri come all’inizio degli anni Settanta, se non più poveri, come nel caso dell’Algeria, della Libia, dell’Iraq, ma anche dell’Egitto, del Sudan, dello Yemen e della Siria, paesi dotati di risorse energetiche in quantità modeste. Gli altri grandi esportatori di petrolio della penisola arabica si sono riuniti in un circolo di «ricchi», il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), che prospera all’ombra della presenza militare americana, delle divisioni e dei conflitti interarabi, moltiplicatisi da quando il petrolio si è impadronito dell’economia della regione.

Il petrolio ha di certo contribuito alla sofferenza araba e, verosimilmente, iraniana, ma è la combinazione delle tre caratteristiche storiche della regione, prima brevemente descritte, che ha impedito alle società arabe di progredire verso la pacificazione e la normalizzazione nel loro ambiente diretto, occidentale o orientale.