Gugliotta Agata

Il Delta del Niger: petrolio, gas e lotte sociali [10/10/2007]

La Nigeria, o meglio la regione del Delta del Niger, nota ai più per le continue tensioni tra multinazionali e guerriglieri locali, è una delle aree del mondo più ricche di idrocarburi, con riserve provate di petrolio pari a 36 miliardi di barili e riserve di gas che si aggirano attorno a 185-187 trilioni di piedi cubici. Primo produttore di petrolio del continente, membro dell'OPEC, oscilla fra la sesta e l’ottava posizione come esportatore mondiale ed è il quinto fornitore di greggio degli Stati Uniti, mentre i primi risultati ottenuti dal neonato settore del gas liquefatto preludono ad un futuro da protagonista sul mercato, al pari di Qatar, Indonesia e Russia.

 

Lo sviluppo del petrolio nella regione del Delta del Niger [1] per l’accresciuta domanda registrata negli ultimi anni da parte dei colossi asiatici, che, assetati di risorse energetiche, concludono contratti d’acquisto miliardari. In particolare, la Cina offre in cambio di petrolio pacchetti di investimenti ad ampio raggio, inclusivi di manodopera ed armi, costruzione d’infrastrutture e servizi, di cui il paese più popoloso dell’Africa e uno dei più poveri al mondo necessita in maniera stringente.

Diversa, invece, l’evoluzione del settore gassifero, il cui sviluppo effettivo risale alla fine degli anni Novanta, quando multinazionali e governo hanno preso coscienza della profittabilità di questa risorsa e hanno investito nel settore, il cui non sviluppo costava al paese 2,5 miliardi di dollari di mancata monetizzazione. Per cinquant’anni è stato permesso indiscriminatamente che i campi contenenti gas associato, rinvenuto al momento dell’estrazione del greggio, venissero fatti bruciare, con un evidente spreco dal punto di vista economico e con ben più gravi conseguenze dal punto di vista ambientale. Oggi, nonostante il settore non sia entrato pienamente a regime e si continui a bruciare il 40% del gas scoperto [2], di cui solo 325 Bcf vengono consumati dal mercato interno, il resto destinato alla liquefazione e quindi all’esportazione sui mercati internazionali. Ad incoraggiarne lo sviluppo hanno contributo sicuramente la sempre più crescente domanda di gas a livello mondiale, la mole di investimenti effettuati da governo e compagnie petrolifere e l’avvio di mega progetti come il Bonny Island e il West African Gas Pipeline[[Il Bonny Island è il più grande impianto di liquefazione del gas progettato nell’Africa Subsahariana, finanziato da capitale pubblico - quello della Noc interna, la Nigerian National Petroleum Corporation (NNPC), che vi ha partecipato per 49% - e capitale privato, erogato da Shell 25,6%, Elf 15%, e Agip 10,4%. Il costo effettivo di tutto il progetto, comprese le infrastrutture, l’acquisto delle terre, il disboscamento e il riempimento del sito, ammonta a più di 7 miliardi di dollari, ma non è ancora completato del tutto. Ad oggi riesce a produrre 7,15 miliardi di piedi cubici, cifre destinate ad aumentare non appena tutti i train - le unità di produzione - saranno completati ed entreranno in funzione. Cfr. A.T. Ojo, Energy planning and investment for increased earnings: the case of Nigeria’s oil and gas resources, in “Energy Policy”, vol. 12, n° 1, marzo 1984.
Il West African Gas Pipeline, invece, prevede la costruzione di 678 km di pipelines per il trasporto di 120- 140 Mmcf di gas dal Delta del Niger fino al Ghana, passando per Benin e Togo. Il costo totale del progetto si dovrebbe aggirare intorno a 617 milioni di dollari, finanziati in parte dalla Banca Mondiale e in parte da Chevron Texaco, che detiene una quota del 36,7%, dalla NNPC per il 25%, dalla Shell Petroleum Development Company of Nigeria Limited per il 18%, dal Volta River Autorithy of Ghana per il 16, 3%, dalla Société Beninoise de Gaz S.A. per il 2% e dalla Société Togolaise de Gaz S.A. per il 2%. Il gas dalla Nigeria dovrebbe raggiungere i paesi vicini ed essere utilizzato inizialmente per la generazione di energia elettrica, attualmente carente, e in seguito per gli altri usi industriali e commerciali.]], che, per le cifre destinate e il carattere ambizioso degli obiettivi, non hanno precedenti nella storia dell’Africa Subsahariana[[La localizzazione dell’industria del gas e del petrolio:

    • CAMPI PIU’ IMPORTANTI: Bonga (Shell con una produzione di 225,000 bbl/d), Cawthron Channel, EA, Edop, Ekkulama, Escravos Beach, Forcados Yorki, Jones Creek, Meren, Nembe, Okan, Oso, Ubit;
    • TERMINALI MAGGIORI: Bonny Island (Shell), Brass River(Agip),Escravos(Chevron), Forcados (Shell), Odudu, Pennington (Chevron), Qua (Kwa) Iboe (ExxonMobil);
    • MAGGIORI RAFFINERIE: Port Harcourt-Rivers State (60,000), Kaduna (110,000), Warri (118,750), Port Harcourt-Alesa Eleme (150,000).]].

Tuttavia, possedere risorse energetiche a volte diventa sinonimo di povertà e disperazione, e ben lo sanno le popolazioni degli Stati produttori, che hanno visto peggiorare le loro condizioni economiche, ai limiti della sussistenza, costrette a vivere in uno dei posti più inquinati del mondo e politicamente instabile, a dispetto degli ingenti guadagni più che proporzionali dell’élite politica e delle multinazionali. L’economia nigeriana, ancora flagellata da un ingente debito pubblico, paga il prezzo di essere stata per anni dipendente solo ed esclusivamente dal petrolio: il 90% degli introiti derivano dalle infime royalities che le multinazionali, vere attrici del settore, versavano alla Federazione nigeriana, che - agendo indisturbata e in modo corrotto come mera esattrice delle tasse - poco si è curata degli altri comparti economici, lasciati alla deriva, e si è impegnata più a foraggiare se stessa che ad investire per il bene collettivo.

Secondo le ultime stime, il reddito pro-capite delle popolazioni del Delta è al di sotto dei già risicatissimi 260 dollari annui di media nazionale e, nel Delta, il livello di povertà eccede del 70% l’indice di povertà nazionale; livello aggravato, inoltre, dall’alto costo della vita [3] ha flagellato le pratiche legate alla pesca e all’agricoltura, che garantivano un minimo di sostentamento alle comunità, e ha causato l’insorgere di malattie legate all’apparato respiratorio.

È questo il contesto in cui da molti anni si esercita la protesta delle popolazioni locali, un conflitto che rappresenta in molti modi il microcosmo di una crisi più ampia: la crisi ha caratterizzato la Nigeria già a partire dagli anni dei regimi militari e affonda le proprie radici nella profondità della frustrazione sociale e della rabbia diretta contro l’élite politica, che ha svenduto le terre delle popolazioni locali e la loro eredità, e contro le multinazionali, che, in tanti anni di sfruttamento, non hanno mai concretizzato una politica di sviluppo.

Il conflitto però non ha avuto sempre le stesse dimensioni e, anche se l’insoddisfazione è stata palesata dalle comunità locali sin dall’inizio delle prime prospezioni petrolifere, ha ricevuto un’eco maggiore solo durante gli anni 90, quando Ken Saro Wiwa, a capo della piccola comunità degli Ogoni, ha costituito il MOSOP [4].

Oggi assistiamo alla degenerazione di una crisi ai limiti dell’anarchia, dove la lotta per l’emancipazione del Delta del Niger si confonde con atti di sabotaggio e con rapimenti di tecnici stranieri, dove la battaglia politica serve da facciata per nascondere i lauti traffici criminali di petrolio trafugato nei siti di produzione e rivenduto sul mercato nero. Ad imbracciare le armi sono i giovani frustrati dalla povertà e dalla miseria, assoldati dalle milizie locali – come il MEND, Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger –, ma anche bambini e donne, che costituiscono un importante sostegno logistico durante la guerriglia contro l’esercito. Le cause della loro protesta sono varie e risiedono tanto nella situazione economica di estrema povertà che li attanaglia, costretti a vivere con meno di un dollaro al giorno, quanto nelle conseguenze nefaste che l’industria del petrolio ha avuto sull’assetto sociale e politico dell’area del Delta. Nella fase redistribuitiva dei proventi petroliferi, le popolazioni sono state escluse, nessun miglioramento è stato apportato ai loro stili di vita, che invece hanno subito un continuo peggioramento: aria e acque inquinate dai continui oil spills degli impianti petroliferi; distruzione ed esproprio forzato delle terre, senza nessuna o adeguata compensazione; violenze e stupri nei confronti di donne e bambini, e soprattutto plateale allontanamento dello Stato Federale, sordo di fronte alle richieste delle popolazioni del Delta e incurante dei loro più elementari bisogni.

A poco è valso il cambio di governo dell’aprile di quest’anno, che ha portato al potere Umaru Yar'Adua, delfino del presidente uscente Obasanjo: i rapimenti ad opera del MEND o degli altri gruppi di milizie armate, come l’NDPVF di Asari o l’NDV di Ateke Tom [5], segno di un’estremizzazione della protesta e di un’opposizione latente anche nei confronti del nuovo governo, ritenuto illegittimo, perpetuatore di una politica di asservimento al capitale straniero e distante dalle richieste della popolazione del Delta. Ciò che essi chiedono in cambio di una cessazione della protesta è il pagamento di risarcimenti da parte delle compagnie straniere e del governo nigeriano, la fine del saccheggio a danno delle popolazioni locali e un principio di derivazione innalzato al 25-50%, i cui proventi devono andare in un fondo controllato dalle comunità piuttosto che dallo Stato e dai governi locali corrotti. Richieste mai pienamente soddisfatte.

Chi sperava che il settore del gas, una volta completamente attivo, potesse calmierare la situazione del Delta, con maggiori posti di lavori e maggiori introiti da distribuire alle comunità, rischia di vedere disattese le proprie aspettative, perché se, da un lato, i guerriglieri locali, irrobustiti dai profitti del contrabbando, prendono sempre più coscienza della loro forza, dall’altro le multinazionali occidentali e il governo subiscono perdite pari al 20% della loro produzione, con una perdita economica di 16 miliardi di dollari [6], e sono costrette a lasciare il paese, a tutto vantaggio del capitale asiatico, o ad adottare una politica del kill and go, che all’attuale stadio di violenza nel Delta contribuisce solo ad esacerbare una situazione molto vicina ad una guerra civile.

 

Bibliografia

  • Anugwom, E.E.Oil Minorities and the Politics of Resource Control in Nigeria, in “Africa Development”, vol. 30, n°4, 2005.
  • Country Analysis Brief - Nigeria sul sito Energy Information Administration.
  • Ojo, A.T., Energy planning and investment for increased earnings: the case of Nigeria’s oil and gas resources, in “Energy Policy”, vol. 12, n° 1, marzo 1984.
  • Omeje, K., High Stakes and Stakesholders: Oil Conflict and Security in Nigeria, 2006.
  • Onah, O., A review of the Nigerian petroleum industry and the associated environmental problems, in “The Environmentalist”, 2001, pag. 5.
  • Watts, M., Resource Course? Governmentality, oil and power in the Niger Delta, Nigeria, in “The Geopolitics of Resource wars”, 20 gennaio 2001, pag. 58.
  • Worldwide look at reserves and production, in “Oil and Gas Journal”, vol. 103 n. 47, 19 dicembre 2005.

Note

1. La regione del Delta del Niger si estende per circa 70.000 kmq ed è composta da nove Stati, in cui sono concentrate le risorse idrocarburiche: Abia, Akwa-Ibom, Bayelsa, Cdorr River, Delta, Edo, Imo, Ondo e Rivers. Cfr. M. Watts, Resource Course? Governmentality oil and power in the Niger Delta, Nigeria, in “The Geopolitics of Resource wars”, 20 gennaio 2001, pag. 58.]] risale agli inizi del 1900, anche se il settore avrebbe cominciato a funzionare a pieno regime dopo la seconda guerra mondiale, quando, accanto all’allora potenza coloniale, la Gran Bretagna, hanno fatto il loro ingresso anche i capitali di altre multinazionali straniere, i cui profitti sarebbero cresciuti, negli anni, in modo esponenziale, grazie anche alla connivenza dei regimi militari succedutisi al governo del paese. Per le sue ottime caratteristiche fisiche - poca presenza di zolfo (0,05-0,2%) e facilità di raffinazione -, il petrolio nigeriano ha conquistato facilmente i mercati occidentali: vengono estratti quotidianamente 2,5 - 3 milioni di barili, per 2/3 onshore e per 1/3 offshore (nel Golfo di Guinea, nella Baia del Benin e Baia del Bonny)[[Cfr. Country Analysis Brief - Nigeria sul sito Energy Information Administration.]], e si prevede un aumento a 3,7 milioni[[Cfr. R. O. Onah, A review of the Nigerian petroleum industry and the associated environmental problems, in “The Environmentalist”, 2001, pag. 5.

2. Cfr. K. Omeje, High Stakes and Stakesholders: Oil Conflict and Security in Nigeria, 2006.]], vengono prodotti oltre 770 miliardi di piedi cubici all’anno[[Cfr. Country Analysis Brief - Nigeria sul sito Energy Information Administration.

3. Cfr. E. E. Anugwom, Oil Minorities and the Politics of Resource Control in Nigeria, in “Africa Development”, vol. 30, n°4, 2005.]]. Più di due milioni di giovani sono disoccupati e il 40% della popolazione è analfabeta, con una scarsa possibilità di migliorare il proprio futuro. Le infrastrutture urbane e rurali - acqua potabile, elettricità, strade, strutture mediche - sono estremamente scarse e inefficienti. L’impiego della manodopera locale nell’industria petrolifera e del gas è molto limitato e l’inquinamento provocato dalle attività estrattive e dal gas flaring[[Il gas flaring è il fenomeno che si genera allorquando il gas associato con il petrolio viene bruciato e rilasciato nell’atmosfera al momento dell’estrazione del greggio. Alla temperatura di 1300-1400 gradi centigradi, il gas brucia ogni cosa, causando un pesante inquinamento dell’aria e il rilascio di sostanze come CO2, VOC, CO, NOX che contribuiscono, in negativo, al cambiamento climatico.

4. Il MOSOP è il Movement for the Survival of Ogoni People, guidato dal poeta e scrittore Ken Saro Wiwa, impiccato insieme ai suoi compagni nel 1995, sotto la dittatura del generale Abacha, per le sue attività di denuncia.]] e messo in atto una battaglia organizzata contro la Shell, per una maggiore responsabilità in materia di inquinamento, e contro lo Stato, per un’applicazione più equa del principio di derivazione[[Il principio di derivazione all’interno di una Federazione prevede che ogni Stato riceva dal centro in proporzione a ciò che versa. In Nigeria la quota destinata al principio di derivazione sarebbe diminuita progressivamente dal 45% nel 1970 al 20% nel 1975, al 2% nel 1982, al 1,5% nel 1984 e al 3% nel 1992, per ritornare al 13% sotto il precedente governo di Obasanjo.

5. NDPVF è l’acronimo di Niger Delta People’s Volunteer Force, sicuramente il più radicato nella regione e il meglio armato, emerso negli ultimi anni del 1990 nel tentativo di ottenere il controllo delle vaste risorse petrolifere della regione con la partecipazione di personalità politiche e non degli Ijaw. Dal 2004 alla guida del gruppo c’è Asari, un ex presidente dello Ijaw Youth Council che ha deciso di passare dalla lotta politica a quella armata. NDV invece è il Nigerian Delta Vigilante di Ateke Tom, un gruppo rivale a quello precedente che, dal 2003, gli contende il controllo sulle risorse della città di Warri.]], non solo sono aumentati di numero, ma hanno più spesso visto coinvolti, accanto a tecnici stranieri, anche bambini occidentali o parenti di esponenti politici[[Di questi ultimi mesi sono le notizie del rapimento di un bambino di 11 anni, di una bambina britannica di tre e di un bambino di tre.

6. La Shell per esempio ha subito delle perdite pari a 477,000 bbl/d, seguita dalla Chevron (70,000 bbl/d) e dall’ Agip (40,000 bbl/d).

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