Pallotti Arrigo

La corsa al petrolio in Africa [10/10/2007]

Troppo frettolosamente etichettata come la cenerentola della globalizzazione, l’Africa subsahariana continua ad attirare l’attenzione internazionale non solo per i conflitti armati, l’estesa povertà e le epidemie letali, ma anche per la determinazione con cui, in questi ultimi anni, Cina e Stati Uniti (insieme a medie potenze come Brasile ed India) hanno cercato di assicurasi l’accesso alle risorse energetiche africane, prima fra tutte il petrolio.

 

Alcuni dati

In un clima internazionale di grave preoccupazione per la fatica con cui la produzione petrolifera tiene il passo di una domanda in continua crescita, alcuni esperti sostengono che il petrolio africano costituirà una delle chiavi di volta della questione energetica dei prossimi decenni. Tuttavia, le cifre a disposizione sulla produzione e le riserve mondiali sembrerebbero suggerire una certa cautela nel valutare il ruolo del petrolio africano nel mercato internazionale. Con circa 9,9 milioni di barili al giorno, nel 2006 la produzione africana ha rappresentato “solo” il 12,1% di quella mondiale (per fare un raffronto, il Medio Oriente si è attestato intorno ai 25,5 milioni di barili al giorno) [1].

Ma allora, come spiegare un interesse internazionale per le risorse energetiche africane così intenso da spingere alcuni studiosi a parlare di un nuovo “scramble for Africa” [2], paragonando l’attuale momento storico al processo di spartizione coloniale che ebbe luogo alla fine del XIX secolo? I motivi sono essenzialmente tre: i tassi d’incremento della produzione africana, la geografia del petrolio nel continente e la sempre maggiore dipendenza di USA e Cina dalle forniture africane.

In primo luogo, grazie alla scoperta di nuovi giacimenti e all’intensificazione dello sfruttamento di quelli già esistenti, l’Africa è la regione del pianeta dove, negli ultimi anni, la produzione petrolifera è aumentata ai ritmi più sostenuti. La "BP Statistical Review of World Energy", pubblicata annualmente dal colosso energetico British Petroleum, mostra che, tra il 2005 e il 2006, è stata l’Africa a registrare il più alto tasso di crescita nella produzione di petrolio (1,4%) tra tutti i continenti. Il fatto che si tratti anche della regione con il più basso consumo di prodotti petroliferi (3,4% dei consumi mondiali) infiamma ulteriormente le attese degli esperti in merito al contributo che l’Africa fornirà, in futuro, per soddisfare la domanda di petrolio [3].

In secondo luogo, la produzione petrolifera africana è geograficamente concentrata sulla costa mediterranea (in particolare in Algeria e Libia) e nel Golfo di Guinea. In quest’ultima regione, accanto ad esportatori tradizionali come Nigeria (il maggiore produttore africano), Camerun, Gabon (due paesi in cui la produzione è in via di contrazione) e Angola, nell’ultimo decennio sono letteralmente esplose le esportazioni petrolifere della Guinea Equatoriale (da 17 mila barili al giorno nel 1996 a 358 mila barili nel 2006) e si attende che abbia inizio la produzione di São Tomé e Principe. Ed è proprio verso il Golfo di Guinea che sono ora puntati gli occhi dei mercati, perché il petrolio estratto in questa regione è considerato di ottima qualità [4]. Questa circostanza contribuisce ad abbassare i costi di trasporto del petrolio verso gli Stati Uniti e, soprattutto, ad isolare gli impianti petroliferi dagli avvenimenti politici della terraferma, facilitando la gestione della loro sicurezza militare.

La militarizzazione della politica USA in Africa

In terzo luogo, bisogna osservare che le cifre complessive sulla produzione nascondono la rilevanza che le forniture petrolifere africane hanno assunto per paesi come Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti, attualmente, soddisfano il 14% del loro fabbisogno di petrolio con importazioni dall’Africa, una percentuale che, secondo alcune proiezioni, salirà fino al 25% entro il 2015 [5].

Complice anche la guerra al terrorismo internazionale, a partire dal 2002 la cooperazione militare statunitense con i paesi africani ha acquistato una nuova rilevanza strategica. Gli Stati Uniti non solo forniscono armi e finanziano una serie di programmi per rafforzare gli apparati di sicurezza dei paesi africani, ma hanno anche stabilito una base militare a Gibuti e, nel febbraio del 2007, hanno deciso di unificare la propria politica di sicurezza in Africa tramite la creazione del nuovo comando militare “Africom” [6].

La militarizzazione della presenza statunitense nel continente ha attirato aspre critiche, in particolare per il rischio che, nella mani di regimi autoritari, i più efficaci apparati di sicurezza vengano usati per soffocare i movimenti d’opposizione e le istanze democratiche presenti all’interno dei paesi africani.

Il ruolo della Cina

Come nel caso degli USA, durante l’ultimo decennio è cresciuta la dipendenza della Cina dal petrolio africano. Nel 2006, la Cina ha importato 46 milioni di tonnellate di petrolio dai paesi africani [7].

Il crescente attivismo economico cinese in Africa, che non si limita alla ricerca di fonti sicure d’approvvigionamento energetico, ma che riguarda anche l’allargamento dei mercati d’esportazione ed ingenti investimenti in infrastrutture [8].

Le attività economiche cinesi in Africa hanno suscitato aspre critiche da parte non solo degli attivisti dei diritti umani, ma anche di alcuni governi occidentali, che hanno accusato la Cina di sostenere regimi dittatoriali e di aiutare i governi africani a rimandare l’attuazione delle necessarie (e dolorose) riforme economiche. Due casi su tutti si sono imposti all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Il primo è quello del Sudan, un paese in cui la China National Petroleum Corporation cominciò ad investire alla metà degli anni ’90, sfruttando il gelo diplomatico tra Khartum e gli USA [9], e che Pechino ha difeso costantemente all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, impedendo l’adozione di misure coercitive per porre fine al genocidio in atto nella regione del Darfur. Il secondo è quello dell’Angola, al cui governo la Cina ha erogato, nel 2004, un prestito di due miliardi di dollari (in cambio dell’accesso ad alcune aree petrolifere), che ha consentito a Luanda di evitare di sottoscrivere un programma di aggiustamento strutturale con il Fondo Monetario Internazionale.

Conclusioni

Le critiche rivolte da alcuni studiosi e da certi settori dell’opinione pubblica internazionale ai governi statunitense e cinese, che sacrificherebbero i diritti umani e il sostegno alla democrazia sull’altare degli interessi energetici (e, nel caso degli USA, della lotta al terrorismo), sono pienamente condivisibili. Tuttavia, non ci si può fermare ad esse. Il crescente interesse internazionale per le materie prime africane porta, infatti, in primo piano due questioni spinose, che riguardano il futuro del continente e sulle quali è necessario soffermarsi.

La prima questione riguarda l’integrazione dei paesi africani nei processi di globalizzazione. Dopo lunghi anni di contrazione degli indicatori economici, era invitabile che l’aumento dei prezzi delle materie prime e la ripresa degli investimenti stranieri fossero accolti favorevolmente dai governi africani [10]. Questi vedono, infatti, non solo aumentato il gettito fiscale a loro disposizione, ma anche rafforzato il loro potere negoziale sul piano internazionale. Il risultato finale di questo boom rischia, però, di essere una maggior dipendenza dei paesi africani dall’andamento dei mercati mondiali delle materie prime, con tutti i rischi e le incognite che essa comporta. Per non ripetere errori già commessi in passato, diventa urgente affrontare il problema di elaborare – ed attuare –politiche economiche alternative rispetto ai programmi liberisti di aggiustamento strutturale fino ad ora attuati e che, a differenza di questi ultimi, siano in grado di promuovere la diversificazione delle produzioni africane. Esiste la volontà politica per farlo?

Direttamente legata alla prima è la seconda questione, che riguarda il rapporto tra democrazia e sfruttamento delle risorse naturali in Africa. Si tratta di un problema storico per il continente, dovuto tanto alle strategie di sopravvivenza politica dei regimi al potere, quanto agli interessi economici dei paesi industrializzati del passato e dei paesi emergenti di oggi [11]. Le cause del fallimento dei programmi liberali di riforma sono da cercare nel fatto che la conciliazione tra democrazia e crescita economica (inclusa la gestione degli introiti petroliferi) non può essere delegata ai meccanismi di mercato o a misure-tampone di riduzione della povertà, ma richiede un’attiva rivalutazione dei diritti sociali. Ancora una volta, chiarito il problema, esiste la volontà politica di affrontarlo?

Bibliografia

Sitografia


Note

1. British Petroleum (BP), “BP Statistical Review of World Energy”, giugno 2007, p. 8.]]. Inoltre, le riserve di cui è stata “provata” l’esistenza in Africa ammontano a circa 117 miliardi di barili, una cifra che costituisce “solo” il 9,7% delle riserve mondiali[[Ibidem, p. 6.

2. M. Lee, The 21st Century Scramble for Africa, in “Journal of Contemporary African Studies”, n. 3, vol. 24, 2006.

3. British Petroleum (BP), “BP Statistical Review of World Energy”, cit., p. 8.

4. Il motivo è da cercare nel basso contenuto di solfuri. Cfr. J.G. Frynas, M. Paulo, A New Scramble for African Oil? Historical, Political, and Business Perspectives, in “African Affairs”, n. 423, vol. 106, 2007, p. 242.]] e, soprattutto, perché parte consistente dell’attuale produzione (ad esempio quella angolana, ad eccezione dell’enclave di Cabinda) e la grande maggioranza dei nuovi giacimenti scoperti sono localizzate in mare[[I. Gary, T. Karl, Bottom of the Barrel. Africa’s Oil Boom and the Poor, Baltimore, Catholic Relief Services, giugno 2003, p. 13.

5. Ibidem, p. 14. I dati disaggregati sulle importazioni statunitensi di petrolio sono reperibili sul sito Energy Information Administration.]]. Non può, quindi, stupire che, sulla scia del Cheney Report[[Rapporto che prende il nome dal vicepresidente degli USA Dick Cheney, noto anche come National Energy Policy (NEP), pubblicato il 17 maggio 2001, che ridefinisce la politica energetica statunitense sotto l'amministrazione di George W. Bush.]] e dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, diversi esponenti dell’amministrazione americana abbiano definito l’accesso al petrolio africano una questione di sicurezza nazionale[[M. Klare, D. Volman, The African “Oil Rush” and US National Security, in “Third World Quarterly”, n. 4, vol. 27, 2006, p. 616.

6. Per alcune informazioni ufficiali su Africom, si può consultare il sito United States Africa Command.

7. British Petroleum (BP), “BP Statistical Review of World Energy”, cit., p. 20.]]. Nello stesso anno, l’Angola è divenuta il principale fornitore estero di petrolio della Cina, superando l’Arabia Saudita[[IRIN, China entrenches position in booming economy, 17 aprile 2006.]], mentre dal Sudan provengono attualmente il 6% delle importazioni cinesi di petrolio. Grazie al sostegno attivo del governo cinese, le imprese di idrocarburi cinesi di proprietà statale hanno potuto acquistare diritti di prospezione e sfruttamento di petrolio (e gas) in numerosi paesi africani, tra cui Angola, Nigeria, Sudan, Gabon, Congo Brazzaville, Guinea Equatoriale, Mauritania, Niger, Kenya, Algeria, Libia e, da ultimo, Somalia[[B. Jopson, China wins permit to look for oil in Somalia, in “Financial Times”, 14 luglio 2007.

8. Sulle attività economiche cinesi in Africa si veda P. Carmody, F. Owusu, Competing Hegemons? Chinese versus American Geo-economic Strategies in Africa, in “Political Geography”, n. 5, vol. 26, 2007, pp. 506-507.]], può fare leva su tre fattori politici. Innanzitutto, durante gli anni ’70 e ’80, il governo della Repubblica Popolare Cinese sostenne politicamente, finanziariamente e militarmente le lotte dei movimenti di liberazione in Africa australe, tessendo una serie di relazioni con i leader africani che, oggi, si rivelano quanto mai importanti nel favorire il dialogo politico tra la Cina e i paesi africani (emblematico è il caso dei rapporti tra Pechino e il governo di Robert Mugabe in Zimbabwe). Proprio su questo dialogo la leadership cinese ha investito fortemente in questi ultimi anni, non solo attraverso le frequenti visite dei massimi vertici politici del paese nel continente (il presidente Hu Jintao si è recato in Africa sia nel 2006 sia nel 2007)[[Chinse FM underlines fruitful results of President Hu's Arab-African visit, in “People’s Daily Online”, 30 aprile 2006; BBC, China’s leader begins Africa tour, 31 gennaio 2007.]], ma anche con l’istituzionalizzazione, nel 2000, del China-Africa Cooperation Forum[[Il Forum ha un sito in cui vengono raccolte informazioni e documenti ufficiali.]]. Infine, come in passato, la Cina fornisce tuttora consistenti aiuti economici ai governi africani, a tassi d’interesse particolarmente vantaggiosi. Particolare non trascurabile, l’esborso degli aiuti cinesi non è vincolato al rispetto dei diritti umani o all’attuazione di politiche di liberalizzazione dell’economia. Durante il China-Africa Cooperation Forum del novembre del 2006, il governo cinese ha annunciato di avere messo a disposizione dei paesi africani 5 miliardi di dollari in prestiti[[BBC, Summit shows China’s Africa clout, 6 novembre 2006.

9. Sulle relazioni tra Cina e Sudan si veda L.A. Patey, State Rules: Oil Companies and Armed Conflict in Sudan, in “Third World Quarterly”, n. 5, vol. 28, 2007.

10. Dopo il 2005 (31 miliardi di dollari), anche il 2006 (38,8 miliardi di dollari) ha fatto segnare un nuovo record nel flusso di investimenti stranieri diretti in Africa. Tuttavia, la grande maggioranza di questi investimenti si concentrano nell’estrazione petrolifera e mineraria. Cfr. UNCTAD, World Investment Report 2006, Geneva, 2006, pp. 40-50; “Africa Research Bulletin” (Economic Series), n. 6, vol. 44, 16 giugno-15 luglio 2007, pp. 17431-17433.

11. Anche il recente tentativo della Banca Mondiale di assicurare un regime di trasparenza nella gestione delle entrate derivanti dallo sfruttamento del petrolio in Ciad sono naufragate contro la determinazione di Idris Deby di consolidare militarmente il proprio regime. Sulle difficoltà nelle relazioni tra Ciad e Banca Mondiale, si può consultare il relativo rapporto sul sito della Banca Mondiale.]]. La soluzione a questo problema passa attraverso un complesso processo di riforma dello Stato. Le ricette politiche ed economiche liberali tentate a partire dagli anni ’90 hanno promosso una concentrazione delle risorse nelle mani di una ristretta élite politico-economica all’interno dei paesi africani, finendo per indebolire il sostegno popolare alle istituzioni democratiche[[Questo tema è ampiamente analizzato nel dossier Trasformazioni democratiche in Africa, contenuto in “Afriche e Orienti”, n. 3/4, vol. 8, 2006.

Sullo stesso argomento