Putaturo Andrea

Il Caspio: lo sviluppo petrolifero degli anni Novanta [11/10/2007]

L'interesse delle società petrolifere occidentali per le risorse energetiche del Mar Caspio esplode nel 1993, a due anni dal crollo dell'Unione Sovietica e dopo che la Russia, su cui in principio si era focalizzata l'attenzione internazionale, si era rivelata difficile da penetrare economicamente. Era dai tempi del Mare del Nord - anni '70 - che un'area fornita di riserve cospicue non si apriva agli investimenti stranieri.

Le majors avevano la necessità di avviare nuovi programmi di estrazione e sviluppo per non rischiare di trovarsi, nell'arco di alcuni anni, con produzioni in declino, considerando che le zone potenzialmente più promettenti (Arabia Saudita, Iran, Iraq, Libia) erano in gran parte off-limits per questioni politiche. Un'area come il Mar Caspio era proprio ciò di cui c’era bisogno e le Repubbliche di neo-indipendenza non si facevano pregare, ponendo condizioni contrattuali particolarmente vantaggiose. I governi di Turkmenistan, Azerbaijan e Kazakistan erano desiderosi di ricevere investimenti dall'estero, unica strada per rinvigorire l'economia e puntellare l'indipendenza politica da Mosca. Il Caspio gode insomma, nei primi anni Novanta, di un contesto energetico favorevole che ne permette lo sviluppo, nonostante diversi fattori giochino contro - situazione politica instabile, corruzione e incertezza del diritto, elevata variabilità dei dati sulle riserve probabili, assenza di un accesso diretto ai mari internazionali e prezzi del greggio in discesa nel mercato globale. Investire nel Caspio è un'impresa rischiosa (diversi sono i successi, ma molti anche i fallimenti) e, nel corso degli anni Novanta, una parte delle compagnie più piccole, con una scarsa differenziazione del portfolio, non resiste.

L'area e gli attori

In termini geopolitici, sono proprio le risorse energetiche a definire l'ampiezza dell'area caspica, che, oltre ai cinque stati rivieraschi, tende ad unificare sotto un'unica lente analitica due zone con attori e problematiche differenti, quali il Caucaso e l’Asia centrale. Lo sviluppo dei giacimenti di gas e petrolio e la posa delle pipelines crea un unicum geo-strategico in cui si intersecano questioni energetiche, politiche e di sicurezza collettiva, diventate ancora più attuali dopo l'11 settembre.

Il protagonismo di Russia e Stati Uniti ha fatto parlare di un revival del “Grande Gioco”, rievocando la rivalità tra l'Impero zarista e l'Inghilterra coloniale nell'Asia dell'Ottocento. Si tratta di un paragone azzardato, considerando che una lunga serie di altri attori, statali e non, contribuisce, oggi, a rendere lo scenario molto più articolato. Si consideri soprattutto la “sete di energia” dell'Asia, un fattore determinante per lo sviluppo dell'area nei prossimi anni. Società giapponesi, malesi e indonesiane partecipano nei consorzi locali e le quotazioni della Cina sono in ascesa, in campo tanto economico quanto politico-militare. La strategia energetica di Pechino è coordinata e gestita dal governo centrale e la compagnia di Stato CNPC - China National Petroleum Corporation - non è costretta ad operare su basi prettamente commerciali. Le priorità politiche prendono il sopravvento sui calcoli economici, un “lusso” che le società statunitensi ed europee attive nel Caspio non possono permettersi. Gli interessi delle majors occidentali non sono, infatti, sempre andati d'accordo con i piani dei rispettivi governi. Nelle decisioni più critiche (tra cui i percorsi delle pipelines) prevale, alla fine, la politica, ma questo non vuol dire che tutto proceda senza contrasti. La realizzazione dell'oleodotto BTC – Baku-Tbilisi-Ceyhan - ha avuto un iter così travagliato (quasi dieci anni dai primi accordi stipulati) proprio a causa delle numerose riserve economiche che l'industria privata apponeva al progetto. O ancora, il veto dell'amministrazione statunitense rispetto all'Iran si è più volte scontrato con i programmi di investimento delle imprese e con le politiche energetiche dei governi regionali.

La penetrazione statunitense nell'area del Caspio diventa più invasiva solo nel triennio 1994-97. L'interesse per il greggio era maturato tra le majors quando l'amministrazione Clinton era ancora legata alla dottrina “Russia first”, che privilegiava un frame cooperativo con Mosca. Anche se la molla petrolifera è certamente un tassello importante della rinnovata attenzione statunitense (si veda, in particolare, l'obiettivo globale della differenziazione dei luoghi di approvvigionamento energetico), sarebbe fuorviante attribuire tutto ad un unico fattore. Altri interessi sono in gioco - lotta all'islamismo radicale e al terrorismo, contenimento dell'Iran, salvaguardia dell'indipendenza dei nuovi paesi, traffico di armi e droga, soluzione dei conflitti locali, stabilità regionale – e, dalla seconda metà degli anni Novanta, il dibattito accademico si chiede se tali questioni siano così importanti da giustificare un'ingerenza massiccia che metta a rischio il rapporto con la Russia. Dal 1997-98, l'area del Caspio assume un posto di rilievo nella scala delle priorità degli Stati Uniti, anche se da più parti è stata fatta notare la mancanza di una strategia organica e strutturata. Subito dopo l'insediamento della prima amministrazione Bush, alcuni commentatori avevano pronosticato un ruolo politicamente meno attivo, un'eventualità che l'invasione dell'Afghanistan post-11 settembre ha provveduto a dissipare.

Gas, petrolio e pipelines

Nel Mar Caspio si stanno giocando, in termini energetici, due partite parallele: l'una sul greggio, il protagonista degli anni Novanta, le cui ulteriori potenzialità di sviluppo sono legate in gran parte alla zona nord, quella kazaka; l'altra sul gas, la “nuova frontiera” dell'energia, ritornata in primo piano con la scoperta, all'inizio del millennio, di giacimenti in Azerbaijan – il super-giant Shah Deniz - e Kazakistan. Il Kazakistan è il paese più promettente in termini di risorse e non c'è dubbio che sia destinato, nel futuro, ad assumere un ruolo da protagonista in campo politico, tallonando l'Uzbekistan nelle sue aspirazioni di egemonia regionale. Di recente è stato sottolineato il crescente interventismo del governo di Astana in ambito energetico, con la messa in discussione di contratti e concessioni stipulati negli anni Novanta. E' una politica che ricorda da vicino ciò che sta avvenendo in Russia sotto il Governo Putin.

Il gas e il petrolio “del Caucaso” (leggi Azerbaijan) già gravitano in gran parte verso ovest, guardando al mercato turco ed europeo. Tutto ciò conferma il ruolo di preminenza politica assunto dagli Stati Uniti in questa zona del Caspio. In Asia centrale le direzioni sono molteplici e la comparsa della Cina in Turkmenistan ribadisce la complessità della partita in corso (da citare l'accordo trentennale, del giugno 2007, tra Pechino e Ashkabat, per la fornitura di 30 b cm y [1]. E' una proposta che, per quanto possa impensierire le cancellerie occidentali, non va sopravvalutata, dato che la divergenza di interessi sembra, per ora, prevalere sulle possibilità di intesa. Prova ne sia l'accesa concorrenza tra le strategie energetiche di Mosca e Pechino riguardo al Mar Caspio.

Nel settore del gas, l'obiettivo di Washington e Bruxelles è di bypassare la Russia per alimentare il continente con risorse azere e turkmene. Mosca, principale fornitore esterno per l'Europa, intende mantenere il monopolio delle pipelines ed evitare la concorrenza diretta dei giacimenti caspici. La Russia di Putin, prima al mondo in riserve e produzione di gas, è un paese differente da quello degli anni Novanta, più autorevole in ambito internazionale e propenso ad utilizzare l'arma energetica come strumento di politica di potenza.

Il progetto euro-americano Nabucco (30 b cm y con percorso Turchia-Bulgaria-Romania-Ungheria-Austria) intende intercettare il gas caspico - magari in futuro anche iraniano e iracheno - e condurlo in Europa senza la partecipazione russa. Si tratta del cosiddetto “quarto corridoio energetico”, sviluppato in sede comunitaria per differenziare le sorgenti di approvvigionamento. Attualmente, la pipeline, i cui lavori dovrebbero iniziare nel 2009, potrebbe contare solo sul gas azero (proveniente dalla SCP - South Caucasus Pipeline -, parallela alla BTC), data l'assenza di un collegamento sottomarino Turkmenistan-Azerbaijan. Tale progetto, supportato dagli Stati Uniti, ha ripreso vigore negli ultimi tempi, quasi una risposta necessaria all'attivismo di Cina e Russia. Per ora il gas turkmeno, le cui potenzialità sono in parte da esplorare, continua a fare affidamento essenzialmente sul sistema ereditato dall'epoca sovietica, orientato verso nord. La Russia tiene sotto controllo le risorse in uscita e sarebbe intenzionata ad acquistare ad un prezzo vantaggioso gran parte della produzione futura.

Per raggiungere l'Europa da sud, Mosca preferirebbe un prolungamento della Blue Stream, linea operativa dal 2003 per il trasporto di gas verso la costa turca. A maggio 2007 è stato raggiunto un ulteriore accordo con i governi turkmeno e kazako per la realizzazione di una conduttura verso nord, parallela alla costa del mare. L'intenzione è di trasportare sul territorio russo il gas proveniente dai due paesi rivieraschi e indirizzato al mercato occidentale. Quale dei vari progetti verrà realizzato è tutto da vedere, perché se c'è una cosa che il Caspio ha insegnato in questi anni è che agli accordi cartacei, specialmente se tra governi, non sempre seguono i fatti.

Comunque, leggendo i percorsi delle pipelines esistenti e programmate, si vede che la Turchia aspira a diventare un protagonista locale nella partita energetica, un hub sul Mediterraneo per lo smistamento delle risorse. Si tratta di una politica che, per quanto possa suscitare gradimento a Washington, vede Ankara giocare su più tavoli, non sempre in perfetta sintonia con la strategia americana. La Turchia collabora attivamente con la Russia di Putin e mantiene rapporti più che cordiali con l'Iran.

La Repubblica islamica non è riuscita a concretizzare le aspettative dei primi anni Novanta di una crescente influenza nell'area del Caspio. Nonostante l'Iran possa vantare un'eccellente posizione geografica, sia come territorio di passaggio sia come outlet verso il mare aperto, il veto statunitense è riuscito ad escludere il paese dai percorsi delle pipelines. L'ostilità statunitense è stata tra le cause principali dell'avvicinamento Teheran-Mosca nel decennio scorso. A livello regionale, l'Iran ha, oggi, un'egregia presenza economica, soprattutto in Turkmenistan e Armenia.


Note

1. B cm y: Billion cubic meter/year. Miliardi di metri cubi all'anno.]] di gas naturale tramite un progettato gasdotto). Di recente si è parlato addirittura di una possibile cooperazione energetica tra paesi produttori e consumatori, in Asia centrale, all'interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO)[[La Shanghai Cooperation Organization (SCO) comprende Cina, Russia, Kazakistan, Tajikistan e Uzbekistan. Il Turkmenistan partecipa in veste di “ospite d'onore”.

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