Bailly Olivier

Energia e catastrofi ecologiche [15/10/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

Dalla rivoluzione industriale, le risorse energetiche costituiscono un ingranaggio indispensabile per il buon funzionamento della società capitalista. Senza carburante, sarebbe impossibile far avanzare la macchina del ‘‘progresso’’, della ‘‘crescita’’ e del ‘‘benessere’’. Ma, fino a poco tempo fa, quest’ingrediente non era mai stato valutato alla luce del suo impatto ambientale. Una mancanza gravosa per le generazioni future…

 

Energia e preoccupazione ecologica sono una coppia relativamente recente. Una ventina d’anni fa, le questioni energetiche si declinavano essenzialmente come accesso alle e controllo delle risorse. Anche l’utilizzo dell’energia, nella produzione industriale, era considerato dal punto di vista quantitativo ed economico. La ‘‘buona’’ energia era quella disponibile a sufficienza ed al costo minore. La natura era globalmente percepita come una fonte infinita ed inesauribile.

Successivamente, i limiti del rinnovamento del pianeta e della sua capacità d’assecondare i nostri stili di vita hanno fatto emergere un nuovo approccio ai modi di produzione, che tiene conto, per stimare il valore dell’energia prodotta, dei danni inflitti alla natura. In quest’ottica, un approccio economicista allo sviluppo sostenibile postula la preservazione di tre tipi di capitale: il capitale economico, il capitale sociale e il capitale ecologico.

Tuttavia, questa visione della natura - trasformata in una volgare merce, il cui valore si declina unicamente in moneta - presenta un vantaggio: impone di ammettere che la natura è impagabile. Perché? Perchè i ‘‘servizi’’ resi dalla natura e la loro importanza sono ineguagliabili. Nel 1991, alcuni scienziati americani hanno cercato di riprodurre sotto una cupola di vetro la vita sulla terra. L’esperimento, che sarebbe dovuto durare due anni, è stato abbreviato e si concluse in un bruciante fallimento. I raccolti erano catastrofici, gli animali morivano l’uno dopo l’altro, l’ossigeno si rarefaceva. Gli uomini si dimostrarono incapaci di fare per otto persone quello che la natura fa per sette miliardi di persone. Nel momento e nella misura in cui l’ambiente si rivela inestimabile, nella coppia energia/natura emerge una nuova relazione. La natura non è più al servizio esclusivo della produzione energetica, ma la produzione energetica deve rispondere con una maggiore attenzione per la preservazione del capitale ecologico.

Quest’approccio conduce a due visioni delle catastrofi ecologiche provocate dal fabbisogno di risorse energetiche. Le prime sono le catastrofi ecologiche puntuali, chiaramente identificabili e spesso mediatizzate. Chernobyl ad esempio. Il 25 aprile 1968, la centrale nucleare Lenin è teatro di una serie di reazioni a catena che fanno esplodere la capsula di cemento che ricopriva il reattore. Nella regione, la situazione globale della radioattività è tornata ad essere accettabile (benché superiore alla media mondiale) vent’anni più tardi. La superficie delle aree contaminate, che ricopre 150.000 km2, ospita circa 5 milioni di persone. Resta ancora una zona fortemente contaminata, nel raggio di 30 Km attorno al reattore.

Nel settore dell’approvvigionamento energetico, le petroliere che affondano in mare aperto forniscono anch’esse sconvolgenti immagini dell’inquinamento. Sono le 40.000 tonnellate di combustibile della petroliera americana Exxon Valdez che, nel marzo 1989, si riversano in mare. Morirono 250.000 uccelli marini e, danni collaterali, la catena alimentare e l’ecosistema delle coste dell’Alaska subirono une perturbazione di lungo periodo. Il 12 dicembre 1999, 37.000 tonnellate di combustibile si riversano in mare dall’emblematica Erika, spezzatasi in due al largo delle coste francesi. Le cifre raddoppieranno appena tre anni più tardi, con le 77.000 tonnellate del ‘‘Prestige’’ sparse al largo delle coste spagnole.

Potenzialmente, tutti i modi di produzione energetica comportano, per l’ambiente, immediati rischi d’incidenti [1].

L’utilizzo di queste energie, maggioritarie nei nostri consumi, viene progressivamente rimesso in discussione, in base al ‘‘parametro ambientale’’ e alla considerazione dei rischi legati alla produzione. Tuttavia, in questa nuova relazione energia/natura, due dati sembrano immutati: i grandi consumatori (Europa e USA) non intendono modificare il loro livello di vita e, sul piano geopolitico, l’indipendenza energetica resta un must per tutte le nazioni. Ma se la domanda non si modifica, l’offerta energetica potrebbe, invece, assumere un aspetto più ecologico.

Energie più pulite - eoliche, fotovoltaiche, idrauliche - potrebbero progressivamente e fruttuosamente sostituire le energie fossili e nucleari. Riusciranno a far cessare le catastrofi ecologiche legate all’approvvigionamento energetico? Sembrano quelle meglio posizionate per riuscirvi…


Note

1. Non si evocano, qui, i rischi di perdite umane, notoriamente legati all’estrazione di materie prime.]]. Ma, al di là di queste catastrofi puntuali, le catastrofi ecologiche più significative si svolgono in silenzio, quasi indolori al livello di una vita umana. Le loro conseguenze saranno, così, ancora più traumatiche. L’impiego d’energie fossili, da cui siamo, oggi, dipendenti, contribuisce alla quasi totalità delle nostre emissioni di CO2. Queste risorse energetiche concorrono, quindi, ampiamente al riscaldamento climatico. L’energia nucleare lascia dietro di sé scorie radioattive, pesante eredità per le generazioni future. I rischi dell’atomo superano, d’altra parte, il quadro ambientale: il fisico svedese Hannes Alven, Premio Nobel, definisce ‘‘gemelli siamesi’’ l’atomo pacifico e l’atomo militare. A suo parere, l’attività nucleare civile e la proliferazione di armi nucleari sono intimamente legate: non si può promuovere un ‘‘gemello’’ senza che l’altro si espanda, sottraendosi ad ogni controllo[[C. Abbott, P. Rogers, J. Sloboda, Global Responses to Global Threats. Sustainable Security for the 21st century, Oxford Research Group , giugno 2006.

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