Radvanyi Jean

Il Caspio: un mare chiuso, un «grande gioco» aperto [16/04/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

Dal 1991, dalla dissoluzione dell’URSS, gli idrocarburi del Mar Caspio hanno suscitato grande entusiasmo, al punto che quest’area è stata definita «secondo Golfo» o «secondo Kuwait», mentre le strade che si studiavano per collegarsi agli Stati rivieraschi sono state presentate come «la via della seta del XXI secolo». Tuttavia, è stato subito chiaro che, al di là delle questioni strettamente economiche e tecniche, il gas e il petrolio del Caspio rappresentavano anche uno strumento politico, sia dal punto di vista di Mosca, che cercava di conservare il monopolio dell’influenza esercitata nell’area sin dal XIX secolo, sia dal punto di vista degli Occidentali, che contestavano il monopolio russo e desideravano integrare nel proprio sistema questo nuovo Sud - così vicino a quel «grande Medio Oriente» che gli Stati Uniti intendevano ricomporre.

 

La «riscoperta» dell’oro nero nel Caspio

Le principali imprese petrolifere occidentali riscoprirono la regione alla fine del 1993, quando il nuovo presidente dell’Azerbaijan, Heidar Aliev, aprì le trattative per il «contratto del secolo», per la concessione, cioè, del giacimento offshore dell’AIOC, ricco di riserve riconosciute e comprovate (Azeri-Chirag-Gunashli). Contravvenendo agli impegni assunti dal predecessore di Aliev, Abulfaz Elchibey - rovesciato da un colpo di Stato nel giugno del 1993 -, l’accordo firmato nel settembre del 1994 escludeva l’Iran, vittima del veto americano, ma includeva una compagnia russa, la Lukoil. Alcuni osservatori ne dedussero l’esistenza di una forte alleanza tra Mosca e il nuovo presidente azero.

Tuttavia, sebbene Aliev avesse confermato, nel 1993, l’adesione del suo paese alla Comunità degli Stati Indipendenti (CIS), sia con il trattato del 1994 sia con le quindici concessioni che propose, tra il 1994 e il 1999, a diversi gruppi petroliferi egli favorì piuttosto gli Occidentali. Fortemente critico verso la politica russa nel Nagorno Karabagh [1] (l’armistizio del maggio 1994 aveva lasciato il 15% del territorio azero sotto il controllo delle forze armene), Heidar Aliev optò, dunque, chiaramente per una politica pro-occidentale, unica garanzia per l’indipendenza del suo paese.

Nel giro di pochi anni, milioni di dollari di investimenti stranieri affluirono verso Baku, letteralmente trasformata dalla nuova corsa all’oro nero. In merito alle riserve della regione venivano, infatti, formulate stime esorbitanti, accreditando l’idea che i sovietici non avessero compreso quanto fosse ampio il potenziale di questo «nuovo Kuwait». Fatto significativo, alle dichiarazioni dei governi nazionali, desiderosi di attrarre gli investitori, si aggiungevano quelle del governo americano, che pubblicava le cifre più elevate: nel 1997, Strobe Talbott, il sottosegretario di Stato di Bill Clinton, arrivò persino a stimare la presenza di 200 gigabarili di greggio e di 18.000 miliardi di m3 di gas. Le trivellazioni effettuate nel territorio azero diedero, però, risultati deludenti, non avendo scoperto, sino ad ora, nessun giacimento di petrolio, ma solo un grosso giacimento di gas (Shakh Deniz). Il petrolio fu trovato, invece, in Kazakistan (Tenguiz e i nuovi giacimenti offshore), ma è un petrolio difficile da trattare, saturo di residui sulfurei.

La battaglia degli oleodotti

A partire dal 1994 si è scatenata una vera e propria guerra tra Americani e Russi per controllare l’evacuazione del petrolio e del gas del Caspio. Gli occidentali rifiutavano di accettare che il trasferimento del petrolio di questi nuovi Stati dipendesse unicamente dalle vie russe, quella di Baku-Novorossiisk (che passa par Grozny e la Cecenia) e quelle che collegavano i giacimenti kazachi e turkmeni alla rete russa. Così, mentre l’Europa lanciava il programma Transport Corridor Europe Caucasus Asia (TRACECA) per i trasporti marittimi e terrestri, il governo americano e il presidente Clinton in persona si attivavano presso le compagnie occidentali e i governi locali (Azerbaijan, Georgia, Turchia, Kazakistan) per elaborare un’alternativa meridionale per l’evacuazione del petrolio.

I primi progetti sostenuti dai capi di Stato - di gran lunga i meno costosi, grazie agli accordi di swap con l’Iran – furono bloccati dagli Stati Uniti. La costruzione di un oleodotto tra Baku e Soupsa, una nuova postazione sulla costa georgiana del Mar Nero, stava facendo concorrenza all’oleodotto russo, riaperto grazie all’accordo di Khasavyurt (concesso da Boris Eltsin ai Ceceni nell’agosto 1996).

Mentre i Russi (con la Chevron e i Kazachi) procedevano rapidamente alla costruzione di un nuovo oleodotto tra Tenghiz e Novorossiisk (inaugurato nel 2001, con una capacità di 37 milioni di tonnellate), gli Americani concludevano con la British Petroleum e i governi locali un accordo per la costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilissi-Ceyhan, porto turco sul Mediterraneo, la cui redditività dipendeva ancora, però, da stime produttive ipotetiche. Con una capacità di 50 milioni di tonnellate, l’oleodotto entrò in funzione nel maggio 2005 e permise di evitare il passaggio dal Bosforo, molto trafficato ed ecologicamente a rischio.

Così, la Russia perse definitivamente il monopolio del controllo sull’evacuazione degli idrocarburi del Caspio e gli Americani raggiunsero uno dei loro obiettivi strategici. L’Azerbaijan e il Kazakistan potevano ormai scegliere tra diversi passaggi possibili, ciascuno dei quali cercava di attirarli con i prezzi più vantaggiosi: passando per il nord, con la rete russa, o passando per il sud, la Georgia e la Turchia. Le opzioni a disposizione del Turkmenistan sono più ristrette, a causa del disaccordo con Baku sulla spartizione dei settori del Caspio e del fallimento del gasdotto transcaucasico, un tempo proposto dagli Stati Uniti, ma mai realizzato.

La soluzione ottimale risiede forse in una terza alternativa, che comincia a profilarsi all’orizzonte. Se il progetto, caldeggiato dalla compagnia americana Unocal, di creare un oleodotto che collegasse il Turkmenistan all’India e al Pakistan attraverso l’Afghanistan dei Talebani ha dovuto essere abbandonato, inizia a delinearsi un’altra opportunità ad oriente, un’opportunità che passa per la Cina. Questo paese, di cui si conoscono i bisogni energetici in forte crescita, non ha mai sottovalutato i suoi vicini occidentali. Dal 1997, Pechino ha cominciato ad investire in progetti comuni con i Kazachi, prendendo parte ad alcune concessioni e finanziando, con quote rilevanti, un nuovo oleodotto che colleghi Atyrau al Sinkiang.

Oltre al petrolio, questioni strategiche globali

Dopo quindici anni di conflitti, si possono formulare alcune riflessioni. Nel corso degli anni Novanta, il nuovo «grande gioco» è entrato a far parte delle guerre del Caucaso. Nessuno mette in dubbio che tutti questi conflitti (Abkhazia, Karabagh, Cecenia, ecc.) affondino le proprie radici in problematiche di gran lunga precedenti rispetto al risveglio dell’interesse per gli idrocarburi. Tuttavia, è inevitabile notare la forte coincidenza cronologica tra le tappe decisive delle scelte operate in questo settore e l’attualità politica regionale, come nel 1993, nel 1996/1997, nel 1999.

Così, molti osservatori scommettono tanto sull’effetto di stabilizzazione che lo sviluppo petrolifero eserciterà, nel lungo periodo, sugli Stati interessati quanto sull’effetto di incitamento che la presenza occidentale eserciterà in favore di scelte riformiste, sia sul piano economico sia sul piano politico. Tuttavia, sappiamo che gli interessi industriali del settore petrolifero si adattano facilmente a tutti i tipi di regime, inclusi quelli meno democratici, come accade ancora oggi in diversi Stati della regione.

D’altra parte, è innegabile che il risveglio dell’interesse internazionale abbia apportato un nuovo dinamismo agli Stati coinvolti, permettendo loro di risollevarsi rapidamente dalla grande crisi dei primi anni Novanta. Anche se le riserve scoperte sono più modeste di quanto non avessero sostenuto all’inizio i dirigenti americani, una nuova regione produttiva si è aperta al mondo, rappresentando ciò che aveva rappresentato, a suo tempo, il Mare del Nord.

L’effetto di questo afflusso di investimenti e petroldollari non è, però, univoco. Oltre all’ormai classica questione del rischio di «malattia olandese» [2] - la distorsione prodotta dall’afflusso massiccio di rendite petrolifere nelle economie tradizionali -, in questi Stati le rendite petrolifere giovano unicamente ai clan al potere, senza poter trasmettere analoghi benefici al resto dell’economia e della società. Mentre la capitale Baku, Ashkhabad e Astana sono esempi perfetti del capitalismo petrolifero, numerose regioni della provincia incontrano ancora difficoltà nel rifornisi di elettricità e vedono degradarsi i sistemi produttivi tradizionali, senza riuscire a rinnovarli.

E’ da ricordare, infine, che molti Stati della regione sono completamente esclusi da questo sviluppo, perché privi di idrocarburi sul loro territorio (Armenia, Kirghizistan, Tadjikistan), mentre l’Uzbekistan, doppiamente chiuso, presenta problemi specifici. Il gioco delle alleanze innescato dalle scelte petrolifere americane in favore dell’Azerbaijan ha contribuito ad arrestare il conflitto nel Karabagh e a far emergere un asse nord-sud Mosca-Erevan-Teheran, contrapposto all’asse ovest-est Washington-Ankara-Tbilissi-Baku.

Ora, se i Russi hanno utilizzato il controllo sul transito degli idrocarburi del Caspio come strumento della loro politica d’integrazione in seno alla CSI, appropriandosi delle tratte strategiche dei loro vicini (reti del gas e dell’energia in Armenia, reti dell’elettricità in Georgia, ecc.), gli Americani non si sono astenuti dall’utilizzare lo stesso strumento per stravolgere l’equilibrio strategico della regione. Non solo le compagnie americane hanno svolto un ruolo determinante nelle concessioni e nella costruzione degli oleodotti, ma Washington ha anche moltiplicato, durante tutto il periodo in esame, le azioni di lobbying, manovrando allo stesso tempo le politiche creditizie, gli aiuti diretti, gli interventi pubblici, la manipolazione delle opinioni pubbliche locali ed internazionali.

Già a partire dagli anni 1993-1995, è stato chiaro che la zona del Caspio rientrava tra le regioni d’interesse strategico americano non solo per il controllo degli idrocarburi, ma anche per indebolire in modo permanente la Russia e sottrarre i paesi del sud all’influenza moscovita, su tutti i piani: economico, politico e militare. Costituendo un nuovo corridoio di alleati fedeli o di nuovi clienti, tra la Turchia e il Kirghizistan, Washington poteva così stabilire un avamposto strategico fondamentale tra la Russia a nord, l’Iran e il Vicino Oriente a sud, in direzione del Sinkiang - una delle zone più sensibili della Cina, potenza in forte ascesa.

Tuttavia, i risultati a lungo termine di questo nuovo «grande gioco» non si sono ancora stabilizzati. Sebbene abbia perso il monopolio dello sfruttamento di una regione che aveva interamente controllato sin dall’inizio del XIX secolo, la Russia resta comunque un attore centrale, sia per l’estensione delle sue riserve di idrocarburi sia per la sua collocazione in Eurasia: ne sono una dimostrazione la realizzazione del gasdotto «Blue Stream» verso la Turchia, il progetto dell’oleodotto Burgas-Alexandroupolis, il gasdotto baltico, il rafforzamento delle relazioni russo-iraniane attraverso la regione del Caspio.

Infine, benché portati a concentrarsi prevalentemente sui progetti occidentali, gli osservatori europei non devono dimenticare che questa regione è più vicina ad un altro fondamentale centro di sviluppo, ovvero il blocco asiatico comprendente la Cina e l’India. Innescata dagli Americani, l’apertura della regione del Caspio potrebbe rivelarsi, in futuro, molto più ampia di quanto non avessero inizialmente auspicato i suoi promotori.


Note

1. Regione del Caucaso meridionale, vicina alla frontiera armena, che appartiene formalmente alla Repubblica dell'Azerbaijan, ma che gode dell'indipendenza di fatto.

2. Teoria economica formulata, dopo la scoperta negli anni Sessanta di grandi giacimenti di gas a Groningen e nel resto dei Paesi Bassi, che illustra il legame esistente tra lo sfruttamento delle risorse naturali e il declino dell'industria manifatturiera.

Sullo stesso argomento