Scheer Hermann

La sfida energetica Nord-Sud [26/11/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

Per comprendere la crisi di sviluppo del “Terzo Mondo”, è indispensabile fare riferimento alla crisi energetica con cui esso deve continuamente misurarsi, intendendo, con tale espressione, sia una crisi permanente dei prezzi sia una crisi strutturale delle modalità d’erogazione dell’energia. Si tratta, in primo luogo, di una crisi dei prezzi, perché i paesi in via di sviluppo necessitano più di qualsiasi altro paese ed in grandi quantità delle stesse risorse energetiche dei paesi industrializzati: importandole o acquistandole dai grandi gruppi industriali dell’energia, attivi a livello globale, i paesi in via di sviluppo devono pagare quasi appieno il prezzo del mercato mondiale, malgrado un prodotto interno lordo significativamente più basso e un potere d’acquisto pro capite della popolazione notevolmente più ridotto – il che significa, sul piano economico, pretendere troppo da loro. In secondo luogo, si tratta di una crisi strutturale, perché questi paesi hanno già adottato, in uno stadio di sviluppo preindustriale, il sistema d’approvvigionamento energetico che, nei paesi industrializzati, si è affermato solo in uno stadio avanzato del loro sviluppo: con l’introduzione di questo sistema energetico, industriale e centralizzato, è impossibile, per i paesi in via di sviluppo, innescare un progresso socioeconomico che rifletta le loro condizioni di partenza – adatto ad esse e, quindi, in grado di modificarle.

Questa connessione tra strutture d’approvvigionamento energetico e sviluppo economico viene spesso trascurata, persino dagli economisti critici dello sviluppo. Il significato sociologico-economico delle strutture d’approvvigionamento energetico continua ad essere, anche in ambito scientifico, una sorta di “terra incognita”. Al sistema energetico fossile/nucleare, dominante a livello mondiale, vengono imputate conseguenze ecologiche negative, ma esso resta comunque, secondo l’opinione prevalente, privo di alternative, perchè il potenziale delle energie rinnovabili viene presentato e percepito come insufficiente per coprire il fabbisogno energetico. Inoltre, anche quando le energie rinnovabili sono considerate un’alternativa praticabile, esse vengono utilizzate all’incirca nell’ambito delle stesse strutture di cui si avvalgono le energie fossili, cercando di migliorare soltanto l’efficacia energetica. Le strutture d’approvvigionamento energetico dei paesi industrializzati, invece, sono generalmente considerate un modello positivo e, di conseguenza, costituiscono, per i paesi in via di sviluppo, un esempio da imitare. Finché permarrà questa convinzione, non si potrà comprendere, nemmeno tra le fila degli esperti dell’energia, il nesso fondamentale tra la crisi di sviluppo e il sistema energetico fossile/nucleare dominante.

I paesi in via di sviluppo hanno cominciato a modellare le proprie strategie economiche sull’esperienza dei paesi industrializzati nella seconda metà del XX secolo – in un’epoca e in un contesto, quindi, che non permettevano più la riproduzione dell’intero processo di sviluppo conosciuto, a loro tempo, dai paesi industrializzati. Il motivo non risiede solo nella limitata resistenza ecologica dell’ecosfera e nell’incipiente esaurimento del potenziale energetico fossile, che, oltre ad impedire la trasposizione dell’economia energetica industriale ai paesi in via di sviluppo – oltre ad impedire, cioè, l’estensione su scala globale delle strutture di rifornimento energetico fossili –, ha anche indotto da tempo gli stessi paesi industrializzati ad intraprendere il passaggio alle energie rinnovabili. Un terzo motivo consiste nella formazione, a partire già dagli anni Cinquanta, di gruppi attivi nel settore dell’energia a livello globale, che, allineati sugli interessi e le esigenze di mercato dei principali consumatori, controllano l’approvvigionamento energetico dei paesi industrializzati dalla fonte fino all’utilizzatore finale. I paesi in via di sviluppo erano e sono così confrontati con un’economia energetica che può imporre loro i suoi prezzi e le sue strutture, che non fornisce loro soltanto energia, ma anche le tecnologie sperimentate e sviluppate nei paesi industrializzati, adatte, quindi, solo allo stadio di sviluppo delle società industriali. Il quarto motivo è che i paesi in via di sviluppo non dispongono di tutto il tempo che è servito alle società industriali per strutturare il loro sistema energetico, creando strutture d’approvvigionamento decentrate e trasformandole poi, progressivamente – mentre si passava dall’economia agricola (primaria) all’economia industriale (secondaria) e all’economia dei servizi (terziaria) –, in strutture centralizzate. Nei paesi in via di sviluppo, infatti, vengono impiantate le strutture e le tecniche dell’economia industriale secondaria e terziaria mentre la maggior parte degli abitanti vive ancora di economia primaria, creando una trappola energetica e, quindi, sociologico-economica di immani proporzioni.

Per uscire da questa situazione c’è una sola possibilità: l’utilizzo di energie rinnovabili, con cui rifornire le zone rurali della corrente e del carburante necessari alla crescita economica dell’agricoltura, dell’artigianato e della piccola industria. Sarebbe stato necessario in passato ed è necessario ancora oggi introdurre un sistema energetico decentrato ed autonomo, basato sulle energie rinnovabili locali. Le possibilità tecniche esistono da tempo, come dimostra la storia dei sistemi energetici solari – dalle centrali per la piccola idraulica fino ai piccoli impianti per l’energia eolica, dagli impianti a biogas fino ai motori funzionanti con la gassazione del legno –, ma esse sono state introdotte solo in pochi paesi e solo parzialmente. Un’eccezione è rappresentata dai milioni di impianti a biogas dei piccoli agricoltori cinesi, che, però, si limitano a soddisfare le esigenze della cucina e del riscaldamento, senza pensare alla corrente o al carburante che potrebbero ricavare dalle energie rinnovabili a loro disposizione e con cui potrebbero far funzionare gli attrezzi da lavoro.

Certo, esistono esempi significativi di un’elettrificazione ottenuta con impianti decentrati ed indipendenti dalla rete, che utilizzano le energie rinnovabili – come i “Solar Home Systems” con conversione fotovoltaica, utilizzati sempre più spesso nelle zone rurali del Terzo Mondo – e sono stati effettuati numerosi ed approfonditi studi sulla possibilità di introdurli su larga scala, ad esempio lo studio su “Photovoltaic for the World Villages”, redatto già nel 1996 su incarico della Commissione Europea. Tuttavia, più di due miliardi di persone continuano a vivere senza allacciamento ad una rete elettrica: in un sistema d’erogazione d’elettricità centralizzato, infatti, gli elementi più costosi sono proprio gli elettrodotti e le reti di distribuzione, il cui costo è almeno quattro volte superiore al costo di una centrale elettrica. Per le zone rurali dei paesi in via di sviluppo resta, così, inaccessibile ciò che, nei paesi industrializzati, individui e governi possono permettersi da secoli.

I paesi del Sud sono i più ricchi di risorse – risorse fossili, solari o biologiche. Tuttavia, essi sono diventati o si sono resi dipendenti, nella buona e nella cattiva sorte, dal sistema energetico globale, che prevede l’accentramento delle risorse fossili e che costituisce, per i paesi del Terzo Mondo, una trappola da cui non riescono a liberarsi, come dimostra il fatto che le loro economie nazionali sono costrette a spendere somme di denaro sempre più cospicue, rispetto agli introiti derivanti dalle esportazioni, per importare energia fossile.

Il fabbisogno energetico, collocandosi nei luoghi in cui le persone lavorano e vivono, è sempre decentrato, mentre l’erogazione dell’energia fossile/nucleare è inevitabilmente centralizzata, perché le risorse energetiche sono localizzate e vengono estratte in un numero relativamente limitato di paesi del mondo. Tra le risorse energetiche e i consumatori d’energia si trova, quindi, la catena dell’economia energetica fossile/nucleare, che comporta l’impiego di tecnologie per l’estrazione, il trattamento, la raffinazione, il trasporto, la produzione di corrente, lo smaltimento, l’ulteriore trasporto e la distribuzione, sempre accompagnate dai relativi costi e dalle relative perdite d’energia, internazionalizzate e centralizzate. L’economia energetica, le sue strutture e le sue forme d’impresa riflettono perfettamente questo sistema centralizzato, volto a contenere, con il trasporto di grandi quantità d’energia fossile, i costi dell’erogazione energetica. Il sistema energetico è tenuto ad adattarsi al flusso delle fonti d’energia, non viceversa, e il suo mantenimento è favorito da sovvenzioni che, secondo i calcoli del UNDP, ammontano a 300 miliardi di dollari l’anno.

Le energie rinnovabili hanno lo straordinario vantaggio – soprattutto nei paesi e nelle regioni in cui viene introdotto per la prima volta un sistema d’erogazione d’energia – di accorciare la catena energetica, perché consentono di evitare le spese infrastrutturali connesse al sistema fossile. Le energie rinnovabili, infatti, forniscono energia decentrata e funzionale nei luoghi decentrati del consumo energetico, perché, con l’apposita tecnologia, sfruttano l’energia naturalmente disponibile in loco; permettono di evitare l’importazione d’energia e la costruzione di imponenti infrastrutture per il suo trasporto su lunghe distanze; utilizzano l’energia primaria disponibile gratuitamente o la biomassa coltivata a scopo commerciale, che dà nuovo slancio all’agricoltura e alla selvicoltura; si basano su tecnologie meno complesse delle grandi centrali elettriche, che, quindi, possono essere prodotte in tempi tendenzialmente più rapidi dagli stessi paesi in via di sviluppo. Le energie rinnovabili sono, quindi, il nervus rerum di un‘economia dello sviluppo, tradizionale e moderna allo stesso tempo – e solo le energie rinnovabili consentono uno sviluppo economico costante, indipendente anziché dipendente. Tutte le considerazioni relative all’economia nazionale e all’economia dello sviluppo favoriscono le energie rinnovabili. E le favoriscono anche le considerazioni ecologiche. È davvero arrivato il momento di fare delle energie rinnovabili il fattore strategico centrale dello sviluppo economico, altrimenti la crisi di sviluppo del Terzo Mondo non potrà mai essere superata.

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