Séréni Jean Pierre

I paesi del Sud si impossessano dell'arma petrolifera [30/12/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

L’industria mondiale del petrolio sta vivendo una rivoluzione che, allo stesso tempo, spiega ed oltrepassa l’impennata dei prezzi del greggio, in corso ormai da più di cinque anni. In pochi anni, nell’industria petrolifera hanno conquistato il potere gli Stati del Sud, con l’aiuto di alcuni paesi produttori del Nord come la Russia o il Kazakistan. Ieri, trent’anni fa, all’inizio degli anni Settanta, le Majors, le grandi compagnie americane ed europee istituite nei paesi consumatori, dettavano legge ovunque, ad eccezione di quello che, allora, si chiamava “campo socialista”, e non esitavano a far rovesciare qualsiasi regime osasse opporre loro resistenza – come il Primo Ministro iraniano Mohamed Mossadegh, colpevole di aver contestato gli esorbitanti diritti di una delle Majors nel suo paese. I paesi produttori, privati della facoltà di esprimersi e senza voce in capitolo, non stabilivano né il livello della produzione, né i prezzi di vendita del greggio, né le modalità di sfruttamento dei nuovi giacimenti scoperti – tutte decisioni strategiche di competenza esclusiva delle Majors, le Sette Sorelle. I paesi produttori, quindi, erano confinati al ruolo passivo di percettori di un canone e non erano nemmeno certi dell’entità dell’imponibile da tassare, cioè delle quantità prodotte dichiarate dalle compagnie, che, in virtù del loro status di concessionarie, erano le proprietarie dell’oro nero e le uniche a conoscere l’esatta resa dei pozzi.

I dominatori di ieri sono, oggi, marginalizzati, le Majors si sono ridotte a cinque (Exxon, Shell, BP, Total e Chevron) e controllano meno del 10% delle riserve mondiali di petrolio. La maggior parte delle riserve (più del 53%) è nelle mani di compagnie che appartengono a paesi membri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEP), diventata, nel tempo, un circolo estremamente selettivo: l’Ecuador, che l’aveva abbandonata nel 1992, vi ha appena fatto ritorno e l’Angola, nuovo gigante petrolifero africano, vi ha recentemente aderito; il presidente brasiliano Lula da Silva, il cui paese ha scoperto, nel 2006, un enorme giacimento petrolifero al largo delle coste meridionali, dice di volersi “ovviamente” unire all’OPEP.

All’oro nero si aggiunge l’oro tout court. Gli introiti petroliferi dei membri dell’OPEP totalizzeranno più di 658 miliardi di dollari nel 2007, 53 miliardi in più che nell’anno precedente, e 762 miliardi di dollari nel 2008, con un aumento del 16% circa! Le importazioni non crescono allo stesso ritmo e le bilance commerciali presentano avanzi mai registrati in precedenza: + 146,6 miliardi di dollari per l’Arabia Saudita, che è scarsamente popolata, ma comunque + 41,3 miliardi per l’Indonesia, che conta più di 240 milioni di abitanti, o il Venezuela (+ 23,8 miliardi), che conduce una politica di spesa pubblica molto ambiziosa… Risultato: le riserve valutarie si accumulano, in quantità mai raggiunte prima, nei paesi più soggetti a crisi cicliche del cambio. Alla fine del 2007, i produttori del Medio Oriente disporranno, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), di 675 miliardi di dollari, di cui 277 miliardi per l’Arabia Saudita, 80 per la Libia e 76 per l’Iran, benché colpito dalle sanzioni economiche occidentali. L’Algeria, che, all’inizio del decennio, era sul punto di cessare i pagamenti, disporrà, alla fine dell’anno, di riserve valutarie (103,4 miliardi di dollari) in grado di coprire diversi anni d’importazioni. Che cosa fare di queste montagne di dollari, che si deprezzano di giorno in giorno e il cui utilizzo è limitato da più o meno esplicite discriminazioni occidentali?

In queste condizioni, è chiaro che i paesi produttori del Sud non hanno nessuna fretta di accrescere la produzione: il Medio Oriente, che dispone del 61,5% delle riserve provate di petrolio, fornisce solo il 31,2% della produzione mondiale di greggio, sebbene i costi di produzione siano, nella regione, i più bassi del mondo. Questi paesi, quindi, possono aspettare, rimandando qualsiasi aumento significativo delle capacità di produzione. Quando la produzione viene incrementata – come nel caso dell’Arabia Saudita, attenta a preservare la propria posizione dominante all’interno dell’OPEP –, gli aumenti sono relativamente modesti e vengono effettuati contando soltanto sulle forze del paese stesso: è fuori discussione, ora, il ricorso a compagnie straniere, se non a società di servizi cui assegnare subappalti, mentre dieci anni fa i paesi produttori del Sud davano grande spazio alle Majors, moltiplicando le “agevolazioni” fiscali o normative per attrarle.

L’ampiezza del cambiamento è ben illustrata dall’esempio dell’Algeria. Nel 2002, il nuovo Presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika impone un progetto di apertura del sottosuolo sahariano alle compagnie straniere, dispensandole dall’obbligo di associarsi alla compagnia nazionale, la Sonatrach, per ottenere permessi di ricerca. Appena adottata, nel 2005, la legge sugli idrocarburi viene “congelata” su questo punto fondamentale e l’accesso ai giacimenti viene nuovamente precluso alle imprese petrolifere straniere in Algeria come in Venezuela, in Kuwait o in Russia. I pochi progetti di successo implicano condizioni fiscali estremamente dure e le grandi compagnie occidentali, la cui produzione ristagna o diminuisce (- 3,3%, in media, al terzo trimestre 2007 per Exxon, la prima società petrolifera mondiale), devono far fronte anche ai nuovi concorrenti venuti dalla Cina o dall’India, affamati d’energia. Di conseguenza, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), che rappresenta gli interessi dei paesi occidentali, nel 2015 mancheranno circa 12,5 milioni di barili al giorno, il 15% della produzione attuale.

Tuttavia, un incubo tormenta i paesi produttori del Sud: la situazione attuale, a loro favorevole, durerà nel tempo? Se la produzione mondiale di greggio non aumenterà più tanto rapidamente quanto la domanda, la scarsità e i prezzi elevati rischiano di indurre un importante cambiamento nel comportamento dei paesi consumatori, che potrebbero limitare l’utilizzo del petrolio al solo trasporto terrestre e aereo. Un blocco prolungato dell’industria mondiale del petrolio non gioverebbe a nessuno.

Bibliografia

  • Boussena, S., et al., Le défi pétrolier. Questions actuelles du pétrole et du gaz, Paris, Vuibert, 2006.
  • Chevalier, J.M., Les grandes batailles de l’énergie, Paris, Folio Actuel, 2004.
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  • Shankleman, J., Oil, Profits, and Peace. Does Business have a Role in Peacemaking ?, Washington, United States Institute of Peace Press, 2006.

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