Sarkis Nicolas

I prezzi del petrolio e gli equilibri economico-politici mondiali [30/12/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

Se alcune conseguenze del quadruplicarsi, tra l’inizio del 2003 e la fine del 2007, dei prezzi del petrolio erano altamente prevedibili, altre conseguenze – probabilmente più importanti – lo erano molto meno.

Di certo, la conseguenza più immediata ed evidente è stata, sino ad ora, l’impennata delle rendite petrolifere dei paesi esportatori, in seguito sia alla vertiginosa crescita dei prezzi sia ad un forte aumento delle esportazioni. Per l’insieme dei membri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEP), il valore delle esportazioni di greggio è più che triplicato dal 2002, l’anno che precede l’invasione dell’Iraq ad opera delle truppe americane, passando da 255,6 miliardi di dollari nel 2003 a 649,5 miliardi di dollari nel 2006. Per il 2007, si prevede un ulteriore aumento a 715 miliardi circa. Gli altri paesi esterni all’OPEP, come la Russia e la Norvegia, hanno beneficiato anch’essi, quasi nella stessa proporzione, della crescita dei prezzi del petrolio e del gas naturale esportati.

Per quanto riguarda, in particolare, i paesi arabi, le loro rendite petrolifere in dollari correnti sono quasi quintuplicate, schizzando da 109,5 miliardi di dollari nel 1999 a 472 miliardi di dollari nel 2006. Per il 2007, si prevede un totale di 520 miliardi di dollari.

L’aumento delle rendite prodotte dalle esportazioni di petrolio, senza dimenticare quelle prodotte dalle esportazioni di gas di alcuni paesi del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, ha determinato un significativo benessere finanziario, tradottosi, per i paesi arabi, in importanti avanzi delle bilance commerciali, riduzione del debito, inaugurazione di monumentali progetti e accumulazione di enormi riserve di valuta estera, che, oggi, superano quelle di Cina, Giappone e Russia presi insieme. Esso ha provocato anche un eccezionale sviluppo delle risorse finanziarie e delle attività dei fondi sovrani, grazie ai quali le autorità pubbliche dei paesi interessati s’impongono sempre più come grandi attori dei mercati finanziari internazionali. Questi fondi, poi, hanno fatto molto parlare di sé quando, nel settembre 2007, la Qatar Investment Authority ha acquisito il 20% del London Stock Exchange per 1,36 miliardi di dollari e quando, nello stesso periodo, la holding pubblica Borse Dubai ha acquistato il 28% del London Stock Exchange e il 19,9% del Nasdaq. Sempre in settembre, la Qatar Investment Authority ha annunciato l’acquisto, per 470 milioni di dollari, del 10% dell’OMX, mentre la Mubadala Development Co., creata da Abu Dhabi, ha acquistato per 1,35 miliardi di dollari il 7,5% del Carlyle Group. Nel frattempo, il Qatar ha compiuto un altro importante passo verso l’acquisizione del controllo, investendovi più di 21 miliardi di dollari, della catena dei grandi magazzini britannici J. Sainsbury Plc. Queste nuove acquisizioni si aggiungono a quelle effettuate, in passato, per il controllo o l’acquisto di quote di banche occidentali (Barclays, Bear and Stearns, ecc.), progetti immobiliari e turistici, porti, diverse società industriali o di altro genere – come il gruppo di casinò MGM Mirage di Las Vegas.

Secondo uno studio recentemente realizzato dalla banca d’investimenti Morgan Stanley, i fondi sovrani detenuti da sei paesi arabi figurano tra i venti principali fondi di questo tipo esistenti al mondo. In totale, essi dispongono di un attivo di 1.557 miliardi di dollari, il 55% dell’attivo totale dei venti principali fondi sovrani – stimato, alla fine di settembre 2007, a 2.830 miliardi di dollari. Questa cifra complessiva potrebbe passare a 10.000-12.000 miliardi di dollari entro il 2015. Con un attivo stimato a 875 miliardi di dollari, l’Abu Dhabi Investment Authority (ADIA) è in testa alla lista dei fondi sovrani. Seguono il Government Pension Fonds-Global norvegese (341 miliardi di dollari), il GIC di Singapore (330 miliardi di dollari), i diversi fondi sauditi (300 miliardi di dollari), il Reserve Fund for Future Generations del Kuwait (250 miliardi di dollari) e la China Investment Corp. (200 miliardi di dollari), istituita nel settembre scorso. E nel febbraio di quest’anno la Russia ha creato un fondo di stabilizzazione di 24 miliardi di dollari.

Mentre, in passato, i paesi esportatori di petrolio investivano gran parte delle loro risorse finanziarie per acquistare obbligazioni o buoni del Tesoro negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali, la strategia d’investimento dei fondi sovrani è sempre più caratterizzata dallo sforzo di diversificazione e dalla ricerca delle collocazioni più remunerative. Nel complesso, la loro politica e i loro obiettivi sono analoghi a quelli dei fondi privati, come KKR, Bain Capital, Blackstone, Carlyle o PAI. In molti casi – come, ad esempio, nel caso dei due fondi di Singapore o del fondo norvegese –, essi non cercano nemmeno, attraverso le partecipazioni che acquistano, di ottenere la maggioranza ed esercitare il controllo.

Questo non ha impedito che l’eccezionale sviluppo dei fondi sovrani suscitasse la diffidenza dei paesi occidentali. Come i fondi speculativi (hedge funds) nell’aprile 2007, le attività dei fondi sovrani sono state causa d’inquietudine ed oggetto d’interrogativi in occasione della riunione dei Ministri delle Finanze del G7 a Washington, nell’ottobre 2007. Sebbene non sia stato adottato alcun provvedimento in proposito, i governi dei paesi occidentali sorveglieranno sicuramente con attenzione le attività di certi fondi pubblici, soprattutto quelli di Russia e Cina, per impedire che possano fungere da cavallo di Troia in bastioni considerati strategici, come i settori della difesa e dell’energia.

Le nuove minacce non riguardano tanto l’economia mondiale quanto la sicurezza degli approvvigionamenti

Se l’aumento del potere dei paesi esportatori non è stato di certo una sorpresa, l’incremento dei prezzi dell’energia ha avuto anche altre conseguenze, di cui alcune del tutto inaspettate. Si tratta, innanzitutto, dell’impatto esercitato sull’economia mondiale dal quadruplicarsi dei prezzi del petrolio: quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi da più di quattro anni smentisce, infatti, il credo, abbracciato da più di trent’anni, per cui l’aumento dei prezzi del petrolio costituirebbe la causa principale o una delle cause principali dell’inflazione, nonché la principale minaccia o una delle principali minacce alla crescita economica mondiale.

Malgrado la nuova impennata dei prezzi del petrolio – che, del resto, è stata accompagnata, negli ultimi quattro anni, da un incremento straordinario, del 21,7%, degli scambi petroliferi internazionali –, i principali indicatori economici sono stati estremamente positivi. A partire dai tassi di crescita del PIL, che, invece di rallentare, come si temeva, sono più che raddoppiati, passando, a livello mondiale, dal 1,6-1,9% nel 2001/2002 al 4,3% nel 2005 e al 5,5% nel 2006. Per il 2007 e il 2008, le previsioni formulate prima della crisi dei crediti ipotecari negli Stati Uniti contavano su un tasso di crescita annuo del 5%. Non meno significativo è il fatto che i paesi “emergenti” e “in via di sviluppo”, considerati particolarmente vulnerabili all’aumento dei prezzi del petrolio, hanno registrato tassi di crescita che vanno dal 2,94% nel 2002 al 7,5% nel 2005 e al 8,1% nel 2006.

Altrettanto positivo, in questo contesto di forte crescita, è il controllo dell’inflazione. Nei paesi industrializzati importatori di petrolio, la crescita dei prezzi al consumo si è limitata al 2,3% nel 2005 e nel 2006, e si prevede che essa si ridurrà al 2 o al 2,1% nel 2007/2008, indicativamente gli stessi livelli registrati nel corso degli anni precedenti l’ultima impennata dei prezzi dell’energia. Un’analoga situazione si registra nei paesi emergenti, dove l’inflazione continua ad oscillare attorno al 5-6%.

Questo circolo virtuoso, costituito da una forte crescita economica, tassi d’interesse bassi o relativamente moderati ed assenza di tensioni inflazionistiche, è ben rispecchiato dall’aumento delle quotazioni borsistiche. A New York, il Dow Jones ha battuto nel luglio scorso – per la prima volta nei 111 anni della sua storia – il record assoluto di 14.000 punti, prima di ridursi, in seguito alla crisi dei crediti “subprime”, a 13.778,5 il 24 settembre, con un aumento, quindi, del 78,8% rispetto ai 7.710 punti del marzo 2003, alla vigilia dell’invasione dell’Iraq. In Europa, l’Euro Stock 50 è, nel frattempo, più che raddoppiato, passando da 2.034 a 4.370 punti.

Nuove cause d’insicurezza

Dall’ultima guerra in Iraq, nel marzo 2003, le preoccupazioni relative alla sicurezza energetica si sono significativamente aggravate e, ormai, non riguardano più soltanto le esportazioni del Medio Oriente, ma l’insieme del sistema mondiale di produzione, raffinazione e trasporto del petrolio e del gas naturale.

Questa situazione contraddice ciò che molti pensavano o speravano prima del marzo 2003, così come contraddice la sensazione che prevaleva all’indomani della guerra del Golfo del 1990/91 e della liberazione del Kuwait operata dagli Stati Uniti e dai loro alleati. All’epoca, James Schlesinger, ex Segretario di Stato americano per l’Energia e la Difesa, affermava, davanti al 15° Congresso del Consiglio Mondiale dell’Energia – tenutosi a Madrid nel settembre 1992 –, che, secondo gli alti responsabili dell’amministrazione Bush padre, “Ciò che il popolo americano ha imparato dalla guerra del Golfo è che è molto più facile e divertente andare a sculacciare le popolazioni del Medio Oriente che fare sacrifici per limitare la dipendenza dal petrolio importato”. Schlesinger aveva espresso il suo pensiero sottolineando come, con il crollo dell’URSS e la scomparsa della minaccia sovietica sui giacimenti del Medio Oriente, le preoccupazioni relative alla sicurezza degli approvvigionamenti si fossero in gran parte smorzate negli Stati Uniti e come il livello relativamente basso dei prezzi del petrolio, che contribuisce alla diminuzione della produzione nazionale e alla crescita delle importazioni, non costituisse più un vero motivo d’inquietudine.

Le cose sono molto cambiate negli ultimi cinque anni, con il moltiplicarsi delle minacce reali o potenziali che gravano sull’insieme della catena petrolifera. La prima e più evidente minaccia è rappresentata, al di là di ogni dubbio, dalla situazione caotica generatasi in uno dei maggiori paesi esportatori, l’Iraq, e la frequenza degli attentati e dei sabotaggi che hanno colpito gli impianti petroliferi del paese. Un altro motivo d’inquietudine risiede nel fatto che i prezzi, invece di abbassarsi come ci si sarebbe potuti attendere, sono enormemente aumentati, passando, per la media dei paesi dell’OPEP, da 24,36 dollari al barile nel 2002 a 61 dollari al barile nel 2006.

Il nuovo malessere, provocato da cause tra loro molto diverse – il terrorismo, l’impennata dei prezzi dell’energia, la saturazione delle capacità produttive e di raffinamento –, è alimentato anche da prospettive per il futuro scarsamente rassicuranti. Queste prospettive riguardano, innanzitutto, l’instabilità politica di molti grandi paesi esportatori di petrolio e la comparsa di una forma particolarmente virulenta di terrorismo internazionale, nonché l’accelerazione del ritmo con cui aumenta il fabbisogno mondiale di petrolio – tanto più che quest’accelerazione coincide con l’emergere di nuovi punti interrogativi sul volume reale delle riserve petrolifere e sulla data del Peak Oil. In altri termini, la questione, ormai, non consiste più soltanto nel sapere se le capacità possano essere sviluppate in tempo per soddisfare bisogni in rapida crescita, ma anche e soprattutto nel sapere per quanto tempo ancora e fino a che punto la produzione potrà essere aumentata.

Un’altra importante causa d’inquietudine deriva dal fatto che il declino della produzione nazionale negli Stati Uniti e, negli ultimi anni, in Europa occidentale è accompagnato da una rapida crescita del consumo, in queste e in altre regioni del mondo. Si registra, di conseguenza, un eccezionale incremento degli scambi di petrolio inter-regionali, che sono aumentati di 7,39 milioni di barili al giorno (+18,2%) nell’arco di appena cinque anni, passando da 40,72 mbg (milioni di barili al giorno) nel 1999 a 48,11 mbg nel 2004. Nei prossimi dieci anni, si prospetta un ulteriore aumento di 17 mbg, con scambi mondiali di petrolio stimati a 65 mbg nel 2015, circa il doppio dei 34,12 mbg dell’epoca del primo shock petrolifero del 1973.

In questo contesto, caratterizzato da un fabbisogno sempre più ampio di una risorsa che rischia di diventare sempre più rara, il maggior pericolo che minaccia la sicurezza risiede nella concorrenza e nel rischio di conflitti tra i principali consumatori. Gli Stati Uniti, i grandi paesi europei, la Cina, il Giappone e, recentemente, l’India e la Malesia si sono così lanciati in una nuova corsa al petrolio, con l’intento di affermarsi nei paesi detentori di riserve e controllare le vie terrestri e marittime che collegano i centri di produzione alle grandi zone di consumo.

Questa rivalità è ben illustrata dalle grandi manovre che si susseguono attorno alle vie di evacuazione del petrolio della regione del Caspio. Il nuovo oleodotto Baku-Tbilissi-Ceyhan (BTC), che, dalla fine di quest’anno, potrà trasportare il petrolio dell’Azerbaijan e, forse, del Kazakistan verso la costa mediterranea, passando per la Georgia, segna la fine dell’influenza russa sulle vie del petrolio del Caspio, sino ad ora trasportato attraverso la pipeline Atyrau-Samara e il terminal russo di Novorossisk.

Per rendere il più possibile sicuri questi approvvigionamenti, la Cina si è impegnata, da parte sua, in una strategia di ampio respiro, basata sullo sviluppo delle sue stesse fonti d’approvvigionamento all’estero, sulla costituzione di riserve strategiche di 90 giorni di consumo e sull’aumento dell’importanza del gas, che ha il vantaggio di esistere in Asia – lontano, quindi, dalle vie controllate dagli Stati Uniti. Uno scenario catastrofico, per la Cina, consisterebbe in un conflitto militare attorno a Taiwan, che provocherebbe lo scontro armato con gli Stati Uniti e spingerebbe la U.S. Navy a bloccare il passaggio di 12.000 Km che separa lo stretto di Hormuz dal golfo di Shangai.

Al di là delle preoccupazioni specifiche dell’uno o dell’altro paese, al di là delle sfide d’ordine tecnico ed ecologico, la nuova e più temibile minaccia che incombe sulla sicurezza energetica riguarda l’esaurimento delle riserve di petrolio a buon mercato e lo sviluppo in tempo utile di altre fonti d’energia. Dopo aver opposto, in seguito all’embargo arabo del 1973/74 e alla rivoluzione iraniana del 1979/80, i paesi esportatori ai paesi consumatori, il problema della sicurezza energetica è sempre più un problema di scarsità, che accentua le rivalità e aggrava il rischio di conflitti tra i principali paesi consumatori.

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