Nouhou Alhadji Bouba

Il petrolio nigeriano: una risorsa economica, politica, sociale [31/12/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

La Nigeria, con 140 milioni di abitanti, è il paese più popolato dell’Africa. Ed è uno dei maggiori produttori di petrolio di facile raffinazione (il Bonny Light): nel 1956, la scoperta del petrolio, da parte di Shell e British Petroleum, a Oloibiri (Stato di Bayelsa) ha conferito al Delta del Niger un ruolo strategico nel contesto locale ed internazionale. La Nigeria rappresenta, attualmente, il quinto produttore dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEP) e il dodicesimo produttore mondiale di greggio (2,443 milioni di barili al giorno) [1]: è opportuno, a questo punto, chiedersi in che modo la Nigeria utilizzi il petrolio che produce.

Il petrolio è servito a rafforzare l’autorità della giunta militare

Prima che la Nigeria diventasse indipendente, le risorse minerarie e il petrolio del paese appartenevano alla Corona britannica. Dalla conquista dell’indipendenza, ottenuta nel 1960, la compagnia Shell detiene il diritto di estrarre e vendere il petrolio nigeriano pagando una tassa che, tra il 1958 e il 1968, ha costituito il 20% degli introiti derivanti dalle esportazioni dello Stato federale [2].

Nel 1969, la giunta militare al potere promulga il Nigerian Petroleum Decree, che assegna allo Stato federale la proprietà e il controllo esclusivo del petrolio presente sul suo territorio. Accanto a Shell, altre compagnie – Mobil, Texaco, Gulf (Chevron), Agip, Esso e Elf – ottengono il permesso di cercare nuovi giacimenti. Diventata membro dell’OPEP nel 1970, la Nigeria si basa sulla risoluzione N° XVI.90, che incoraggia gli Stati a partecipare per il 51% alle compagnie petrolifere, e crea una compagnia petrolifera nazionale, la Nigerian National Oil Corporation (NNOC, 1971), che poi diventerà la Nigerian National Petroleum Company (NNPC). Parallelamente, un decreto d’indigenizzazione (The Indigenization of Foreign Enterprises Decree, 1972) obbliga le compagnie petrolifere straniere ad aprirsi alla NNPC e a reclutare mano d’opera locale, formata ed addestrata per sostituire i lavoratori stranieri. Nel 1979, la NNPC preleva una quota del 57% dalle compagnie di joint venture e dell’80% da Shell-BP.

La dipendenza dal petrolio inasprisce le lotte per il potere in seno allo Stato federale, dove si moltiplicano i colpi di Stato (28 anni di regime militare tra il 1966 e il 1999) e si diffonde la corruzione. Nella regione del Delta emerge, inoltre, una nuova élite: il 90% dei lavoratori impiegati nei siti petroliferi sono nigeriani. In assenza di risorse alternative – l’agricoltura e i servizi rappresentano soltanto, rispettivamente, il 24% e il 20% del PIL [3] –, lo Stato federale si affida alle rendite petrolifere per mantenere l’unità del paese, senza dipendere dal gettito fiscale proveniente dalla popolazione, ma, in tal modo, si diffondono, nel Delta del Niger, l’instabilità sociale e l’inquinamento.

Le rendite petrolifere servono a garantire la sicurezza del petrolio

Il numero delle regioni è fortemente aumentato: lo Stato federale, che comprendeva soltanto tre regioni nel 1960, include, nel 2001, 36 Stati. Il 70% della popolazione del Delta del Niger vive al di sotto della soglia di povertà [4]. Lo Stato federale ha drasticamente ridotto la percentuale degli introiti fiscali trasmessi alle regioni petrolifere, suscitando la frustrazione della popolazione locale, che non esita ad attaccare le compagnie petrolifere – prima fra tutte Shell, che sfrutta il 40% dei giacimenti onshore.

Nel 1998 sono state depositate contro Shell 500 denunce, di cui 352 riguardavano l’inquinamento causato dal petrolio [5]: nel febbraio 2004, il governo adotta una legge che estende il versamento del 13% anche alle rendite dei giacimenti offshore, fissando l’estensione del litorale a 200 miglia nautiche.

Il progetto di revisione della costituzione, presentato dall’attuale presidente Umaru Musa Yar’Adua, prevede di aumentare al 25% la parte del Delta del Niger nelle risorse rigenerate con il petrolio e di inasprire le procedure per l’elezione del presidente e dei governatori. Oggi, il petrolio costituisce il 95% degli introiti derivanti dalle esportazioni e l’80% delle entrate del paese, cioé, nel 2006, 34 miliardi di euro [6] la produzione di Shell, facendo perdere allo Stato federale circa 10 miliardi di dollari. Per il 2008, la Nigeria prevedeva di vendere ogni barile a 53,83 dollari e di produrre 2,45 milioni di barili al giorno: il ricavato, per lo Stato federale, supererebbe i 40 miliardi di dollari e potrebbe persino raddoppiare se il prezzo di ogni barile raggiungesse i 100 dollari. Come utilizzare questo denaro?

Gli introiti provenienti dal petrolio sono serviti per molto tempo, per più di 28 anni, a mantenere al potere la giunta militare. Nel settembre 2005, la Banca mondiale ha aiutato il governo federale a recuperare 700 milioni di dollari trasferiti da Sani Abacha e dai membri del suo entourage in banche svizzere. L’80% delle rendite petrolifere ha portato benefici soltanto all’1% della popolazione, che ha investito all’estero il 70% della sua fortuna, mentre i tre quarti dei nigeriani vivono con un dollaro al giorno [7].

Con la democratizzazione del paese, l’attuale governo intende triplicare, nel bilancio del 2008, il finanziamento della Commissione per lo Sviluppo del Delta del Niger (CDDN, 2000) portandolo a 600 milioni di dollari, contro i 200 milioni di dollari del 2007: si tratta del 20% del bilancio del 2008 – un aumento, quindi, del 6,5% rispetto al 2007 [8].

Washington, di cui la Nigeria è il quinto fornitore, conta di importare il 25% del petrolio africano e il Senato americano è ben consapevole della vitale importanza che riveste, per gli Stati Uniti, il Golfo di Guinea [9].

Bibliografia


Note

1. Fonti: Energy Information Administration (EIA), International Energy Annual (2000-2004), International Petroleum Monthly (2005-2006).

2. K. Omeje, The rentier state: oil-related legislation and conflict in the Nigeria Delta, in “Conflict, Security and Development”, University of London, Taylor and Francis Group, vol. 6, N°2, 2006, p. 216.]]. Il resto degli introiti proveniva dalle esportazioni agricole (olio di palma, cotone, arachidi, hevea e legno). Lo Stato federale si occupava, inoltre, di ripartire le rendite petrolifere: il 50% allo Stato e il 50% alle tre regioni di allora. Con la guerra del Biafra (1967/70), però, il governo federale rischiava di perdere il 75% delle risorse petrolifere[[K. Omeje, ibid.

3. Banca Mondiale, Rapport sur le développement dans le monde 2007.

4. “Review of African Political Economy”, N° 109, 2006, p. 397.

5. K. Omeje, op. cit.]]. Temendo l’esplosione della violenza, il governo di Sani Abacha adotta una legge, ripresa nella costituzione del 1999, che suddivide le rendite petrolifere come segue: il 48,50% al governo federale, il 24% agli Stati della federazione e il 20% alle autorità locali. Il governo federale, inoltre, s’impegna a versare il 13% della sua quota ad ogni Stato di cui viene sfruttato il petrolio, ma soltanto per i giacimenti onshore, mentre i giacimenti principali – di proprietà dello Stato federale – sono offshore. Così, le popolazioni del Delta chiedono che, nel calcolo del 13%, vengano considerate anche le rendite dei giacimenti offshore, ponendo, inoltre, il problema della difficile delimitazione del litorale di ciascuno Stato[[Akwa Ibom, Bayelsa, Cross-River, Delta, Lagos, Ogun, Ondo e Rivers State.

6. La malédiction de l’or noir, in “National Geographic”, febbraio 2007, p. 76.]]. Nel 2007, vendendo un barile a 40 dollari, la Nigeria progettava di incrementare il proprio budget del 20%, ma, tra il febbraio 2006 e il febbraio 2007, le violenze nel Delta hanno ridotto di un quinto[[United Nations Statistic Division, “Monthly Bulletin of Statistics”, N° 1034, vol. LXI, N°8, New York, agosto 2007, p. 89.

7. “Lettre du Continent”, N° 514, 22 marzo 2007, p. 6.

8. This Budget is for Ordinary Nigerian in “This Day”, 8 novembre 2007.]] –, mentre all’agricoltura e alle risorse idriche è riservato soltanto il 7% e all’istruzione il 13%. Quanto al debito estero, esso supera i 2 miliardi di dollari e l’indebitamento interno supera i 16 miliardi di dollari[[“This Day”, 8 novembre 2007, ibid.

9. “Géoéconomie”, N° 38, estate 2006, Dossier: Les guerres du pétrole, p. 29.

Sullo stesso argomento