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Le energie rinnovabili: un settore economico (quasi) come gli altri [06/01/2008]

Traduzione di Silvia Dotti

Novembre 2007. Negli Stati Uniti, i fondatori del motore di ricerca Google lanciano un progetto, battezzato REC, che scommette centinaia di migliaia di dollari sull’energia solare, geotermica ed eolica. In Francia, il gruppo energetico Suez spende 321 milioni di euro per acquistare la metà della Compagnie du Vent, società eolica con un fatturato di 11,3 milioni di euro. Questi esempi illustrano la forte tendenza ad intensificare gli investimenti nelle energie rinnovabili (ER): tra il 2005 e il 2006, i capitali investiti nel settore sono passati da 80 a 100 miliardi di dollari, di cui 70,9 destinati allo sviluppo d’imprese (l’esempio di Google) e 29,5 destinati a fusioni ed acquisizioni (l’esempio di Suez). Queste cifre, tratte da un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (PNUE) pubblicato nel giungo 2007, sono così commentate da uno degli autori: “Le energie rinnovabili rappresentano ormai, per gli investitori e le banche, un interesse commerciale”. In altre parole, le energie rinnovabili sono ormai direttamente confrontate ai vincoli del neoliberalismo. Domanda: con quali conseguenze?

I fattori che spiegano il recente entusiasmo per le ER sono ben noti. Alla fine degli anni Novanta, l’inquietudine per il riscaldamento climatico e i gas a effetto serra, la rarefazione delle energie fossili e la ricerca di un modello di “sviluppo sostenibile” hanno costituito un contesto favorevole. Parallelamente, numerosi Stati hanno ideato meccanismi con cui sostenere lo sviluppo delle diverse filiere: tariffe che incitano il riscatto dell’elettricità prodotta dalle centrali eoliche, fotovoltaiche o a biomassa; detrazioni fiscali; gare pubbliche d’appalto; ecc. Gli imprenditori più audaci si sono avventurati in questi nuovi e, quindi, rischiosi mercati. Alcuni sono falliti. Altri si sono arricchiti. Prudenti, i grandi gruppi dell’energia hanno aspettato ed osservato. Da un paio d’anni, essi hanno cominciato ad uscire dall’ombra, acquistando società, parchi eolici già operativi e migliaia di MW (Megawatt) progettati. In questo gioco, teso alla conquista delle “prede” migliori, i gruppi energetici concorrono con fondi pensione, fondi di capitale e di investimento, gruppi bancari e compagnie assicurative. L’ascesa di questi nuovi attori energetici e finanziari, attratti dalle prospettive economiche che offrono le energie rinnovabili, è agevolata da un fattore particolarmente evidente nel caso dell’eolico: l’esigenza di capitali elevati (settore capitalistico). Oggi, per costruire una centrale eolica da 20 MW, devono essere preventivati almeno 26 milioni di euro. I progetti sono più ambiziosi, i mulini a vento sono più potenti (alcuni raggiungono 5 o 6 MW) e più costosi. In breve, le società di piccole dimensioni non sono in grado di effettuare investimenti così cospicui. Inoltre, se si considera che alcuni imprenditori della prima ora sono ben contenti di rivendere a peso d’oro le loro quote, si capisce perché il settore delle energie rinnovabili si stia ultimamente concentrando nelle mani dei principali gruppi energetici e/o finanziari mondiali. Un’evoluzione gravida di conseguenze.

In primo luogo, l’accentramento del settore comporta l’applicazione della legge del più forte. I costruttori di mulini a vento preferiscono vendere cento macchine a un grosso cliente attivo nel settore dell’elettricità in base ad un contratto-quadro che vendere cento macchine a dieci clienti medi. Questi ultimi, dovendo fronteggiare l’attuale scarsità di mulini a vento, dovranno pazientare qualche mese in più…Da qui derivano i ritardi nello sviluppo di alcune regioni o di alcuni paesi, e le conseguenti disuguaglianze.

In secondo luogo, per una multinazionale le energie rinnovabili rappresentano soltanto una piccola parte dell’attività complessiva. Per ragioni di strategia globale, le multinazionali possono decidere di ridurre gli investimenti in una filiera e di aumentarli in un’altra. Non c’è modo, oggi, di sapere come saranno riorganizzate le attività nel settore del rinnovabile di Gaz de France-Suez, se la prevista fusione tra i due gruppi energetici francesi si dovesse realizzare. E non c’è modo di sapere quale importanza le imprese accorderanno alle energie rinnovabili quando i prezzi d’acquisto non saranno più regolamentati (tra 15 o 20 anni, o anche prima se le leggi dovessero cambiare). Tutto dipenderà dalla domanda d’elettricità “verde”, prodotta a partire da energie rinnovabili.

L’affermazione delle multinazionali dell’energia pone un terzo problema. Non è raro che, nell’ambito di uno stesso gruppo, alle energie rinnovabili – considerate energie pulite –, si affianchino attività problematiche dal punto di vista ambientale, come il nucleare (Alstom, Areva, General Electric e Suez hanno tutte investito nelle energie rinnovabili) o gli idrocarburi (ad esempio Total e ENI).

In quarto luogo, le imprese attive nel settore delle energie rinnovabili tendono a diventare dipendenti da logiche finanziarie pure. Ad esempio, quando la società energetica tedesca RWE annuncia la creazione, il 1 febbraio 2008, di una filiale del rinnovabile – RWE Innogy –, precisa anche che essa “sarà sottoposta alle stesse esigenze di redditività delle altre attività del gruppo”. I progetti, quindi, non vengono selezionati in base ai vantaggi ecologici che offrono, ma in funzione del TRI (tasso di redditività interna) previsto. Questa tendenza è particolarmente accentuata per le imprese quotate in borsa: è il caso della maggior parte delle multinazionali dell’energia, ma anche di decine di società di medie dimensioni, che si basano proprio sulle ER e che hanno optato per la quotazione in borsa al fine di reperire capitali. Attualmente, in questo settore le azioni presentano un buon andamento, ma il loro corso può precipitare anche per motivi indipendenti dalla reale situazione delle imprese. A questo rischio borsistico si aggiunge il rischio di “bolla verde” prospettato da alcuni economisti, per cui la borsa continuerà ad essere positivamente stimolata dal settore delle ER solo per qualche altro anno, ma, prima o poi, finirà per sprofondare.

L’insieme di tutti questi fattori aggrava le disuguaglianze esistenti tra i paesi che dispongono delle risorse necessarie per sviluppare al proprio interno le energie rinnovabili e quelli che ne sono privi. Gli Stati Uniti prolungano gli incentivi fiscali per i parchi eolici? I gruppi statali cinesi investono a loro volta in questo settore? Tutte le imprese vi prenderanno parte! In compenso, nessuno costruisce parchi eolici in Africa centrale. Alcuni strumenti prediposti nell’ambito del Protocollo di Kyoto potrebbero ribaltare la situazione, come il Meccanismo di Sviluppo Pulito (MDP), che incita le imprese dei paesi industrializzati a investire in attività che riducano le emissioni di gas a effetto serra nei paesi in via di sviluppo. Ma non è quello che sta accadendo oggi. Uno studio della Commissione Mediterranea per lo Sviluppo Sostenibile, risalente al maggio 2006, constata che “gli investitori sono attratti da ritorni sugli investimenti i più elevati possibile e, quindi, da prezzi competitivi, contenuti rischi finanziari e minime barriere commerciali. (…) Di conseguenza, i progetti MDP si orientano massicciamente verso un numero limitato di paesi, soprattutto l’India, il Brasile e la Cina. L’Africa e, in misura minore, il Mediterraneo ne beneficiano molto meno”.

Le imprese attive nel settore delle energie rinnovabili – vulnerabili di fronte alla borsa e agli azionisti finanziari, dipendenti dalle strategie delle multinazionali, creatrici di disuguaglianza tra i vari paesi – si sono già perfettamente integrate nell’economia neoliberale, ma questo non impedisce loro di continuare a svilupparsi grazie, in gran parte, all’attivo sostegno di governi desiderosi di proteggere il pianeta. Ma che cosa offrono in cambio queste imprese?

Bibliografia

  • Bell, R., La bulle verte ; la ruée vers l’or des énergies renouvelables, Paris, Scali, 2007.

Sitografia

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