Figini Paolo

Energia e democrazia: una prospettiva economica [20/06/2008]

Traduzione di Paola Rudan

Il problema è che il buon Dio non pensa che le riserve di petrolio e gas siano adatte ai governi democratici. 
Dick Cheney, intervista al “Washington Post”, 30 luglio 2000.

 

Introduzione

Il rapporto tra riserve energetiche e democrazia o, in termini più generali, tra risorse naturali e istituzioni politiche è una delle questioni più dibattute nell’ambito delle scienze sociali. Una questione che fa da punto di congiunzione tra due comunità di ricerca, che, spesso, adottano diversi assunti, diversi modelli interpretativi, diverse metodologie: quella degli economisti e quella degli scienziati politici. Né gli economisti né gli scienziati politici sarebbero però d’accordo con l’affermazione di Cheney appena citata. Anche quando sia supportata dai dati, la presunta incompatibilità tra risorse energetiche e istituzioni democratiche non può essere imputata a un’oscura volontà divina, né può essere considerata una mera coincidenza. Devono esserci ragioni di carattere politico ed economico.

Con questo saggio si intende proporre una sintetica mappatura delle principali argomentazioni teoriche e indagini empiriche proposte dalla letteratura [1], mettendone in luce i limiti o indicando alcuni dei percorsi che possono essere seguiti per rafforzarne i risultati. Nella prossima parte saranno passati in rassegna il cosiddetto discorso della "maledizione delle risorse naturali", le prove invocate per supportarlo e i modelli proposti per darne ragione. Dal momento che si suppone che la qualità delle istituzioni sia uno dei principali canali attraverso cui funziona la maledizione delle risorse, la terza parte di questo saggio si concentrerà proprio sul rapporto tra risorse energetiche e democrazia.

La maledizione delle risorse naturali

Sachs e Warner (1995 e 2001) hanno concentrato la loro indagine sul rapporto tra le risorse naturali di un paese e la sua prestazione economica. Nonostante la loro intuizione iniziale, con riferimento al secondo dopoguerra hanno dimostrato l’esistenza di un rapporto negativo tra i due fattori: i paesi con abbondanza di risorse hanno goduto di un tasso di crescita minore rispetto ai paesi poveri di risorse. Di conseguenza, la loro ipotesi è che le risorse non siano tanto una benedizione per lo sviluppo economico quanto, piuttosto, una maledizione, che limita la crescita e il progresso socio-economico. A partire dal loro saggio seminale del 1995, questi risultati sono stati discussi da un’ampia letteratura. Secondo Cabrales e Hauk (2007), la dimostrazione empirica – in qualche modo debole e non priva di rischi – può essere sintetizzata nei cinque fatti indicati qui di seguito:

  • Fatto 1 – i paesi ricchi di risorse naturali crescono in media più lentamente rispetto a quelli poveri di risorse (l’argomento della maledizione delle risorse naturali). Tuttavia, ci sono alcuni paesi ricchi di risorse che sono cresciuti molto velocemente e per i quali le risorse naturali sono, al contrario, una benedizione. Questo fa sì che:
  • Fatto 2 – la prova non confermi un effetto unico delle risorse sullo sviluppo/crescita (vedi Robinson et al, 2006). L’analisi teorica ed empirica si è allora focalizzata sulle ragioni per cui le risorse naturali sono una benedizione in alcuni paesi e una maledizione in altri. I fallimenti politici sono stati identificati come le cause principali:
  • Fatto 3 – la qualità delle istituzioni è un fattore decisivo nel determinare se le risorse naturali siano una benedizione o una maledizione (vedi Mahlum, Moene e Torvik, 2006). I risultati empirici suggeriscono anche una causalità inversa:
  • Fatto 4 – le risorse naturali hanno proprietà antidemocratiche: la ricchezza di petrolio e minerali tende a rendere i paesi meno democratici (vedi Ross, 2001) e
  • Fatto 5 – molte rivoluzioni sono legate alle rendite derivate dalle risorse naturali (vedi Collier e Hoeffler, 1998 e 2005).

Cosa spiega la maledizione? Come affermano chiaramente Sachs e Warner (2001, p. 833), “la maggior parte delle risposte correnti hanno una logica spiazzante. Le risorse naturali tagliano fuori l’attività x. L’attività x traina la crescita, quindi le risorse naturali danneggiano la crescita”. Gyfason (2001) elenca quattro diversi canali di trasmissione “x” che sono stati usati per spiegare in che modo l’abbondanza di risorse determina basse prestazioni economiche. In primo luogo, un boom di risorse naturali (come la scoperta di un nuovo bacino petrolifero), con i suoi potenti effetti sulle esportazioni, porta a una sopravvalutazione della valuta nazionale. Nello stesso tempo, il grande afflusso di entrate nel paese incoraggia la domanda interna e avvia pressioni inflazionistiche, particolarmente per i beni non commerciali. Entrambi i fenomeni tagliano fuori i settori commerciali, nei quali i profitti si riducono perché le vendite avvengono a prezzi internazionali dati, danneggiando, così, lo sviluppo complessivo del paese. Questa spirale stagflazionaria negativa è la cosiddetta “malattia olandese” [2].

In secondo luogo, i paesi che si appoggiano sulle proprie risorse naturali possono, inavvertitamente o deliberatamente, non investire in risorse umane. Dal momento che, nelle economie contemporanee, queste rappresentano il carburante principale di una crescita sostenuta, i paesi ricchi di risorse naturali si trovano imprigionati nella trappola della povertà. In terzo luogo, come generalizzazione dell’argomento precedente, l’abbondanza di risorse naturali può dare ai cittadini e ai governi un falso senso di sicurezza, determinando la non-implementazione di politiche economiche efficienti, che incrementino la crescita [3]. Detto nei termini usati da Gylfason (2001, p. 85), “i genitori ricchi a volte rovinano i propri figli. Madre natura non fa eccezione”.

Queste tre teorie mettono in luce la mancanza di politiche economiche, o la loro inefficacia. C’è, tuttavia, una quarta spiegazione, che si concentra sull’interazione tra risorse naturali e la “qualità delle istituzioni”. Secondo Robinson et al. (2006) e Mehlum et al. (2006), l’impatto delle risorse sulla crescita dipende in modo cruciale dalla qualità delle istituzioni politiche e, in particolare, dal livello di corruzione del settore pubblico. Mehlum et al. mostrano che le differenze in termini di crescita economica tra i paesi ricchi di risorse è dovuta al modo in cui sono distribuite le rendite. Alcuni pesi hanno istituzioni che favoriscono i produttori e il reinvestimento delle rendite, mentre altri hanno istituzioni che, “arraffando amichevolmente”, deviano le scarse risorse imprenditoriali e umane, alla ricerca di una rendita del tutto improduttiva. Di conseguenza, l’abbondanza di risorse naturali si rivela, per un paese, una maledizione o una benedizione a seconda della qualità delle sue istituzioni.

Tuttavia, in questo quarto modello emerge un problema di endogenità, e anche la causalità inversa deve essere presa in considerazione: l’abbondanza di risorse può condurre governi e produttori a implementare la ricerca di rendita, portando, così, alla corruzione e a “istituzioni che arraffano amichevolmente”. In casi estremi, per evitare la redistribuzione della ricchezza prodotta, la ricerca di rendita può assumere la forma di governi autoritari. Questo legame causale che va dalle risorse alla democrazia, che potrebbe essere chiamato “maledizione politica delle risorse naturali”, sarà affrontato nella prossima sezione.

Come la teoria, anche l’analisi empirica unisce i risultati di due diversi filoni di ricerca. Il primo comprende l’ampissima letteratura sulla crescita endogena degli ultimi vent’anni, che ha continuato a indagare i principali motori della crescita economica. È noto che il livello di capitale umano (e dunque l’entità degli investimenti nella formazione) e la qualità delle istituzioni sono due delle più importanti variabili in gioco (per una mappatura di quest’ultima questione si rimanda a Persson e Tabellini, 2006). Non c’è ragione, dunque, di dubitare del legame “x/crescita” descritto sopra.

Il secondo, più specifico, filone della letteratura cerca di valutare la validità del legame tra le risorse naturali e il canale di trasmissione “x” proposto di volta in volta. Tra gli altri, Stijns (2003) Hausmann e Rigobon (2003), Sachs e Warner (2001) hanno individuato (deboli) prove relative all’effetto della “malattia olandese”. Gylfason (2001) mostra che il capitale naturale taglia fuori il capitale umano, rallentando il ritmo dello sviluppo economico. Tuttavia, Bravo-Ortega e De Gregorio (2006) sottolineano che tale legame non è lineare: l’effetto negativo delle risorse sulla crescita può essere bilanciato da alti livelli di istruzione, facendo dell’abbondanza di risorse naturali una benedizione per i paesi che godono di un alto livello di capitale umano. Quest’ultimo risultato può spiegare le prestazioni di paesi come la Norvegia.

Recentemente, è stata posta un’enfasi sempre maggiore sull’effetto della “qualità delle istituzioni”. Il saggio seminale di Sachs e Warner (1995), pur considerando il meccanismo specifico che traduce l’abbondanza di risorse in un deterioramento della qualità istituzionale, lo liquida come empiricamente irrilevante. Al contrario, Torvik (2002) riesce a dimostrare che le risorse naturali incrementano l’attività di ricerca di rendita, danneggiando, quindi, la crescita. Questo canale di trasmissione introduce un campo di ricerca più prettamente politico, che ha a che fare con l’effetto causale dell’abbondanza di risorse naturali sulla democrazia cui si è fatto accenno. C’è una “maledizione politica delle risorse naturali”? È questa la domanda che sarà sviluppata nella prossima sezione.

Il petrolio ostacola la democrazia?

Il petrolio ostacola la democrazia? è il titolo di un influente saggio di Michael Ross (2001). La sua prospettiva si distingue dalla letteratura analizzata nella sezione precedente almeno per due ragioni. In primo luogo, dal momento che Ross è uno scienziato politico e non un economista, egli non guarda all’interazione tra risorse e istituzioni nel determinare la prestazione economica di un paese, ma concentra la propria attenzione sul rapporto tra risorse naturali (prima di tutto energetiche) e democrazia. In secondo luogo, egli cerca di individuare delle prove da confrontare con le diverse teorie articolate per dare ragione di quel rapporto. Secondo Ross, e coerentemente con quanto affermato nella sezione precedente, queste teorie possono essere divise in due categorie: quelle che suggeriscono che la ricchezza prodotta dal petrolio porti i governi a ridimensionare il loro intervento di promozione dello sviluppo economico (attraverso politiche educative inefficaci, corruzione, ecc.) e quelle che suggeriscono che la ricchezza generata dal petrolio renda i paesi meno democratici; a partire dalla riflessione di Ross, seguiremo ora questa seconda linea di ricerca.

In secondo luogo, la sua analisi si sviluppa a ridosso di due dimensioni distinte: da una parte, quella geografica, rispetto alla quale cerca di verificare se non vi sia un nesso causale tra la prestazione (non) democratica di particolari gruppi di paesi e le loro specifiche caratteristiche culturali e storiche (come, ad esempio, il Medio Oriente e la sua cultura islamica); dall’altra, la dimensione settoriale, con la stima degli effetti generati dai diversi tipi di risorse primarie.

Ross individua tre meccanismi causali fondamentali che possono spiegare il legame tra ricchezza di risorse energetiche e governo autoritario: l’effetto rendita, l’effetto di repressione e l’effetto di modernizzazione, che sarà opportuno spiegare brevemente.

  • L’effetto rendita. I paesi ricchi di gas, petrolio o altre risorse naturali traggono molte delle proprie entrate da tasse sui bolli, sui diritti o sulle esportazioni. Queste attività orientate alla ricerca di rendita possono essere destinate a un alleggerimento della pressione fiscale, che, altrimenti, potrebbe determinare una richiesta di maggiore responsabilità. Questo può verificarsi in tre modi. In primo luogo, attraverso un effetto tassazione. Dal momento che i governi traggono sufficienti entrate dal petrolio o da altre risorse, non hanno bisogno di imporre budget rigidi e/o tasse pesanti sui cittadini e, in questo modo, ridimensionano il controllo sull’attività di governo e rendono la pacificazione fiscale più efficace. In secondo luogo, attraverso un effetto spesa, per cui le entrate derivate dal petrolio possono essere (almeno parzialmente) usate per spese generali e per il patronato, in modo da attenuare le latenti pressioni per la democratizzazione. In terzo luogo, attraverso un effetto di formazione di gruppo: i governi possono usare il loro denaro per corrompere o prevenire la formazione di gruppi sociali indipendenti, che potrebbero tendere alla rivendicazione di diritti politici.
  • L’effetto di repressione. Questa storia (dal carattere marcatamente politico) si sviluppa come segue: la ricchezza generata dal petrolio può indurre i governi a spendere di più per la sicurezza interna, bloccando, così, le aspirazioni democratiche della popolazione. A un governo che abbia più denaro a disposizione costa meno essere autoritario, per evitare di condividere la propria rendita con la popolazione. Questa tesi trova corrispondenza nei risultati raggiunti da Collier e Hoeffler (1998), secondo i quali l’abbondanza di risorse naturali aumenta la probabilità di guerre civili, dal momento che il beneficio atteso dalla vittoria è più alto per i diversi azionisti (governi, opposizioni, partiti politici, gruppi etnici, oligarchie).
  • L’effetto di modernizzazione. La democrazia deriva da un insieme di cambiamenti politici ed economici che includono la specializzazione occupazionale, l’urbanizzazione e alti livelli di istruzione. Nessuno di questi cambiamenti si verifica facilmente in un paese caratterizzato dall’abbondanza di risorse: la forza lavoro è intrappolata nel settore energetico e non si sposta verso quello manifatturiero e dei servizi, i cittadini non sono costretti a muoversi verso le città e il fatto che non vi siano necessità economiche riduce lo sforzo di investire in capitale umano. Come effetto collaterale, è noto che la pressione democratica è inferiore quando ci sono cittadini meno istruiti e l’effetto, dunque, si rafforza.

I risultati dell’analisi empirica di Ross sono coerenti con la teoria e possono essere sintetizzati come segue: in primo luogo, il petrolio e gli altri combustibili fossili (gas, carbone) danneggiano la democrazia. In secondo luogo, le risorse energetiche la inibiscono nei paesi poveri, mentre nei paesi ricchi questo legame non è statisticamente rilevante. In terzo luogo, questo legame non è una caratteristica esclusiva dell’Estremo Oriente, ma risulta valido a livello globale. In quarto luogo, tutte le risorse, comprese le ricchezze che non derivano dai combustibili fossili, ostacolano la democrazia. In quinto luogo, i canali presentati sopra, ovvero l’effetto rendita, l’effetto di repressione e quello di modernizzazione, sono supportati solo da una debole dimostrazione.

Discussione

Per concludere questa breve rassegna, non solo la ricchezza di risorse riduce la crescita economica, ma rappresenta anche una maledizione, nel momento in cui ostacola le istituzioni democratiche. Così, la trappola delle risorse naturali ha tanto una dimensione politica quanto una dimensione economica.

Finora, i risultati raggiungi da questo filone della letteratura non sono particolarmente robusti e molte strade possono essere ancora esplorate. Rispetto alla teoria, l’alto numero delle variabili in gioco e le loro complesse interazioni richiedono un’analisi più approfondita. Il saggio di Cabrales e Hauk (2007) compie un passo deciso in questa direzione. Come suggerisce Brunnschweiler (2007), dal punto di vista empirico vi sono molti limiti, tanto metodologici quanto relativi ai dati. Per quanto riguarda i dati, si è denunciato il fatto che le risorse naturali non sono misurate in modo appropriato: molti dei saggi presi in considerazione usano il tasso di esportazioni sul PIL come indice dell’abbondanza di risorse. Ci sono diversi limiti a questo tipo di misurazione: in primo luogo, si manifestano degli errori nel momento in cui il PIL è modificato da un cambiamento nella performance delle esportazioni; in secondo luogo, le esportazioni tengono conto del flusso di risorse che escono dal paese, non dello stock di risorse disponibili (l’abbondanza) né del valore presente di quello stock (la ricchezza). Le analisi empiriche dovrebbero tenere conto di questa discrepanza a livello teorico; in terzo luogo, molti saggi identificano le risorse naturali con l’intero settore primario, altri selezionano il settore minerario, altri il settore minerario-combustibile. Nonostante si affermi che i risultati reggono di fronte alla selezione di ciascuna di queste misure (Sachs e Warner, 2001), la letteratura dovrebbe concentrarsi di più sul settore energetico, dal momento che la maggior parte del lavoro teorico riguarda la ricerca di rendite legata ai combustibili o, più in generale, l’abbondanza dei minerali che, come il rame e il silicio, contribuiscono in modo significativo alla produzione contemporanea [4].

Una seconda critica riguarda la metodologia econometrica adottata: la maggior parte dei lavori sulla maledizione delle risorse naturali usano una regressione trasversale per paesi. Tuttavia, dal momento che i modelli teorici descrivono meccanismi relativi agli effetti dinamici all’interno del paese considerato, dovrebbero essere utilizzate tecniche di monitoraggio (ad esempio effetti fissi o casuali, la stima Arellano-Bond). Il processo dinamico è particolarmente importante nella storia relativa all’energia e alla democrazia, per la quale la scoperta di risorse naturali conduce, dopo un certo tempo, al detrimento della democrazia e al peggioramento della qualità delle istituzioni. Ross (2001) va in questa direzione, usando un insieme di dati relativi alle serie temporali per sezioni trasversali; tuttavia, si potrebbe fare qualcosa di più da questo punto di vista.

Un’ultima parola può essere spesa sulla democrazia, un concetto così complesso da misurare. Nonostante questa sia una critica generale a tutte le ricerche empiriche sulla qualità delle istituzioni, i diversi indicatori usati per valutare la democrazia, la corruzione o la qualità delle istituzioni hanno molti limiti, e non si fanno carico in modo appropriato delle caratteristiche multidimensionali di questo concetto.

Questi limiti, tuttavia, sono anche la forza di questo campo di ricerca: il legame tra risorse energetiche, crescita e democrazia presenta ancora molti aspetti, peculiarità e, forse, anche sorprese, che devono essere scoperti e correttamente affrontati dai ricercatori.

Bibliografia


Note

1. Lungi dall’essere esaustiva, questa rassegna si concentra principalmente sulla letteratura economica prodotta negli ultimi 10-15 anni. Per una prospettiva più affine alla scienza politica si veda Ross (2001) e la bibliografia ivi citata.

2. Questa teoria economica si è sviluppata dopo la scoperta di gas naturali nei Paesi Bassi, negli anni ’60. Essa spiega l’apparente relazione tra lo sfruttamento delle risorse naturali e il declino del settore manifatturiero.

3. Come effetto collaterale, è stata indicata anche una maggiore volatilità dei prezzi dei beni primari rispetto a quelli dei prodotti manifatturieri. Questo rende difficile, per i paesi che si specializzano nell’esportazione di beni primari, la possibilità di pianificare le loro economie (Lal, 1985).

4. Usando strumenti più evoluti per la misurazione della dotazione di risorse, tecniche econometriche più precise e un’analisi più sofisticata, Brunnschweiler (2007) mette in luce una relazione positiva tra le risorse naturali e la crescita economica, contraria all’ipotesi della maledizione delle risorse. Si veda anche Stijns (2005).

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