Francese Cristiano

Le risorse di idrocarburi nella politica estera e interna della Russia [23/06/2008]

Traduzione di Paola Rudan

Per le riserve di gas, stimate al 27% del totale delle riserve mondiali e pari a 48 trilioni di metri cubi (Tcm), la Russia è al primo posto nel mondo. È il primo produttore mondale di gas, ed è destinata a diventarne il primo e più importante esportatore. Le riserve di gas russe si trovano nella Siberia occidentale (77%), nella regione degli Urali e del Volga (8%), nella Siberia orientale (3%) e nel cosiddetto Estremo Oriente russo (3%). Si stima che le risorse off-shore costituiscano un ulteriore 8% di riserve potenziali.

 

Le riserve di petrolio e gas in Russia

Attualmente, il 90% della produzione russa proviene dai giacimenti di gas della Siberia occidentale, che costituiranno la maggior parte della produzione russa nel medio e lungo periodo [1].

Tuttavia, la produzione russa di gas ha già raggiunto il picco di 599,6 Mmc nel 1991 [2]. La produzione di Gazprom sarà messa ulteriormente sotto pressione nel medio periodo, dal momento che tanto la domanda interna quanto quella estera sono destinate a crescere. Sarà dunque estremamente difficile, per il governo russo (e per Gazprom), raggiungere il livello della domanda e un equilibrio nella fornitura interna di energia.

Per concludere, la produzione russa di gas potrebbe ridursi sensibilmente a partire dal 2010. Le riserve di gas sono certamente disponibili in Russia, ma c’è un’urgente necessità di aprire nuovi giacimenti [3].

La politica energetica russa

Al momento dell’elezione alla presidenza della federazione russa, nel 2000, Vladimir Putin aveva già stabilito una politica relativa alle risorse energetiche russe. Putin ha infatti scritto una tesi di dottorato presso l’Istituto Minerario di S. Pietroburgo, nel gennaio 1999, nella quale afferma che le risorse energetiche devono costituire una garanzia per il futuro sviluppo economico della Russia e essere, nello stesso tempo, lo strumento con cui rafforzarne la posizione geopolitica nel mondo [4].

Putin condivide questa prospettiva con un gruppo di uomini e colleghi. I membri di questo gruppo sono comunemente chiamati siloviki. Hanno un background simile, si tratta generalmente di militari o personale dei servizi segreti (ex KGB) e condividono la stessa ideologia. Sono nazionalisti e determinati a rafforzare l’autorità dello Stato contro ogni potenziale nemico, tanto straniero quanto interno, e rigettano il pluralismo nella società civile. Le risorse energetiche devono rappresentare una fonte di potere per lo Stato e il mezzo per espandere l’influenza politica ed economica della Russia verso l’esterno. Putin e la nuova amministrazione, controllata dai siloviki, potrebbero, allora, facilmente estendere il controllo statale all’intero settore energetico avendo alle spalle questa ideologia di supporto [5].

Il controllo statale del settore del gas era già assicurato dal monopolio di Gazprom. Sin dai primi anni dell’amministrazione Putin, i siloviki non hanno fatto altro che infiltrarsi nel monopolista russo, assumendone il controllo. Una mossa che, da sola, ha permesso loro di acquisire il controllo dell’intera economia russa e dell’intera rete dei gasdotti. Tanto le manifatture quanto le industrie, infatti, dipendono dal gas a basso prezzo (i prezzi controllati, spesso, sono inferiori al costo marginale di produzione) che il governo continua a garantire. Di conseguenza, il governo può controllare l’inflazione e permettere alla popolazione povera delle regioni fredde di sopravvivere durante l’inverno. Ma il controllo di Gazprom mette il governo nelle condizioni di determinare l’intera economia russa, dal momento che l’esportazione di gas rappresenta il 7% del PIL e il 14% delle entrate del governo [6].

Tuttavia, come si è detto, la produzione di Gazprom non è in grado di soddisfare né la domanda interna né quella estera. Di conseguenza, il governo russo deve trovare risorse addizionali, rispetto alla produzione di Gazprom, per onorare i suoi impegni esteri e interni. Attualmente, altre compagnie sono di fatto coinvolte nella produzione di gas in Russia. Vengono generalmente identificate come “produttori indipendenti” e sono solitamente molto più efficienti di Gazprom. Il Cremlino conta, perciò, sulla loro produzione per soddisfare la domanda interna. Controllando la rete dei gasdotti e i prezzi interni (agendo, in questo caso, come un monopolista), il governo può, così, determinare la quota del mercato interno destinata a questi produttori, cui non è consentito accedere al mercato delle esportazioni. I profitti, per loro, sono comunque limitati, dal momento che i prezzi interni sono soggetti a regolamentazione. Al tempo stesso, Gazprom esporta il proprio gas sul mercato europeo, dove i prezzi sono più alti. È stato questo meccanismo che ha permesso a Gazprom di trarre maggiori profitti dalle proprie esportazioni e, allo stesso tempo, di far fronte alla propria produzione decrescente, soddisfacendo la domanda interna e mantenendo il monopolio delle esportazioni [7].

Tuttavia, le riserve dei produttori indipendenti saranno sufficienti per supplire al gas deficit che Gazprom sta già sperimentando solo fino al 2010. In altre parole, possono garantire l’equilibrio interno solo nel breve periodo. È, quindi, inevitabile che Gazprom cerchi delle vie alternative per soddisfare le proprie esigenze interne e di esportazione (ed è necessario ricordare il ruolo che i profitti provenienti dal settore del gas svolgono nel budget dello Stato). Queste vie alternative erano già state tracciate prima del collasso dell’URSS. Le ex repubbliche sovietiche, infatti, hanno collegato i propri gasdotti a quelli russi, che, nello stesso tempo, sono gli unici diretti verso i mercati esteri dell’Unione Europea. Dal momento che gli Stati dell’Asia centrale dipendono dall’esportazione di idrocarburi tanto quanto la Russia, il loro sviluppo economico è completamente dipendente dalla volontà del Cremlino, che è nella condizione di interrompere le loro esportazioni e le loro entrate.

Per il Cremino, quindi, è stato facile fare della Russia un transito obbligato per il gas proveniente dall’Asia centrale e diretto verso l’Europa. Gazprom compra il gas dell’Asia centrale a un prezzo inferiore e può venderlo sui mercati europei a un prezzo maggiore, realizzando un profitto considerevole per le casse dello Stato. Inoltre, questo meccanismo permette alla Russia di preservare il proprio gas per le esportazioni future. La Russia ha firmato molti accordi con gli Stati dell’Asia centrale per lo sviluppo delle loro riserve di idrocarburi. I produttori indipendenti e gli Stati dell’Asia centrale svolgono, di conseguenza, un ruolo chiave nella strategia monopolistica di Gazprom e permettono al Cremlino di progettare un’espansione sia politica sia economica verso l’esterno. Il Cremlino ha ottenuto il pieno controllo dell’esportazione e della produzione, come affermato da Putin nella sua dissertazione. Tuttavia, il problema di sviluppare nuovi, giganteschi giacimenti, capaci di sostenere per decenni la produzione russa, e il problema di mantenere il sistema dei gasdotti devono essere ancora risolti [8].

Anche il settore petrolifero è stato riorganizzato, per conformarlo alla nuova ideologia del Cremlino [9].

Esportazione di gas e gasdotti

Le esportazioni di gas sono una parte cruciale della politica energetica della Russia, dal momento che costituiscono una porzione davvero ampia delle entrate statali provenienti dalle esportazioni [10]. In primo luogo, il gas può essere venduto con profitto solo sui mercati stranieri (europei), perché i prezzi, in Russia, sono regolamenti e sono troppo bassi per consentire a Gazprom di trarre profitto dal mercato interno. In secondo luogo, coerentemente con la nuova ideologia del Cremlino, le esportazioni di gas devono essere usate per espandere l’influenza russa verso l’esterno. È facile, allora, comprendere perché Mosca cerchi di controllare il sistema dei gasdotti attraverso cui viene esportato il gas. I siloviki hanno gradualmente messo se stessi e lo Stato nella condizione di assumere il controllo di ogni attività economica o politica che possa influenzare le risorse strategiche, come il petrolio e il gas. Il controllo dei gasdotti è uno dei più importanti aspetti di questo processo.

Le tradizionali rotte di transito del gas proveniente dalla Russia sono l’Ucraina e la Bielorussia. L’Ucraina rappresenta il primo e più importante dei “paesi di transito”. Circa l’85% del gas diretto in Europa passa per il suo territorio [11]. Recentemente, alcuni problemi nei rapporti tra la Russia e l’Ucraina e tra la Russia e la Bielorussia, oltre alla necessità di stabilire un controllo completo sulle esportazioni, hanno convinto il Cremlino a cercare rotte alternative, per esportare il gas verso il mercato europeo senza attraversare territori stranieri. Ci sono due rotte alternative per la Russia, ed entrambe trovano, in Europa, sostenitori e oppositori. La prima di queste rotte è la cosiddetta North European Pipeline (NEP).

Si tratta di una linea che va dalla costa baltica della Russia alla regione tedesca di Greifswald, attraversando il fondale del Mar Baltico per 1.200 Km, con una capacità pianificata di 27,5 Mmm [12].

Il secondo progetto di gasdotto finanziato da Gazprom è la cosiddetta South European Gas Pipeline (SEGP), ancora in fase di studio e del quale non è ancora stata stabilita con esattezza la rotta. Parallela alla NEP, la SEGP dovrebbe essere connessa al Blue Stream (che già trasporta il gas russo sotto il Mar Nero, verso la Turchia) per portare il gas direttamente alla Romania, alla Bulgaria e, dunque, al resto dell’Europa orientale. L’Ungheria potrebbe diventare il punto d’arrivo del gas russo nell’Europa centrale, prendendo il posto della Repubblica Ceca [13].

Inoltre, la SEGP, connesso al Blue Stream, ha una rilevanza strategica peculiare nell’espansione russa verso ovest, nella prospettiva di bloccare il gasdotto concorrente Nabucco. Quest’ultimo è stato proposto nel 2002 e sostenuto dalla Commissione Europea come fonte di gas alternativa a quella russa [14]. Promuovendo e costruendo la SEGP, che è più economica e può essere costruita più rapidamente del Nabucco (che attraversa diversi paesi), Gazprom mira a rendere il progetto rivale di scarso profitto, considerando che entrambi i progetti sono rivolti allo stesso mercato. Gli investitori dovrebbero essere, allora, scoraggiati dal promuovere un progetto con una rendita di mercato incerta e alti costi. Dal momento che coinvolge un gruppo minore di Stati ed è finanziata direttamente da Gazprom, la SEGP risulta quindi avere maggiori probabilità di completamento e un indubbio vantaggio competitivo sul Nabucco.

Nello stesso tempo, Gazprom sta facendo pressione sugli Stati partecipanti al progetto Nabucco (prevalentemente l’Ungheria) per ritardarlo o scoraggiarlo. Se uno di loro uscisse dal progetto, la sua realizzazione sarebbe in pericolo, dal momento che il Nabucco dovrebbe attraversare il loro territorio e ha, dunque, bisogno del supporto e del finanziamento locale per essere costruito [15].

Tanto la Romania quanto la Bulgaria devono dare la loro definitiva approvazione alla SEGP e l’instabile situazione politica dell’Europa sud-orientale potrebbe bloccare il piano di Gazprom di esercitare un’influenza completa sulla regione. Inoltre, un sistema di gasdotti che, in Russia, invecchia rapidamente e la necessità di sviluppare nuovi giacimenti, per mantenere costante la produzione (vedi sopra), potrebbero mettere in discussione i piani di Gazprom di un’espansione dei gasdotti (e, quindi, di un’espansione politica). Sia per la produzione sia per i gasdotti, come si è mostrato sopra, la realtà si contrappone alle ambizioni del Cremlino, volte alla creazione di un’industria del gas e del petrolio realmente capace di sostenere una crescita economica costante, per non parlare di un’influenza politica verso l’esterno.

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Note

1. Commissione Eruropea, Russia-EU Energy Dialogue. Report of Energy Infrastructure Theme Group, Brussels, 2006a.]]. Il monopolista russo Gazprom controlla il 94% della produzione di gas russa, che è stata mantenuta fondamentalmente allo stesso livello dal 1999[[“La questione non è se l’energia e la politica sono connesse, ma in che modo” (K. Rosner, Gazprom and the Russian State, London, GMB Publishing Ltd, 2006, p. 9).]]. Nel 2004 la produzione di gas era pari a 545 Bcm. Gazprom sta progettando di incrementare il livello di produzione fino a 530 Mmc (miliarsi di metri cubi a partire dal 2010[[E.L. Sagen, M. Tsygankova, Russian Natural Gas Exports to Europe: Effects of Russian Gas Market Reforms and the Rising Market Power of Gazprom, Discussion Papers 597, Berlin, German Institute for Economic Research (DIW, Deutsches Institut für Wirtscahftsforschung), 2006, p. 14.

2. D. Johnson, EU-Russian Energy Links: A Marriage of Convenience?, in “Government and Opposition”, Vol. 40, n. 2, 2005, p. 270.]] e, secondo quanto affermano alcuni esperti, sarà sempre più difficile raggiungere non solo il livello pianificato per il 2010, ma anche quello indicato dalla “Strategia Energetica Russa”[[Il governo russo ha redatto questo documento nel 2000 e lo ha aggiornato nel 2003. Esso dovrebbe rappresentare la strategia ufficiale della Federazione Russa sulla questione delle risorse di idrocarburi. Il documento pubblicato nel 2003 afferma che la produzione di gas dovrebbe aumentare da un livello di 635-660 Bcm nel 2010 a un livello di 680-730 Bcm nel 2020. Si prevede che la produzione di gas russa raggiunga, nel 2030, un livello di 610-630 Bcm.]]. Nonostante le promettenti stime rese note dal governo russo, Stern dimostra che non c’è spazio per un simile incremento della produzione. Sulla base di un’analisi della produzione corrente dei maggiori giacimenti russi, egli conclude che, più probabilmente, la produzione di gas raggiungerà, nel 2010, il picco di 510 Bcm, per poi diminuire nel decennio successivo fino a raggiungere, nel 2020, i 329 Bcm[[J.P. Stern, The future of Russian gas and Gazprom, Oxford Institute for Energy Studies, Oxford University Press, 2005, pp. 30-33.]]. Vi sono, poi, incertezze geologiche ed economiche a proposito dello sviluppo di nuovi giacimenti[[Diversi esperti concordano sul fatto che vi sia una possibilità reale che la produzione russa di gas diminuisca nel breve-medio periodo, rendendo incerta l’esportazione, dal momento che la domanda è in aumento tanto in Europa quanto in Russia. La ragione principale di questo processo è generalmente individuata nel fatto che l’80% della produzione russa attuale è basata su “giacimenti maturi”, che hanno già raggiunto il loro picco di produzione (e questa non potrà che decrescere nei prossimi anni) e che devono essere sostituiti da nuovi giacimenti. Si veda A. Monaghan, Russia-EU Relations: an Emerging Energy Security Dilemma, in “Pro et Contra”, Vol. 10, Issue 2-3, Carnegie Moscow Centre, 2006; C. Van der Linde, Natural gas supply for the EU in the short to medium term. Clingendael International Energy Programme, The Hague, The Clingendael Institute, 2004; D. Johnson, 2005; A. Monaghan, L. Montanaro-Jankovski, EU-Russia energy relations: the need for active engagement, EPC Issue Paper 45, Brussels, European Policy Centre, 2006.]]. Alcuni esperti ritengono persino che l’industria russa del gas stia già vivendo un gas deficit e che la sola produzione di Gazprom non sia in grado di soddisfare né la domanda interna né quella straniera[[Cfr. A. Riley, The Coming of the Russian Gas Deficit: Consequences and Solutions, CEPS Policy Brief 116, Brussels, Centre for European Policy Studies, 2006.

3. Questi sono stati già localizzati. La Russia ha già undici cosiddetti “giacimenti supergiganti” (più di 1 Trilioni di metri cubi) e tre “giacimenti giganti” (da 0,5 a 1 Trilioni di metri cubi), che, una volta messi in produzione, potrebbero soddisfare la domanda interna russa e quella straniera nel lungo periodo. La maggior parte di questi giacimenti si trovano nella Siberia occidentale e sono controllati da Gazprom. Cfr. A.M.S. Bakhtiari, Russia’s gas production, exports future hinges on dramatic changes needed at Gazprom, in “Oil & Gas Journal”, Vol. 101, n. 10, 2003, pp. 21-22.]]. Questo costituisce il primo e principale problema per il settore del gas in Russia[[Ci sono altri problemi che affliggono l’industria russa del gas e influenzano la capacità di sviluppare nuovi giacimenti. Il secondo riguarda il sistema degli oleodotti e dei gasdotti. In Russia, entrambi sono molto vecchi e hanno bisogno di un’ampia manutenzione, dal momento che hanno superato il loro tempo di vita massimo. Di conseguenza, Gazprom è spesso incapace di sfruttarli al massimo delle loro possibilità. Nel 2003 il 12% circa dei gasdotti in Russia avevano più di 30 anni, il 20% tra i 20 e i 30 anni e il 34% tra i 10 e i 20 anni. C’è, dunque, un alto rischio di rottura, mentre nei prossimi 5-10 anni l’intero sistema delle infrastrutture sarà completamente inutilizzabile. Cfr. N. Poussenkova, Russia: A country with an unpredictable past, in “International Environmental Agreements: Politics, Law and Economics”, Vol. 3, 2003, pp. 248-249. Si veda anche P. Enav, 2004, p. 51.]]. Nello stesso tempo, tanto la necessità di sviluppare nuovi giacimenti quanto quella di mantenere e incrementare la rete dei gasdotti, che invecchia rapidamente, richiedono maggiori investimenti in questo settore[[Tuttavia, il basso livello di investimenti effettuati da Gazprom nel settore del gas è il terzo e, in definitiva, più pressante problema. Secondo la IEA (International Energy Agency), tra il 2001 e il 2030 sarà necessario investire almeno 330 miliardi di dollari in esplorazioni, produzione, trasporti e nello sviluppo di nuovi giacimenti in Russia (circa 11 miliardi all’anno). Gli investimenti di Gazprom degli ultimi anni e quelli programmati per i prossimi anni non sono in grado di far fronte alle esigenze dell’industria. Di conseguenza, la IEA ha messo in luce la possibilità di ulteriori riduzioni nella fornitura russa di gas per i prossimi anni. Cfr. K. Robeck, Russia’s Gas Business. Facts, Challenges and the Road to Reform, BOFIT Online N. 9, Institute for Economies in Transition, Bank of Finland, 2005, p. 14; K. Rosner, 2006, p. 49; D. Leblond, IEA presses for Russian natural gas sector reform, in “Oil & Gas Journal”, Vol. 104, N. 29, 2006, p. 32.]]. Inoltre, per varie ragioni, le riserve petrolifere sono molto meno importanti di quelle di gas, e ciò spiega perché il governo russo concentri prioritariamente la propria strategia energetica proprio sulla produzione ed esportazione di gas[[Le riserve petrolifere russe sono molto meno rilevanti, su scala mondiale, di quelle di gas. La Russia è al settimo posto, tra i produttori mondiali, in merito al livello delle riserve. Oltre a questo, l’industria petrolifera affronta problemi simili a quelli dell’industria del gas, come l’invecchiamento delle infrastrutture e il fatto che ha, allo stesso tempo, un alto livello di produzione rispetto all’ammontare totale delle riserve. Questo livello è persino più alto di quello dell’Arabia Saudita. Questo avrà come effetto un impoverimento delle riserve più rapido che negli altri produttori mondiali. Ci sono anche diversi limiti all’espansione della capacità di trasporto e un sistema di trasporto costoso rispetto a quello degli altri produttori. Cfr. F. Hill, F. Fee, Fuelling the future: The Prospects for Russian Oil and Gas, in “Demokratizatsiya”, Vol. 10, N. 4, 2002, pp. 462-487. Si veda anche D. Johnson, 2005, p. 267.

4. La Russia come “superpotenza energetica”.]]. Di conseguenza, il governo russo ha il diritto di controllare e definire le priorità dell’industria del gas e del petrolio in ogni sua parte (compresi i gasdotti e gli oleodotti). L’esportazione e la produzione di queste risorse sono considerate non solo la base di uno sviluppo economico forte e duraturo, ma anche un mezzo per consentire alla Russia di tornare a essere una grande potenza nella politica mondiale. Il supporto dello Stato e la pianificazione del settore energetico sono visti come elementi cruciali di questo processo[[Comunque, Putin riconosce che gli investimenti stranieri sono necessari per fornire risorse finanziarie adeguate alle necessità del settore. Egli prevede, perciò, i cosiddetti investimenti “sponsorizzati dallo Stato” nel settore energetico russo: investimenti stranieri supportati e approvati dallo Stato. Il controllo statale sulle risorse energetiche russe non deve in alcun modo essere messo in discussione o danneggiato, perciò questi investimenti dipendono dalla volontà dello Stato stesso. L’intento di questo tipo di investimenti è duplice: mantenere il controllo statale sulle risorse energetiche e consentire un flusso di investimenti sufficiente per lo sviluppo del settore energetico. Cfr. M.B. Olcott, The Energy Dimension in Russian Global Strategy. Vladimir Putin and the Geopolitics of Oil, The James A. Baker III Institute for Public Policy of Rice University , 2004, pp. 17-22. Alcuni definiscono questo tipo di governo come “capitalismo di Stato”, sviluppatosi rapidamente da quando Putin ha iniziato il suo secondo mandato. Tra coloro che hanno confermato lo sviluppo di questo tipo di Stato c’è l’ex consigliere presidenziale Illarionov, licenziato nel dicembre del 2005, che ha fornito una descrizione dettagliata del funzionamento del governo russo. Cfr. “International Herald Tribune”, 25 gennaio 2006.

5. I siloviki hanno esteso il proprio potere e la propria influenza a tutti gli ambiti dello Stato e della vita russa, ben al di là del settore energetico, che è, comunque, cruciale per loro. Essi costituiscono un “circolo interno” che ha assunto il controllo dei settori più lucrosi e importanti dell’economia russa, dal petrolio e dal gas alle ferrovie, alla fabbricazione di armi, alle agenzie di implementazione legislativa. Di conseguenza, hanno accumulato enormi risorse finanziarie e sconfitto coloro che ostacolavano il loro potere, considerati “nemici dello Stato” e causa della sua debolezza: oligarchi, governatori regionali, i media, il parlamento, i partiti di opposizione. Per una breve ed esaustiva descrizione dell’origine dei siloviki e della loro ascesa al potere: “The Economist”, versione stampata, 23 agosto 2007; “The making of a neo-KGB state” e “Putin’s people”.

6. Cfr. R. Ahrend, W. Tompson, Unnatural Monopoly: The Endless Wait for Gas Sector Reform in Russia, in “Europe-Asia Studies”, Vol. 57, N. 6, 2005, p. 802; S. Thomas, Gazprom: profile, London, Public Service International Research Unit, Business School, University of Greenwich, 2006, p. 4; V. Kryukov, A. Moe, The New Russian Corporatism? A Case Study of Gazprom, Post-soviet business forum, London, Royal Institute for International Affairs, Chatham House, 1996, pp. 18-20. Sui recenti cambiamenti del settore del gas cfr. J. Stern, 2005, pp. 176-77. Il governo russo ha gradualmente aumentato la propria partecipazione a Gazprom dal 38% al 51%, lasciando il restante 49% al mercato degli investitori stranieri. Di conseguenza, l’idea di promuovere investimenti “sponsorizzati dallo Stato” è stata pienamente realizzata nel settore del gas. Cfr. K. Rosner, 2006, p. 47.

7. I produttori indipendenti svolgono un ruolo cruciale nel mercato interno del gas. Svolgono un ruolo chiave nella stabilizzazione del mercato e della domanda interna. Sono produttori indipendenti Itera, Novatek, Nortgas. Il monopolista russo Gazprom è, di conseguenza, interessato a concedere loro l’accesso al sistema dei gasdotti. Gazprom mantiene, però, il pieno controllo sul sistema e detta le proprie condizioni a questi produttori. Il loro gas è, per la maggior parte, “gas associato” (un sottoprodotto dell’estrazione petrolifera), mentre altri producono esclusivamente gas. Piccole compagnie petrolifere contribuiscono alla produzione della maggior parte del “gas indipendente”. Questi produttori sono spesso coinvolti nello sviluppo di piccoli giacimenti, di difficile accesso e con alti costi di produzione, mentre Gazprom controlla direttamente i giacimenti più grandi. Di conseguenza, essi operano spesso in regioni distanti e in mercati regionali, su cui Gazprom non ha interesse a intervenire. Molto del loro gas, inoltre, è spesso venduto a Gazprom. Il ruolo dei produttori indipendenti nell’industria russa del gas è destinato a crescere, considerando soprattutto che sarà sempre più difficile, per Gazprom, rispondere alle esigenze di investimento nei diversi settori (trasporto, produzione, espansione nei mercati esteri). Considerato il ruolo cruciale dei produttori indipendenti, è, dunque, piuttosto evidente perché la Strategia Energetica Russa abbia previsto un aumento della loro partecipazione alla produzione di gas russa, dal 12% nel 2002 al 18% nel 2010 e al 25% nel 2020. Questi produttori permetteranno al governo russo di sfruttare in modo più efficiente le riserve di gas. Tuttavia, i prezzi interni calmierati sono il primo ostacolo alla loro sopravvivenza. Questa è una delle principali ragioni per cui il governo russo ha sviluppato uno schema di riforma volto a incrementare gradualmente i prezzi fino al livello di mercato, in modo da coprire almeno i costi. Il processo dovrebbe impiegare diversi anni per completare la riforma del mercato russo interno del gas, ma è inevitabile mantenere un equilibrio tra l’offerta e la domanda di gas. I produttori interni continueranno a subire la mancanza di competizione, la pressione esercitata da Gazprom, i bassi prezzi, le acquisizioni arbitrarie da parte del monopolista o l’esclusione dal sistema di gasdotti. La loro indipendenza, dunque, è puramente nominale. Le riforme implementate non sono, quindi, capaci di eliminare l’inefficienza che caratterizza la gestione dell’industria russa del gas da parte di Gazprom. Comunque, la difficile esistenza di questi produttori testimonia il potenziale di crescita che l’industria russa del gas ha parzialmente sviluppato negli anni. Per una descrizione dettagliata del prezzo del gas interno e del ruolo dei produttori interni cfr. R. Ahrend, W. Tompson, 2005, pp. 803-807; N. Poussenkova, 2003, p. 253; J.P. Stern, 2005, pp. 173-176, 180-182; D. Biggar, The Natural Gas Sector, in “Journal of Competition and Law Policy“, Paris, OSCE, 2002; E.L. Sagen, M. Tsygankova, 2006.

8. Per una descrizione dettagliata delle relazioni tra la Russia e gli Stati dell'Asia centrale si rimanda a G. Canzi, Turkmenistan’s Caspian resources and its international political economy, in S. Akiner (a cura di), The Caspian. Politics, energy and security, New York, RoutledgeCurzon, Oxfordshire, Taylor and Francis Group, 2004, p. 195; N. Poussenkova, 2003, pp. 254-266; A.P. Tsygankov, If not by tanks then by banks? The role of soft power in Putin’s Foreign Policy, in “Europe-Asia Studies”, Vol. 58, N. 7, 2006, pp. 1080-1083; A. Rosato, L’imperialismo soft, in “Aspenia”, N. 28, 2005, pp. 312-314; B. Lo, Vladimir Putin and the evolution of Russian Foreign policy, London, The Royal Institute of International Affairs, Blackwell Publishing, 2003, pp. 78-82; R. Larsson, Russia’s Energy Policy: security’s dimensions and Russia’s reliability as an energy supplier. Scientific report, Stockholm, Defence Analysis, Swedish Defence Agency, 2006, pp. 174-175; N. Popescu, Russia’s Soft Power Ambitions, CEPS Policy Brief 115, Brussels, Centre for European Policy Studies, 2006, p. 1; F. Hill, Moscow discovers soft power, in “Current History”, Ottobre 2006. Per una descrizione dettagliata delle prospettive dei produttori indipendenti: V. Milov, The Future of Russian Energy Policy, Moscow, Institute of Energy Policy, 2006, pp. 17-18.

9. M.I. Goldman, The Yukos Affair, in “Current History”, ottobre 2004a; P. Hanson, Observations on the Costs of the Yukos Affair to Russia, in “Eurasian Geography and Economics”, Vol. 46, N. 7, 2005; A.S. Rossi, L’affaire Yukos, in “Aspenia”, N. 28, 2005. Si veda anche “the Economist” website e gli articoli passati per una descrizione più dettagliata del caso Yukos. Poiché era stato gestito, sin dagli anni immediatamente successivi al collasso dell’URSS, dagli oligarchi russi, il governo russo ha assunto il controllo delle imprese private e delle proprietà che si opponevano ai piani del governo, e ha riconquistato il controllo del settore petrolifero. Il Cremlino ha usato il potere appena acquisito per perseguire gli oligarchi che si opponevano al governo, accusandoli di attività illecite condotte negli anni ’90 e, in molti casi, di evasione fiscale. Questo ha permesso al governo di confiscare le loro proprietà e le loro compagnie, costringendoli a lasciare il paese. La caduta di Yukos e del suo capo Khodorkovsky è il migliore esempio di questa campagna contro le oligarchie e dell’implementazione della politica energetica russa.]]. Dal 2007, questo si è assicurato il pieno controllo del settore petrolifero e del gas, come nei piani del governo, e può disporre delle esportazioni per ottenere un massimo di entrate nelle casse dello Stato ed espandere l’influenza estera della Russia. Inoltre, nel settore russo degli idrocarburi è stato riaffermato il controllo dello Stato anche sugli investimenti e le proprietà estere[[I casi di Sakhalin e TNK-BP mostrano chiaramente come sia stato completamente restaurato il controllo dello Stato sul settore del petrolio e del gas in Russia. Le compagnie straniere sono state costrette a mettere nelle mani del Cremlino la gestione delle loro proprietà in Russia. Assumendo un comportamento simile a quello avuto nel caso Yukos, le leggi dello Stato sono state usate dal Cremlino per fare pressione sugli investitori stranieri affinché conferissero al governo la gestione delle loro proprietà, o accettassero, in alternativa, di perdere, insieme agli investimenti effettuati, le loro quote nelle compagnie locali. Si veda, a questo riguardo, M.J. Sagers, The Regional Dimension of Russian Oil Production: Is a sustained Recovery in Prospect?, in “Eurasian Geography and Economics”, Vol. 47, N. 5, 2006, pp. 520-522; K. Budrys, EU-Russia energy dialogue and Lithuania’s energy security, in “Lithuanian Foreign Policy Review”, 2007; E. Watkins, The Sakhalin bear dance, in “Oil & Gas Journal”, Vol. 104, N. 36, 2006; E. Watkins, A softer tone on Sakhalin-2, in “Oil & Gas Journal”, Vol. 104, N. 37, 2006e; E. Watkins, Russia moves to suspend Sakhlin-2 development project, in “Oil & Gas Journal”, Vol. 104, N. 37, 2006. Si veda anche “the Economist”, edizione stampata: Yukos revisited?, 21 settembre 2006, e After Sakhalin, 13 dicembre 2006.

10. L’esportazione di gas, nel 2003, ammontava almeno al 7% del PIL e al 14% delle entrate del governo. Si veda R. Ahrend, W. Tompson, 2005, p. 802. Inoltre, le esportazioni di gas e petrolio costituiscono, nel loro insieme, il 25% del PIL e il 57% del valore totale delle esportazioni russe. Le tasse e i dazi sui prodotti energetici permettono al governo russo di continuare a sostenere l’intera economia del paese con la fornitura di gas a basso costo (venduto a meno del costo marginale) ai consumatori interni. Si rimanda a F. Hill, F. Fee, 2002, p. 4. L’intera economia russa è basata sulle e sostenuta dalle esportazioni di energia, che rappresentano molto più della metà delle esportazioni totali.

11. Cfr. J.P. Stern, 2005, p. 87.

12. Cfr. K. Rosner, 2006, p. 52.]]. La NEP è sostenuta dalla Russia e dal suo maggiore cliente europeo, la Germania. Tuttavia, il gasdotto, la cui costruzione è motivata politicamente (evita di attraversare l’Ucraina e permette un’importazione diretta in Germania), è avversato, con argomenti “ambientalisti”, dai paesi baltici e dalla Svezia. Inoltre, la NEP metterebbe la Russia nelle condizioni di tagliare le forniture di gas agli Stati baltici, dal momento che verrebbe a cadere il loro ruolo come paesi di transito o luoghi di scorta. La Svezia è, attualmente, l’unico paese che potrebbe bloccare la costruzione in base a problemi ambientali, insieme a Finlandia e Danimarca. Inoltre, i costi del progetto stanno crescendo, poiché esso è stato continuamente ritardato per problemi tecnici e politici[[Cfr. R.L. Larsson, Sweden and the NEGP: A pilot study of the Norht European Gas Pipelin and Sweden’s Dependence on Russian Energy, Stockholm, Defence Analysis, Swedish Defence Research Agency, 2006, p. 27; P. Kazin, K. Kozlova, O. Russikikh (a cura di), The North European Gas Pipeline: political and economic implications for Russia and the EU, Baltics Mosaic, Analytics winter-springs, Saint-Petersburg, Baltic Research Center and Konrad Adenauer Stiftung, 2006 (il capitolo di Loskot, pp. 26-27); V. Socor, Questions multiply on the Baltic seabed pipeline project’s viability, in “Eurasia Daily Monitor”, Vol. 4, Issue 79, 2007a.]]. La costruzione del gasdotto, poi, divide gli interessi europei, perché la Germania è favorevole, mentre gli Stati baltici e la Svezia si oppongono al progetto. Lungi dall’essere certa, la sua costruzione potrebbe essere, dunque, rinviata ben oltre il 2010[[La Svezia, la Finlandia e la Danimarca non autorizzeranno la costruzione della NEP nelle loro acque territoriali fino a che non verranno garantiti gli standard ambientali e non vi sarà l’assicurazione che il progetto non causerà alcun danno. Un nuovo passo nel progetto NEP sarà probabilmente compiuto alla fine di quest’anno, quando Gazprom avrà risposto agli standard ambientali richiesti dai paesi dell’area. Cfr. V. Socor, 2007a.

13. V. Socor, Gazprom’s SEGP project, Rosukrenergo conflict with EU priorities in Hungary, in “Eurasia Daily Monitor”, Vol. 3, N. 128, 2006a.]]. Gazprom sostiene tanto la NEP quanto la SEGP, nella prospettiva di diversificare le rotte ucraine e bielorusse e per potersi espandere più rapidamente sul mercato europeo, mantenendo la proprietà delle infrastrutture. Gazprom sarebbe, allora, in grado di esercitare un’influenza politica in paesi totalmente dipendenti dal suo gas (Ungheria e Bulgaria, in primo luogo), espandendo al contempo la propria influenza (economica e politica) sui mercati dell’Europa occidentale. Gazprom ha già raggiunto questo obiettivo in molti paesi dell’Europa dell’Est. Al contrario della NEP, la SEGP ha ottenuto il supporto dei governi europei della regione e specialmente dell’Ungheria[[V. Socor, 2006.

14. Questo condotto dovrebbe connettere direttamente le risorse di gas del Caspio con il mercato europeo, passando per la Turchia, la Bulgaria, l’Ungheria e l’Austria, senza attraversare il territorio russo. Un gruppo di compagnie di questi paesi ha costituito un consorzio per sviluppare il progetto. La regione sud-orientale dell’Europa è, perciò, cruciale per la strategia russa, dal momento che potrebbe essere un punto di transito del gas che finirebbe per competere con quello russo. È, quindi, ovvio che la Russia cercherà di bloccare il progetto. La Commissione Europea lo ha sostenuto, dal momento che incrementerebbe la sicurezza energetica dell’Europa. Cfr. Energy Information Administration (EIA), Southeastern Europe, Country Analysis Briefs, 2006.

15. Cfr. V. Socor, 2006b. L’Ungheria ha subito costanti pressioni da parte di Mosca perché scoraggi o abbandoni il progetto. Cfr. anche V. Socor, Putin-Gyurcsany meeting steers Hungary’s Government on the “third path”, in “Eurasia Daily Monitor”, Vol. 3, N. 174, 2006c.]]. Gazprom ha cercato di fermare il progetto Nabucco sin da quando è stato proposto ed esso potrebbe essere messo in grave pericolo dalla decisione ungherese, del marzo 2007, di supportare la SEGP. L’influenza politica della Russia e un governo con prospettive limitate sono le ragioni fondamentali della decisione ungherese, ma la costruzione della SEGP e il collasso del Nabucco non sono ancora certi[[Cfr. V. Socor, 2006c; V. Socor, Hungary and the Nabucco project: time to end the ambiguity, in “Eurasia Daily Monitor”, Vol. 4, N. 11, 2007b; V. Socor, Hungary breaks ranks with the EU and its neighbours on the Nabucco project, in “Eurasia Daily Monitor”, Vol. 4, N. 51, 2007c.

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