Klare Michael T.

La politica estera energetica degli Stati Uniti [23/07/2008]

Traduzione di Paola Rudan

La politica estera energetica degli Stati Uniti è governata da tre costrizioni ineludibili: in primo luogo, una forte dipendenza dal petrolio come principale fonte di energia della nazione; in secondo luogo, una dipendenza crescente dal petrolio importato per i rifornimenti necessari; in terzo luogo, uno spostamento del centro di gravità della produzione petrolifera mondiale dal Nord al Sud globale, specialmente verso il Medio Oriente, l’Africa e l’America latina. Queste tre costrizioni – strettamente legate l’una all’altra – hanno fatto della ricerca di rifornimenti energetici stranieri una questione cruciale per la politica estera statunitense e hanno inesorabilmente portato a una maggiore dipendenza, per assicurarsi un accesso ininterrotto a questi rifornimenti, dall’uso della forza militare [1].

Attualmente, gli Stati Uniti dipendono dal petrolio all’incirca per il 41% dei rifornimenti totali di energia, e per il 23% dal carbone e dal gas naturale, le altre due più importanti risorse del paese. Le proiezioni del Department of Energy degli Stati Uniti (DoE), inoltre, suggeriscono che, nei prossimi anni, il petrolio manterrà un ruolo dominante nel bouquet energetico statunitense: sebbene il gas naturale e le energie rinnovabili, come quella solare ed eolica, rappresenteranno, entro il 2030, una quota leggermente più ampia del totale, si continua a ritenere che il petrolio rimarrà la risorsa principale della rete energetica nazionale, con una quota che, per l’anno considerato, è stimata al 40% [2].

Il petrolio ha conquistato un ruolo dominante nel bouquet energetico americano per la sua grande versatilità come fonte di energia e per la facilità del suo trasporto. Il petrolio può essere usato per generare elettricità e riscaldare gli edifici, può servire come materia prima per un’immensa varietà di derivati chimici, compresi, tra gli altri, lubrificanti, pesticidi, vernici, plastica, cosmetici, prodotti farmaceutici, fibre artificiali. Ma è soprattutto come carburante per i trasporti che esso ha assunto un ruolo fondamentale: i prodotti petroliferi forniscono, oggi, circa il 97% di tutta l’energia impiegata per i trasporti negli Stati Uniti, alimentando la stragrande maggioranza dei veicoli. Dei 20,6 milioni di barili di petrolio consumati quotidianamente nel paese nel 2006, circa 14,6 milioni, ovvero il 71%, sono stati utilizzati per i trasporti [3]. Senza un rifornimento costante di questi prodotti petroliferi, l’economia americana verrebbe semplicemente bloccata.

Il petrolio è fondamentale anche per il potere militare americano. Nonostante i leader politici statunitensi amino vantarsi del carattere letale delle loro armi di precisione e della crescente sofisticazione dei sistemi spaziali, la verità è che l’esercito degli Stati Uniti dipende ancora da veicoli alimentati a petrolio, per il trasporto delle truppe e dell’equipaggiamento sui campi di battaglia, per i rifornimenti di munizioni e pezzi di ricambio, per scagliare i proiettili contro il nemico. E, poiché gli Stati Uniti sono la sola nazione con una presenza militare globale – disponendo di basi o missioni sui sei continenti e di flotte in pressoché tutti gli oceani del mondo –, il loro establishment militare ha un gigantesco bisogno di energia, il che fà del paese il maggiore consumatore di petrolio al mondo.

La completa dipendenza dell’America dal petrolio come fonte di energia è cominciata dopo la seconda guerra mondiale, quando la “storia d’amore con l’automobile” del paese – come è spesso stata definita – ha avuto seriamente inizio. Con le fabbriche convertite dalla produzione bellica a quella civile e milioni di lavoratori capaci di pagare una Ford o una Chevrolet, la proprietà di un’auto è diventata de rigueur per l’ordinaria famiglia americana. Questa espansione della proprietà automobilistica è stata accompagnata dalla costruzione del sistema di autostrade interstatale e da un esodo di massa verso i sobborghi, che hanno fatto ulteriormente aumentare la domanda americana di prodotti petroliferi. Secondo il DoE, il consumo di petrolio complessivo è schizzato da 6,5 milioni di barili al giorno nel 1950 a 9,8 milioni nel 1960, a 14,7 milioni nel 1970 e a 17,1 milioni nel 1980 [4].

All’inizio, questo forte ed improvviso aumento del consumo di petrolio è stato agevolato da una crescita parallela dell’estrazione interna statunitense. Quando gli americani hanno cominciato a comprare automobili in gran numero e a spostarsi verso i sobborghi, gli Stati Uniti erano il principale produttore di petrolio del mondo e le loro centrali energetiche riuscivano a soddisfare la maggior parte della domanda nazionale. L’estrazione dai pozzi dei 48 Lower States [5].

Tuttavia, se la produzione nazionale è declinata, la storia d’amore con l’automobile non ha mostrato segni di affaticamento e la domanda statunitense di petrolio ha continuato a crescere anno dopo anno. E, con riserve interne in costante diminuzione, gli Stati Uniti non hanno avuto altra scelta che affidarsi sempre più alle importazioni. La dipendenza della nazione dal petrolio straniero rispetto al rifornimento totale è schizzata dal 21,5% del 1970 al 37% del 1980 e al 42,1% del 1990, superando, poi, la soglia simbolicamente importante del 50% nel 1998. Da allora, la dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni ha continuato a crescere, raggiungendo il 60% nel 2006, l’ultimo anno per cui il DoE ha fornito questo genere di dati [6].

La costante crescita della dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio importato ha ovvie conseguenze per la politica estera statunitense, data l’importanza critica dei prodotti petroliferi per l’economia nazionale. Ogni significativa contrazione del flusso di petrolio straniero verso gli Stati Uniti avrebbe conseguenze immediate e devastanti sulla salute dell’economia – una vulnerabilità critica, conferita al paese, con un impatto traumatico, dagli “shock petroliferi” del 1973-1974 (causato dall’embargo arabo nei confronti degli Stati Uniti e dei Paesi Bassi) e del 1979 (determinato dalla rivoluzione islamica in Iran). Per questa ragione, i leader americani hanno generalmente preferito assicurare la maggior parte delle importazioni petrolifere da paesi vicini, dell’emisfero occidentale – in particolare dal Canada, dalla Colombia, dal Messico e dal Venezuela –, e da nazioni amiche più distanti, specialmente dai paesi del Mare del Nord e da quelli del Medio Oriente (come l’Arabia Saudita e il Kuwait), che si trovano sotto la protezione militare americana.

Tuttavia, molti dei paesi da cui gli Stati Uniti hanno a lungo ottenuto gran parte dei rifornimenti di petrolio hanno raggiunto, o stanno per raggiungere, il loro picco di produzione e, di conseguenza, non saranno in grado di garantire, in futuro, la crescita delle esportazioni petrolifere verso gli Stati Uniti. Questo significa che il paese sarà costretto a dipendere sempre più da fornitori meno amichevoli o da paesi esclusi da tempo dal suo tradizionale ombrello di sicurezza, come le nazioni dell’Asia centrale e del bacino del Mar Caspio. A quest’altezza si colloca una grande sfida per la politica estera e militare degli Stati Uniti.

Per apprezzare l’ampiezza di questa sfida, è necessario considerare il cambiamento in atto nei siti della produzione petrolifera mondiale. Originariamente, il centro di gravità della produzione mondiale era collocato nel Nord globale – Stati Uniti, Canada, Europa, Impero zarista/sovietico e i loro immediati vicini, compreso il Messico. Questo non dovrebbe sorprendere, dal momento che i produttori di risorse gravitano sempre attorno a riserve di facile accesso e di facile estrazione. Anche negli anni ’50 i due terzi della produzione mondiale erano concentrati nel Nord globale. Tuttavia, queste riserve, proprio perché hanno iniziato ad essere sfruttate molto presto nella grande storia dell’estrazione petrolifera globale, sono anche tra le prime che si avvicinano al completo esaurimento. Quando si arriverà a questo punto, i consumatori di energia dipenderanno sempre più dalle riserve del Sud globale, in particolare da quelle del Medio Oriente, dell’Africa e del bacino del Mar Caspio. Questi giacimenti, avendo iniziato ad essere sfruttati più tardi nel ciclo storico dell’estrazione, non hanno ancora raggiunto il picco di produzione e sono, quindi, in grado di fornire, per i prossimi anni, rifornimenti crescenti. Attualmente, il Sud globale fornisce approssimativamente due terzi della produzione complessiva di petrolio – un rovesciamento completo rispetto alla situazione del 1950 – e nel 2030, se non prima, questa quota sarà pari a tre quarti [7].

All’interno del Sud globale, inoltre, solo una manciata di Stati riuscirà ad aumentare significativamente, negli anni a venire, la fornitura di petrolio, soddisfacendo, in questo modo, la sete sempre crescente degli Stati Uniti e di altri consumatori assetati, come la Cina e l’India. In linea di massima, questo gruppo esclusivo è limitato ad Algeria, Angola, Azerbaigian, Iran, Iraq, Kazakistan, Kuwait, Libia, Nigeria, Sudan, Emirati Arabi Uniti e Venezuela, più uno o due altri Stati.

Lo spostamento dei luoghi della produzione petrolifera mondiale pone un dilemma atroce per gli Stati Uniti, dal momento che molti dei paesi da cui saranno costretti a dipendere in questa nuova era sono corrotti, ostili, insicuri o divisi da fratture etniche e religiose. Molti sono a predominanza musulmana o, come la Nigeria e il Sudan, hanno una popolazione musulmana numerosa. Anche quelli che non sono direttamente in guerra, come l’Arabia Saudita o il Kuwait, sono situati in pericolose aree di guerra, che rappresentano una minaccia costante per la sicurezza del trasporto di petrolio verso gli Stati Uniti. La corruzione e le discordie politiche sono endemiche nella maggior parte di questi Stati e, in molti di loro, operano gruppi terroristici o ribelli – scegliendo spesso come bersagli, nella lotta contro il governo centrale e le compagnie occidentali, i condotti e le altre infrastrutture petrolifere. Conflitto e disordine, dunque, costituiscono il background costante che, virtualmente, caratterizza la produzione e l’esportazione di petrolio in tutte queste aree.

La risposta degli Stati Uniti

In risposta a questo dilemma, i policymaker americani hanno adottato una strategia a tre punte: in primo luogo, hanno stabilito un “rapporto speciale” con l’Arabia Saudita e altri Stati petroliferi amici del Golfo persico, vincolando la protezione militare statunitense a un accesso sicuro al petrolio grezzo; in secondo luogo, hanno ampliato la “diversificazione” delle importazioni energetiche degli Stati Uniti, in modo da minimizzare l’esposizione dell’America al rischio di un’interruzione dei rifornimenti da una qualunque area di produzione; in terzo luogo, hanno esteso agli altri fornitori lo stesso tipo di aiuti militari e protezione a lungo garantito ai principali produttori del Golfo persico.

Il “rapporto speciale” con l’Arabia Saudita e la strategia di estensione dell’ombrello militare ai fornitori del Golfo persico cruciali per gli Stati Uniti possono essere fatti risalire agli ultimi anni della seconda guerra mondiale, quando i leader statunitensi hanno dovuto affrontare, per la prima volta, la prospettiva di un eventuale picco della produzione interna e hanno avvertito, quindi, la necessità di acquisire una fonte certa di rifornimento all’estero. Con questo problema in mente, il presidente Franklin D. Roosevelt ha organizzato un incontro con il re Abdul Aziz ibn Saud, il fondatore della moderna dinastia saudita, a bordo di una nave da guerra americana, la U.S.S. Quincy, ancorata all’imbocco del canale del Nilo, il 14 febbraio 1945. Non è stato redatto alcun rapporto ufficiale di questo famoso incontro, ma la maggior parte degli studiosi e dei policymaker ritengono che i due leader si siano accordati per stabilire un’alleanza informale, secondo la quale gli Stati Uniti avrebbero assunto una responsabilità permanente nel proteggere la casa saudita dai suoi nemici, esterni e interni, in cambio di un accesso esclusivo al petrolio saudita [8].

Coerentemente con questo approccio, gli Stati Uniti hanno adottato diverse misure orientate a costruire uno scudo difensivo intorno all’Arabia Saudita e ai suoi pozzi petroliferi. Queste misure comprendevano l’insediamento di una base militare a Dhahran (avviato nel 1946), la fornitura di armi statunitensi alle forze saudite, lo schieramento di centinaia (più tardi migliaia) di istruttori e consiglieri militari americani all’interno del regno [9]. Tuttavia, i funzionari statunitensi preferivano, all’inizio, che fosse la Gran Bretagna – per decenni la potenza dominante nella regione – ad assumersi le principali responsabilità nel campo della sicurezza regionale. Quando, però, Londra ha annunciato, alla fine del 1971, che non avrebbe più continuato a ricoprire questo ruolo e che avrebbe ritirato le proprie forze dall’area, Washington ha deciso di attribuire la responsabilità per la stabilità regionale allo scià dell’Iran, il principale alleato americano nel Golfo. Questo approccio – conosciuto a quel tempo come surrogate doctrine – è prevalso fino al gennaio 1979, quando lo scià è stato rovesciato e rimpiazzato dal clero radicale islamico fedele all’Ayatollah Ruholla Khomeini.

L’ascesa di Khomeini, seguita, dieci mesi dopo, dall’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica (che ha collocato le truppe sovietiche a sole trecento miglia dallo strategico stretto di Hormuz, all’ingresso del Golfo persico) ha diffuso il panico a Washington e ha portato a una riconsiderazione complessiva della politica statunitense. Non volendo più dipendere da surrogati come lo scià iraniano appena deposto, il presidente Jimmy Carter e i suoi consiglieri hanno adottato quella che è stata, poi, chiamata “dottrina Carter”, che implicava responsabilità militari statunitensi dirette nella protezione dei rifornimenti petroliferi del Medio Oriente. Facciamo in modo che la nostra posizione sia assolutamente chiara, ha detto Carter il 23 gennaio 1980, durante una sessione plenaria del Congresso: ogni tentativo da parte di qualunque forza esterna di ottenere il controllo della regione del Golfo persico sarà considerato un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America, e un simile attacco sarà respinto con ogni mezzo necessario, inclusa la forza militare [10].

Benché criticasse il presidente Carter su molte questioni, il presidente Ronald Regan ha sostenuto appieno la dottrina Carter e le ha impartito un rinnovato impeto. Il 1 gennaio 1983 Regan ha trasformato la RDJTF in una vera e propria organizzazione di coordinamento regionale – il Comando Centrale degli Stati Uniti (United States Central Command, CENTCOM) –, conferendole uno status pari a quello del Comando Europeo (United States European Command, EURCOM), del Comando Pacifico (United States Pacific Command, PACOM) e del Comando del Sud (United States Southern Command, SOUTHCOM) già esistenti. L’istituzione del CENTCOM non è stata, però, l’unica espressione del supporto di Regan alla dottrina Carter: egli ha invocato questa politica anche per rispondere agli sviluppi effettivamente in atto nel Golfo. Quando, nel corso della guerra tra Iran e Iraq del 1980-1988, le forze iraniane hanno cominciato ad attaccare i convogli che trasportavano il petrolio proveniente dal Kuwait attraverso il Golfo persico – presumibilmente per scoraggiare il Kuwait dall’elargire prestiti all’Iraq per l’approvvigionamento di armi –, Regan ha autorizzato che le petroliere del Kuwait fossero marcate con l’insegna americana, garantendone la protezione da parte delle forze navali americane. Questa azione era essenziale, secondo Regan, per dimostrare l’impegno degli Stati Uniti rispetto al flusso di petrolio attraverso il Golfo [11].

La dottrina Carter è stata, poi, invocata dal presidente George H.W. Bush nell’agosto del 1990, quando le forze dell’Iraq hanno invaso il Kuwait e posto quella che sembrava essere una minaccia per l’Arabia Saudita e le sue esportazioni di petrolio verso gli Stati Uniti. Il nostro paese, oggi, importa circa la metà del petrolio che consuma e potrebbe essere costretto ad affrontare una grave minaccia alla sua indipendenza economica, per questo l’indipendenza sovrana dell’Arabia Saudita è di interesse vitale per gli Stati Uniti, ha affermato, di fronte a un pubblico televisivo nazionale, il 8 agosto, annunciando il dispiegamento di truppe statunitensi nel regno [12].

La difesa dell’Arabia Saudita da un possibile attacco iracheno (l’operazione Scudo nel deserto) ha, infine, condotto alla campagna militare per scacciare gli iracheni dal Kuwait (l’operazione Tempesta del deserto). Conclusa questa operazione, però, Bush senior ha fatto marcia indietro sull’invasione dell’Iraq, temendo una guerra prolungata e la disintegrazione della coalizione internazionale che egli stesso aveva messo insieme con tanta cura. Bush ha così iniziato – e il presidente Bill Clinton ha in seguito proseguito – il “contenimento” di Saddam, che implicava una quarantena navale, l’istituzione di una no fly zone sull’Iraq settentrionale e meridionale, un sistema punitivo di sanzioni economiche. Come hanno sottolineato, all’epoca, tanto Bush senior quanto Clinton, il contenimento era volto a innescare alcuni “cambiamenti di regime” in Iraq, rendendo le condizioni così pesanti da indurre l’elite irachena a rovesciare il governo di Saddam Hussein. Dal 2001, tuttavia, è diventato evidente che la strategia stava producendo l’effetto opposto: anziché volgere il pubblico iracheno contro il regime, le sanzioni stavano innalzando la statura di Hussein come deciso oppositore dell’imperialismo americano. E nonostante la terribile sconfitta subita durante la guerra del Golfo del 1991, le forze irachene erano ancora considerate una minaccia per gli interessi strategici degli Stati Uniti nell’area. Il presidente George W. Bush è stato eletto proprio per proteggere quegli interessi da ogni futuro assalto iracheno mediante l’invasione dell’Iraq, considerata la sola opzione plausibile per rimuovere Hussein una volta per tutte. Quali che fossero le ragioni addotte in quel momento, l’invasione dell’Iraq del 2003 può essere meglio compresa proprio come una continuazione dell’assalto alle forze irachene, in Kuwait, del 1991 – un assalto incoraggiato, in prima istanza, dalla percezione di una minaccia ai “vitali interessi” dell’America nel Golfo persico, come affermato dal presidente Carter il 23 gennaio 1980 [13].

Attualmente, la principale priorità del Pentagono nell’area del Golfo persico è di sconfiggere l’insorgenza antiamericana in Iraq e di stabilire un certo livello d’ordine a Baghdad. Tuttavia, coerentemente con la sua missione storica, il Comando Centrale degli Stati Uniti sta proteggendo anche gli oleodotti, le raffinerie e le strutture per l’esportazione del petrolio che attraversano l’Iraq. Nonostante abbia ricevuto molta meno attenzione mediatica dello stato di guerra a Baghdad e in altre importanti città, questo tipo di impegno non è meno rilevante: dal momento che il petrolio costituisce l’unica risorsa significativa della nazione, in termini di entrate provenienti dalle esportazioni, è essenziale, per la sopravvivenza economica del governo centrale iracheno, sostenuto dagli Stati Uniti, assicurare la continuità delle esportazioni petrolifere. Infatti, la protezione delle principali strutture di esportazione del petrolio è considerata la ragione principale dell’indefinita occupazione delle basi in Iraq da parte delle forze straniere e dell’istituzione di una nuova struttura di “comando e controllo” navale, presso una piattaforma di Basra, per il carico del petrolio [14].

Guardando al futuro, il CENTCOM è profondamente coinvolto anche nella minaccia rappresentata, per gli interessi strategici degli Stati Uniti nel Golfo, dalla repubblica islamica iraniana. L’amministrazione Bush ha ripetutamente denunciato i tentativi iraniani di acquisire armi nucleari e ha insistito sul fatto che un Iran munito di armi nucleari costituirebbe una minaccia intollerabile per gli interessi securitari dell’America. Anche senza armi nucleari, le forze iraniane sono considerate una potenziale minaccia per il passaggio sicuro delle petroliere nel vitale stretto di Hormuz. Nel corso di una visita nel Golfo, durante la primavera del 2007, il vicepresidente Dick Cheney ha messo in guardia Theran, affermando che gli Stati Uniti compiranno qualunque azione necessaria per evitare che ciò accada. Manterremo aperte le vie marittime. Ci schiereremo con i nostri alleati per opporci agli estremismi e alle minacce strategiche …[e] ci schiereremo con gli altri per impedire all’Iran di ottenere armi nucleari e di dominare la regione [15].

Diversificazione

Il secondo aspetto chiave della politica estera energetica americana è la diversificazione, la massimizzazione del numero di produttori da cui gli Stati Uniti dipendono per le loro importazioni di petrolio – riducendo, in questo modo, la vulnerabilità americana di fronte all’eventuale interruzione dei rifornimenti da parte di un qualunque paese fornitore. Questa politica riflette la paura che un’eccessiva dipendenza dal Golfo persico – non importa quanto duramente gli Stati Uniti lavorino per proteggere il flusso di petrolio proveniente da quella regione – possa esporre il paese a periodici “shock petroliferi” (come quelli del 1973-1974 e del 1979), risultanti dalla cronica instabilità del Golfo.

Il presidente Clinton, il primo leader degli Stati Uniti ad abbracciare questa politica, ha inizialmente cercato di promuovere la diversificazione energetica stabilendo legami economici, politici e militari con i produttori del bacino del Mar Caspio appena divenuti indipendenti, in particolare l’Azerbaigian e il Kazakistan. Clinton e i suoi consiglieri, compreso il vicepresidente Albert Gore, hanno lavorato duramente per convincere i leader di questi Stati a permettere alle compagnie americane di giocare un ruolo chiave nello sviluppo dei loro vasti giacimenti di petrolio e gas naturale. La Casa Bianca ha supportato anche la costruzione dell’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC), un nuovo condotto volto a trasportare il petrolio dal Caspio al Mediterraneo attraverso la Georgia, senza passare per la Russia e per l’Iran – un obiettivo strategico fondamentale per gli Stati Uniti. Questa politica è stata in seguito adottata dal presidente George W. Bush, che l’ha estesa all’Africa e ad altre aree del Sud globale [16].

La strategia della diversificazione, così com’è stata abbracciata dall’amministrazione Bush, è stata ufficialmente inclusa nella National Energy Policy (NEP), lanciata dalla Casa bianca il 17 maggio 2001. Ampiamente nota come “rapporto Cheney” dal nome del suo autore principale – il vicepresidente Dick Cheney appunto –, la NEP invoca un sostanziale incremento delle importazioni di petrolio degli Stati Uniti per soddisfare la crescente domanda di energia fondamentale. La maggior parte del petrolio importato dovrebbe provenire dall’area del Golfo persico – anche se, riconoscendo l’instabilità cronica del Golfo, il piano invoca anche un significativo aumento della dipendenza degli Stati Uniti da produttori emergenti in altre aree del mondo, particolarmente il bacino del Mar Caspio, l’Africa occidentale e l’America del Sud [17].

In linea con questa politica, il rapporto Cheney si appella ai leader degli Stati Uniti – compresi il presidente, i segretari di Stato, dell’energia e del commercio, e i maggiori deputati – perché si rechino nelle aree di produzione petrolifera, cercando di ottenere un incremento delle esportazioni verso gli Stati Uniti e la possibilità di una maggiore partecipazione delle compagnie energetiche americane. In Africa, ad esempio, la NEP ha indotto i tre principali segretari a incontrare le loro controparti regionali per promuovere un ambiente più accattivante per il commercio di gas e petrolio e per gli investimenti americani; [e] per promuovere la diversificazione geografica dei rifornimenti energetici, orientandosi verso obiettivi come la trasparenza, l’inviolabilità dei contratti, la sicurezza [18].

Tuttavia, sebbene possa distribuire il rischio di un’esposizione all’interruzione dei rifornimenti di petrolio stranieri, la diversificazione non può eliminare il problema della dipendenza da produttori intrinsecamente instabili, perché, virtualmente, nessuno dei paesi identificati come possibili alternative al Golfo persico è immune al tipo di pericoli da tempo presenti in quell’area.

Per quale motivo? La risposta a questa domanda risiede parzialmente nel fatto che quei paesi, come molti produttori del Golfo, portano i segni dall’era coloniale. In molti casi, le loro originarie strutture sociali sono state duramente colpite e traumatizzate dai poteri occupanti, così che i governi eretti nell’era post-coloniale si sono rivelati suscettibili di corruzione e favoritismi etnici. Molti di questi paesi, inoltre, comprendono enclaves etniche – incorporate nei territori coloniali originari per ordine dei poteri imperiali e inserite, poi, in Stati post-indipendenza con cui avevano poco o niente in comune – , che determinano spesso la comparsa di movimenti separatisti o violente pressioni per l’autonomia regionale. Per fare alcuni esempi, si può pensare alla provincia di Cabinda in Angola, alla regione del Delta del Niger in Nigeria, alla regione di Aceh in Indonesia, al Nagorno-Karabakh in Azerbaigian, all’area curda dell’Iraq. Allo stesso tempo, molti gruppi all’interno di questi paesi continuano a nutrire sentimenti fortemente anti-imperialisti e, dunque, a risentire tutt’oggi di ogni intrusione nelle loro società da parte della cultura e del commercio occidentali.

Questo significa, in ultima istanza, che un’accresciuta dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio proveniente dall’Africa, dall’America latina e dalla regione caspica comporta certamente lo stesso tipo di rischi geopolitici a lungo manifestatisi nell’area del Golfo persico. Ed è questa realtà che ha spinto l’amministrazione Bush ad applicare a questi paesi la dottrina Carter e a estendervi lo stesso tipo di ombrello militare che era stato a lungo fornito all’Arabia Saudita, al Kuwait e ad altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gulf Cooperation Council, GCC), supportato dai sauditi.

Come si è detto, questo processo è cominciato durante gli ultimi anni dell’amministrazione Clinton, quando sono stati stabiliti legami militari con gli Stati post-sovietici del Caucaso e dell’Asia centrale. Il presidente George W. Bush – aspramente critico verso gli sforzi attuati in politica estera dal suo predecessore – ne ha, però, rapidamente abbracciato le iniziative nel bacino del Mar Caspio. Sotto Bush, è stato incrementato l’aiuto militare degli Stati Uniti agli Stati amici della regione, intensificando sia i contatti tra militari sia le esercitazioni congiunte. Questi sforzi erano stati ampiamente avviati già prima degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, ma, nei mesi successivi, hanno subito una significativa accelerazione. Annunciando questi movimenti, la Casa Bianca ha ripetutamente affermato che questo tipo di azione è necessaria per combattere Al Qaeda e per supportare le operazioni militari statunitensi tutt’ora in corso in Afghanistan. Ma una lettura attenta dei documenti del Pentagono e del Dipartimento di Stato suggerisce che la protezione del petrolio è di importanza fondamentale. Così, richiedendo 51,2 milioni di dollari di assistenza economica all’Azerbaigian per l’anno fiscale 2005, l’amministrazione Bush ha affermato che gli interessi nazionali degli Stati Uniti in Afghanistan sono centrati su una forte sicurezza bilaterale, sulla cooperazione anti-terroristica [e] sull’avanzamento della sicurezza energetica statunitense. Inoltre, essa sostiene che il coinvolgimento delle aziende statunitensi nello sviluppo e nell’esportazione del petrolio azero è fondamentale per il nostro obiettivo di diversificazione dei rifornimenti mondiali di petrolio. In linea con questo ragionamento, il Dipartimento della Difesa sta aiutando l’Azerbaigian a sviluppare e schierare una piccola flotta nella sua enclave del Mar Caspio, ricca di petrolio e con confini esterni contestati sia dall’Iran sia dal Turkmenistan [19].

Nel frattempo, in Kazakistan gli Stati Uniti stanno cooperando alla ristrutturazione di una vecchia base aerea sovietica ad Atyray, vicino al gigantesco pozzo di petrolio offshore di Kashgan, in parte di proprietà di Exxon Mobil, Conoco Phillips e Royal Dutch/Shell. Questa base sarà usata per installare una “brigata kazaca di reazione rapida”, incaricata, secondo il Dipartimento di Stato, di accrescere la capacità del Kazakistan di rispondere alle maggiori minacce terroristiche rivolte alle piattaforme petrolifere o ai suoi confini [20].

Il Dipartimento della Difesa sta incrementando anche la propria capacità di intervenire militarmente nella regione in modo diretto. La base temporanea insediata all’aeroporto di Manas, in Kirghizistan, per supportare i combattimenti americani in Afghanistan durante la guerra contro i Talebani è, ora, in corso di conversione, cioè si sta trasformando in un’installazione militare semi-permanente, capace di sostenere le operazioni degli Stati Uniti in tutta l’Asia centrale e nel bacino del Caspio [21].

Designato come “interesse strategico nazionale” degli Stati Uniti, il petrolio africano è sottoposto allo stesso tipo di iniziative militari a lungo perseguite nel Golfo persico e, ora, avviate nella regione del Mar Caspio. Come in queste aree, anche in Africa il coinvolgimento degli Stati Uniti si fa strada attraverso l’assistenza e l’addestramento militari – un approccio che facilita l’istituzione di stretti legami con le elite militari (spesso dominanti) della regione. Il Dipartimento della Difesa ha fortemente incrementato gli aiuti ai due nuovi principali produttori di petrolio africani, l’Angola e la Nigeria, e ulteriori incrementi avverranno in futuro. La maggior parte di questi aiuti è versata attraverso il programma di credito Foreign Military Sales (FMS), la donazione dei surplus di armi, (Excess Defense Articles, EDA) e il programma International Military Education and Training (IMET), ma ulteriore assistenza è fornita attraverso programmi multilaterali presumibilmente orientati a sostenere il mantenimento della pace regionale e le capacità locali di contrastare le ribellioni, come il programma African Contingency Operations Training and Assistance (ACOTA) e la Trans-Sahara Counter-Terrorism Initiative (TSCTI) [22].

Per consolidare la supervisione di questi programmi e introdurre ulteriormente la presenza militare statunitense in Africa, nel 2007 il presidente Bush ha istituito il Comando Africano (United States Africa Command, AFRICOM) – il primo comando regionale d’oltremare del Pentagono istituito dai tempi della formazione del CENTCOM, creato dal presidente Regan nel 1983. In un primo momento, la responsabilità delle attività militari americane in Africa era ripartita tra l’EUROCOM, il CENTCOM e il PACOM, senza considerare l’Africa una questione di importanza cruciale: ora, con la formazione dell’AFRICOM, l’Africa ha acquisito una rilevanza strategica fondamentale per l’esercito statunitense [23].

La competizione globale per l’energia

In tutte queste attività, l’obiettivo principale della politica estera energetica americana è stato di assicurarsi l’accesso a quanti più fornitori di petrolio possibile, di incrementare la partecipazione delle compagnie americane allo sviluppo delle riserve di questi paesi e di provare a prevenire ogni interruzione del trasporto di petrolio da questi fornitori verso gli Stati Uniti.

Nel perseguire questi obiettivi, i policymaker americani hanno cominciato, nel corso del tempo, a fare sempre più affidamento su mezzi militari di vario tipo. Tra questi, prima di tutto, l’impegno a proteggere i regimi a capo dei paesi che forniscono agli Stati Uniti la maggior parte dell’energia importata. Questa è stata l’essenza dell’assetto stabilito dal presidente Roosevelt e dal Re Abdul Aziz nel 1945, ed è alla base degli accordi di aiuto militare che, da allora, Washington ha sottoscritto con tanti Stati petroliferi. In secondo luogo, si tratta di misure volte a minacciare – o, quando necessario, sconfiggere – nazioni ostili, che possono tentare di interrompere le linee di collegamento tra i fornitori chiave e gli Stati Uniti. Tuttavia, sta, ora, emergendo una nuova forma di attività militare: misure per evitare che la Cina e la Russia conquistino una posizione dominante nelle aree chiave di estrazione del petrolio, come l’Africa e il bacino del Mar Caspio.

Questa nuova attenzione degli Stati Uniti per la Cina e la Russia deriva dal timore che la Cina – con una sete di petrolio crescente – stia sempre più competendo con gli Stati Uniti per accedere alle riserve petrolifere del Sud globale e che la Russia stia cercando di dominare il trasporto di energia dal bacino del Mar Caspio ai mercati internazionali. Nel perseguimento di questi obiettivi, Pechino e Mosca stanno anch’esse stabilendo legami con i governi di queste aree e, in alcuni casi, competono con Washington per guadagnarsi la lealtà dei produttori più importanti, come l’Angola, il Kazakistan e la Nigeria. Esse, inoltre, stanno seguendo il modello stabilito dagli Stati Uniti, cioè stanno fornendo armi e assistenza militare per consolidare i rapporti con le elite militari locali [24].

Che i principali policymaker statunitensi vedano questi tentativi come una potenziale minaccia agli interessi energetici vitali dell’America risulta con chiarezza da una serie di recenti rapporti e sedute del Congresso. Di particolare interesse è The Military Power of the People’s Republic of China, un rapporto annuale redatto dal Dipartimento della Difesa statunitense su incarico del Congresso. Assicurare adeguati rifornimenti di risorse e materie prime è diventato un volano fondamentale della politica estera cinese, afferma l’edizione del 2006. Non solo i cinesi stanno fornendo armi e tecnologia militare ai loro fornitori di petrolio preferiti, sostiene il rapporto, ma stanno cominciando anche a riconfigurare la loro flotta per assicurarsi l’accesso a quegli stessi, distanti fornitori. Le prove suggeriscono che la Cina sta investendo in sistemi di armamento marittimo, di superficie e sottomarino, che possano servire da fondamento per una forza capace di proteggere le linee di comunicazione marittima e/o i territori geostrategici più importanti [25].

L’interesse americano per i tentativi della Russia di dominare il trasporto energetico in Eurasia è emerso da un gran numero di sedute del Congresso, tra cui una serie, convocata dal senatore Chuck Hagel, del Comitato per le Relazioni Estere del Senato, dedicata alla sicurezza energetica statunitense. Dopo che, il 1° gennaio 2006 , il monopolista russo del gas naturale Gazprom ha tagliato il flusso di gas verso l’Ucraina – presumibilmente per una disputa sui prezzi, sebbene il gesto sia stato visto da più parti come una rappresaglia per l’orientamento filo-occidentale del governo ucraino –, l’amministrazione Bush ha attaccato Mosca, condannando ogni sfruttamento degli assetti energetici volto a ottenere vantaggi politici. Nessun interesse legittimo è soddisfatto quando il petrolio e il gas diventano strumenti di intimidazione o ricatto, che ciò avvenga attraverso una manipolazione dei rifornimenti o attraverso il tentativo di monopolizzare i trasporti, ha dichiarato il vicepresidente Cheney alla conferenza in favore della democrazia a Vilnius, Lettonia, il 4 maggio 2006 [26].

In risposta a queste sfide, il Dipartimento della Difesa ha incrementato gli sforzi militari e diplomatici in Africa e nel bacino del Mar Caspio, cercando sempre di favorire gli interessi statunitensi e di contrastare le intrusioni di Cina e Russia. Dopo aver espresso le sue osservazioni critiche a Vilnius, per esempio, il vicepresidente Cheney si è recato in Kazakistan, dove ha cercato di persuadere il presidente Nursultan Nazarbayev a trasportare le future esportazioni di petrolio kazake attraverso l’oleodotto BTC, sostenuto dagli Stati Uniti, piuttosto che attraverso i condotti che passano per la Russia [27]. Cheney (insieme alla Segretaria di Stato Condoleezza Rice) ha lavorato duramente anche per sostenere i legami degli Stati Uniti con i governi di Azerbaigian, Georgia e Kirgizistan, di fronte alle forti pressioni di Pechino e Mosca volte a ridimensionare l’influenza americana in questi paesi.

Tornando all’Africa, la recente istituzione dell’AFRICOM può essere considerata, in parte, una risposta alla crescente presenza della Cina nella regione. Sebbene neghino regolarmente, in pubblico, che questa manovra abbia qualcosa a che fare con l’aggressiva ricerca, da parte della Cina, delle riserve petrolifere africane, i militari statunitensi non sono così reticenti in privato. Parlando ufficiosamente, sono spesso pronti a riconoscere che il Dipartimento della Difesa è interessato alla “crescente influenza” della Cina in Africa [28]. L’aumento degli aiuti militari all’Angola, alla Nigeria e ad altri importanti fornitori di petrolio africani dovrebbe essere letto in questa stessa luce.

È ancora troppo presto per interpretare queste manovre come una lotta per le risorse su vasta scala, simile alle contese interimperiali che hanno fatto presagire la prima guerra mondiale, ma si stanno certamente muovendo in quella direzione. Gli Stati Uniti, da parte loro, stanno rafforzando le proprie capacità navali nelle acque dell’Africa, dell’Asia e del Medio Oriente, e stanno mantenendo i legami militari con gli alleati di lungo periodo, come il Giappone e l’Arabia Saudita. Anche Cina e Russia stanno rafforzando le loro capacità militari e hanno stabilito una partnership strategica che implica una cooperazione energetica e militare sempre crescente; entrambe, inoltre, promuovono la Shanghai Cooperation Organisation (SCO), un’organizzazione per la sicurezza regionale nell’Asia centrale che incorpora anche Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. La competizione per il petrolio e il gas naturale è di rado citata dagli alti funzionari di questi paesi come motivo principale delle loro iniziative, ma è ampiamente riconosciuta, dagli osservatori informati, come un fattore primario [29].

Così, siamo entrati in un’era in cui la competizione globale per l’energia sta diventando sempre più feroce, in cui i maggiori rifornimenti di petrolio non ancora sfruttati sono collocati in aree caratterizzate da un’instabilità cronica e in cui le maggiori potenze consumatrici dipendono sempre più, per assicurarsi l’accesso a fonti chiave di rifornimento, da misure militari. Questo sta portando non solo a un coinvolgimento militare diretto delle maggiori potenze negli affari interni dei principali Stati produttori di petrolio, come mostra l’impegno americano in Iraq, ma anche a una competizione militare tra le grandi potenze stesse, per ottenere un vantaggio geopolitico nelle principali aree di produzione petrolifera. È difficile prevedere dove condurrà tutto questo, ma, se sarà la storia a giudicare, il responso non sarà piacevole.

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Sitografia


Note

1. L’autore ha sviluppato per la prima volta questi argomenti in M.T. Klare, Blood and Oil: The Dangers and Consequences of America’s Growing Dependency on Imported Petroleum, New York, Metropolitan Books, 2004.

2. U.S. Department of Energy (DoE), Energy Information Administration (EIA), Annual Energy Outlook 2007, Washington, D.C., 2007, tavola A1, p. 135.

3. Ibid., tavola A2, p. 138.

4. U.S. Department of Energy (DoE), Energy Information Administration (EIA), Annual Energy Review 2006, Washington, D.C., 2006, tavola 5.1, p. 125.

5. L’espressione Lower 48 States indica gli Stati Uniti d’America senza l’Alaska e le Hawaii.]] è cresciuta da 5,4 milioni di barili al giorno nel 1959 a 9,4 milioni di barili nel 1970. Ma, all’insaputa della maggior parte degli americani, in quel fondamentale equilibrio energetico è intervenuto un cambiamento drammatico nel 1970, quando la produzione dei Lower 48 ha smesso di crescere. Sebbene le scoperte in Alaska abbiano aggiunto una certa quantità di petrolio grezzo ai rifornimenti petroliferi interni degli Stati Uniti, dal 1971 l’estrazione netta di petrolio ha cominciato a declinare, raggiungendo gli attuali 4,4 milioni di barili al giorno, appena il 47% del picco raggiunto nel 1970[[Ibid.

6. Ibid.

7. U.S. Department of Energy (DoE), Energy Information Administration (EIA), International Energy Outlook 2007, Washington, D.C., 2007, tavola G2, p. 188.

8. Sugli antefatti di questa vicenda si veda Aaron David Miller, Search for Security, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1980, pp. 128-31.]]. Certo è che i funzionari americani si sono spesso riferiti a questo incontro come al fondamento dei legami militari tra gli Stati Uniti e il regno. Come notato dall’allora Segretario della Difesa Dick Cheney, chiamato a riferire davanti al Comitato per le forze armate del Senato nel settembre 1990, in seguito all’invasione irachena del Kuwait, i legami con l’Arabia Saudita risalgono al 1945, quando il presidente Franklin Delano Roosevelt ha incontrato, verso la fine della seconda guerra mondiale, il re Abdul Aziz sulla "U.S.S. Quincy", e ha affermato, in quell’occasione, che gli Stati Uniti hanno un interesse duraturo e continuo per la sicurezza del regno[[U.S. Congress, Senate, Committee on Armed Services, Crisis in the Persian Gulf Region: U.S. Policy Options and Implications, Hearings, 101° Congresso, 2° sessione, 1990, p. 10.

9. Per un quadro generale di questi sforzi si veda David E. Long, The United States and Saudi Arabia: Ambivalent Allies, Boulder, Colo., Westview Press, 1985.

10. Discorso sullo Stato dell’Unione, 23 gennaio 1980, in Weekly Compilation of Presidential Documents, vol. 16, n. 4, 28 gennaio 1980, p. 197. Per un quadro generale degli eventi che hanno portato a un simile discorso si rimanda a Michael A. Palmer, Guardians of the Gulf: The Growth of American Involvement in the Persian Gulf 1833-1992, New York, Free Press, 1992, pp. 103-11.]]. Per rendere credibile questa dichiarazione, Carter ha annunciato una serie di misure militari volte a rinsaldare la capacità americana di impiegare la forza nel Golfo persico e nell’area circostante. La misura più importante è stata l’attivazione della Rapid Deployment Joint Task Force (RDJTF), un nuovo gruppo di combattimento multi-funzione responsabile di tutte le operazioni militari nella più vasta regione del Golfo, accompagnata dall’acquisizione di nuove basi nelle aree del Golfo e dell’Oceano Indiano[[Per un quadro generale relativo alla RDJTF e al CENTCOM si veda Jay E. Hines, in “Command History”, documento elettronico del 31 dicembre 2002.

11. Da un annuncio ufficiale di Richard W. Murphy, Assistente Segretario di Stato, citato in Palmer, Guardian of the Gulf, p. 123. Per un quadro generale di questi eventi si veda Ibid, pp. 128-149.

12. Citato in “The New York Times”, 9 agosto 1990.]]. Solo più tardi, quando le truppe americane si preparavano a combattere contro gli iracheni, i funzionari dell’amministrazione hanno fornito un’altra giustificazione della guerra – la necessità di liberare il Kuwait, di eliminare le armi di distruzione di massa dell’Iraq (Weapons of Mass Destruction, WMD), di rafforzare le sanzioni internazionali contro l’aggressione, e così via. Il rapporto chiarisce, comunque, che, all’inizio, il presidente e i suoi consiglieri vedevano l’invasione del Kuwait attraverso le lenti della dottrina Carter: come una minaccia all’Arabia Saudita e al libero flusso del petrolio proveniente dal Golfo[[Per un quadro generale e un commento si veda Bob Woodward, The Commanders, New York, Simon and Schuster, 1991, pp. 225-26, 230, 236-37.

13. Per un quadro generale e un commento cfr. Klare, Blood and Oil, pp. 94-99, ma anche Seymour Hersh, The Iraq Hawks, in “The New Yorker”, 24 dicembre 2001, pp. 58-63.

14. Cfr. Chip Cummins, U.S. Digs In to Guard Iraq Oil Exports, in “Wall Street Journal”, 12 novembre 2007.

15. Citato in David E. Sanger, Cheney on Carrier, Warns Iran to Keep Sea Lanes Open, in “New York Times”, 12 maggio 2007.

16. Questo argomento è stato trattato per la prima volta in Klare, Blood and Oil, pp. 64-66, 132-45.

17. National Energy Policy Development Group (NEPDG), National Energy Policy, Washington, D.C., Casa Bianca, 17 maggio 2001 (d’ora in poi citato come NEPDG, NEP-2001). Per una sintesi e un commento si rimanda a Klare, Blood and Oil, pp. 56-73.]]. La produzione petrolifera del Medio Oriente rimarrà centrale per la sicurezza del petrolio mondiale, nota il rapporto. Tuttavia, la concentrazione della produzione petrolifera in una qualsiasi regione del mondo è una potenziale causa di instabilità del mercato e, di conseguenza, una maggiore diversificazione della produzione petrolifera … comporta ovvi benefici per tutti gli attori del mercato[[NEPDG, NEP-2001, capitolo 8, pp. 1-6.

18. Ibid., capitolo 8, p. 11.

19. U.S. Department of State (DoS), Congressional Budget Justification: Foreign Operations, Fiscal Year 2004, febbraio 2003, pp. 322-23.

20. U.S. Department of State (DoS), Congressional Budget Justification: Foreign Operations, Fiscal Year 2004, febbraio 2003, pp. 322-23.

21. Cfr. Robert G. Kaiser, U.S. Plants Footprint in Shaky Central Asia, in “Washington Post”, 27 agosto 2002; Scott Peterson, Terror War and Oil Expand U.S. Sphere of Influence, in “Christian Science Monitor”, 19 marzo 2002.]]. Inoltre, gli alti funzionari del Pentagono stanno valutando la possibilità di acquisire ulteriori “basi per operazioni avanzate” in Azerbaigian e in Georgia, per supportare il futuro dispiegamento di truppe statunitensi nella regione[[Cfr. Kurt M. Campbell e Celeste Johnson Ward, New Battle Stations?, in “Foreign Affairs”, vol. 82, n. 5, settembre/ottobre 2003, pp. 95-103; Greg Jaffe, In Massive Shift, U.S. is Planning to Cut Size of Military in Germany, in “Wall Street Journal”, 10 giugno 2003; Vernon Loeb, New Bases Reflect Shift in Military, in “Washington Post”, 8 giugno 2003.]]. Anche la base aerea di Atyrau comincia a essere considerata in questa prospettiva: secondo il Dipartimento di Stato, la base ospiterà una struttura che le truppe degli Stati Uniti e del Kazakistan potranno usare per “addestramenti congiunti nel campo del contro-terrorismo”[[U.S. Department of State (DoS), Congressional Budget Justification: Foreign Operations, Fiscal Year 2004, febbraio 2003, pp. 348-49.]] – un possibile primo passo verso l’occupazione permanente da parte delle forze americane. Anche in Africa occidentale si sta applicando un modello simile, con la costante espansione del coinvolgimento militare americano. Alla base di questo sforzo c’è la crescente dipendenza americana dal petrolio africano. Si prevede che l’Africa occidentale sarà, per il mercato americano, una delle fonti di petrolio e gas che cresceranno più velocemente, afferma il rapporto Cheney[[NEPDG, NEP-2001, capitolo 8, p. 11.]]. Dal punto di vista di Washington, questo investe l’Africa subsahariana di un significato geopolitico senza precedenti. Il petrolio africano è di interesse strategico nazionale per noi, ha dichiarato, nel 2002, il Vicesegretario di Stato Walter Kansteiner, destinato ad aumentare e a diventare, con il tempo, sempre più importante[[Citato in Mike Crawley, With Mideast Uncertainty, U.S. Turns to Africa for Oil, in “Christian Science Monitor”, 23 maggio 2002.

22. Per un quadro generale e per i dati relativi a questi programmi si rimanda a Michael T. Klare e Daniel Volman, The African ‘Oil Rush’ and U.S. National Security, in “Third World Quarterly”, vol. 27, n. 4, 2006, pp. 609-28. Cfr. anche Lauren Ploch, Africa Command: U.S. Strategic Interests and the Role of the U.S. Military in Africa, Washington, D.C., Library of Congress, Congressional Research Service, 2007.

23. Per un quadro generale e un commento cfr. Ploch, Africa Command.]]. E, benché riluttanti ad ammetterlo sul piano ufficiale, gli alti funzionari riconoscono facilmente, quando parlano in via ufficiosa, il ruolo svolto dal petrolio in questo processo. Così, discutendo della possibile necessità di nuove basi nella regione, un alto funzionario ha detto a un reporter del “Wall Street Journal” che un compito fondamentale delle forze armate statunitensi [in Africa] sarebbe di garantire la sicurezza dei pozzi petroliferi nigeriani, che, in futuro, potrebbero costituire il 25% delle importazioni di petrolio statunitensi[[Citato in Jaffe, In Massive Shift, U.S. is Planning to Cut Size of Military in Germany.

24. Per un quadro generale e un commento cfr. Michael T. Klare, Rising Powers, Shrinking Planet: The New Geopolitics of Energy, New York, Metropolitan Books, 2008.

25. U.S. Department of Defense (DoD), The Military Power of the People’s Republic of China 2006, Washington, D.C., 2006, p. 1.

26. Office of the Press Secretary, Casa Bianca, Vice President’s Remarks at the 2006 Vilnius Conference, 4 maggio 2006.

27. Cfr. Ilan Greenberg e Andrew E. Kramer, Cheney, Visiting Kazakhstan, Wades Into Energy Battle, in “New York Times”, 6 maggio 2006.

28. Un alto funzionario del Pentagono citato in Robyn Dixon, On His African Tour, Hu Is All Business, in “Los Angeles Times”, 7 febbraio 2007.]]. In effetti, il fatto che la formazione dell’AFRICOM sia stata annunciata il 7 febbraio 2007 – proprio il giorno in cui il presidente cinese Hu Jintao è arrivato in Africa per un tour, fortemente pubblicizzato, attraverso otto nazioni del continente – non è sfuggito ai commentatori locali[[Cfr. Ibid.

29. Per un quadro generale e un commento cfr. Klare, Rising Powers, Shrinking Planet.

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