Pascucci Angela

La lunga corsa della Cina I. La politica energetica interna [19/11/2008]

La Cina corre e ha intenzione di farlo per i prossimi decenni, nonostante le conseguenze dell’attuale sviluppo stiano lasciando segni devastanti sull’intero pianeta. Nel 2001 l’antico Regno di Mezzo pesava per il 10% sulla domanda globale di energia ed era autosufficiente al 96%; oggi, la sua quota di domanda è del 15% e il suo governo fissa al 90% l’obiettivo di autosufficienza, ma è alla costante ricerca di approvvigionamenti sul mercato mondiale. Nel 2006 la Cina è diventata la seconda potenza economica mondiale, in termini di parità di potere d’acquisto (PPP), con una quota del PIL globale del 15%. Ma, anche valutata ai tassi di cambio di mercato, l’economia cinese è ormai al quarto posto, dopo Usa, Giappone e Germania, con una fetta del 5,5% del PIL globale. Forse solo la crisi mondiale in corso riuscirà a rallentarne, in modo traumatico, la corsa. Per i vertici cinesi, tuttavia, crescere è un imperativo categorico: da 30 anni, dall’inizio delle riforme volute da Deng Xiaoping, è alla crescita economica che hanno legato la loro legittimità a governare e di conseguenza, secondo la loro visione, la stabilità del paese.

La volontà di mantenere l’attuale corso è stata espressa con chiarezza dal Partito Comunista, ancora oggi fonte decisionale preminente: all’ultimo congresso, il diciassettesimo, tenutosi nell’ottobre del 2007, ha ribadito gli obiettivi dell’ultimo piano quinquennale (2002-2011), innalzandoli ulteriormente. Da qui al 2020 il paese quadruplicherà il prodotto interno lordo (PIL) pro capite rispetto al livello del 2000, arrivando a 4.500 dollari, ai tassi correnti di mercato (già nel 2007 la media aveva raggiunto i 2.460 dollari) [1]. La novità introdotta è nell’enfasi di quel “pro capite”, che alza la barra della crescita quantitativa. Ma, comanda il PC, se la crescita quadruplica, il consumo di energia necessaria a produrla dovrà “solo” raddoppiare.

I diktat del partito non sembrano, tuttavia, particolarmente efficaci nel regolare il corso impetuoso dell’economia cinese, restia, finora, a sottostare allo Scientific Outlook on Development propugnato dalla leadership [2] rilevavano infatti un abbattimento dell’intensità energetica di appena l’1,3%. Il dato più inquietante è che, fino al 2000, a una crescita economica media del 9% ha corrisposto un aumento del consumo energetico del 4%; dal 2001 le due percentuali sono praticamente uguali. Un grave problema che rivela limiti strutturali. In un’intervista al settimanale tedesco ″Der Spiegel″, nel 2006, un alto funzionario cinese, sotto anonimato, spiegava che, per produrre 10 mila dollari di merci, la Cina ha bisogno di una quantità di risorse che supera di sette volte quella del Giappone, di sei volte quella degli Usa, di tre volte quella dell’India.

Il mancato raggiungimento degli obiettivi fissati centralmente evidenzia uno degli aspetti critici della struttura di potere cinese, quasi una costante della storia politica del paese: lo scollamento tra il centro e la periferia, tanto più grave se la periferia è costituita, oggi, da una ricca provincia costiera, che rappresenta di per sé una mini potenza economica. Così che il governo di Pechino ha difficoltà a far applicare a livello locale le leggi emanate dal centro.

Il problema che affligge l’efficienza e il risparmio energetico riguarda anche lo spaventoso inquinamento del paese (e, di conseguenza, il degrado ambientale del pianeta, del quale la Cina, va ricordato, è un recente, anche se decisivo, protagonista). Nonostante l’enfasi posta dall’attuale leadership, sin dal suo insediamento (2004), sulla sostenibilità dello sviluppo e un PIL “verde”, i governi locali hanno continuato a premere l’acceleratore dello sviluppo quantitativo, anche a costo di suscitare le proteste e le rivolte dei propri governati, vessati da confische arbitrarie e da un inquinamento fuori controllo.

Nel giugno 2007 l’olandese Netherlands Environmental Assessment Agency rivelava che già nel 2006 (con largo anticipo sulle previsioni) la Cina aveva superato gli Stati Uniti come prima fonte mondiale di emissioni di gas serra. Quest’anno la conferma è arrivata dal rapporto sul Carbon Budget 2007 del Global Carbon Project, un osservatorio sulle emissioni globali di anidride carbonica.

L’allarme riguarda l’intero globo, visto che dal 2000 le emissioni mondiali annuali sono quadruplicate. Nel 2007 sono state scaricate nell’atmosfera 10 miliardi di tonnellate di carbone. Di queste, 1,8 miliardi provenivano dalla Cina e 1,59 miliardi dagli Stati Uniti. Una realtà che gli stessi cinesi cominciano ad ammettere, come rivelano i dati diffusi il 22 ottobre 2008 da un rapporto dell’Accademia cinese delle scienze sociali, che, per la prima volta, ha rotto il silenzio ufficiale. Secondo questi ricercatori, entro il 2020 le emissioni cinesi potrebbero oscillare tra i 2,5 e i 2,9 miliardi di tonnellate [3]. Che il rapporto tra le rispettive popolazioni faccia sì che le emissioni pro capite cinesi siano, oggi, un quinto di quelle statunitensi non cambia la gravità della situazione, ma la pone in una prospettiva per cui non è sostenibile chiedere solo alla Cina (che ha sottoscritto e ratificato il Protocollo di Kyoto) di cambiare strada.

Cambiare strada è, tuttavia, una questione urgente per Pechino, se sono veri i dati contenuti nel rapporto diffuso dalla Banca mondiale nel marzo del 2007, Cost of Pollution in China, secondo il quale per l’economia cinese i costi combinati sanitari e non sanitari dell’inquinamento di aria e acque ammontano ogni anno a 100 miliardi di dollari (5,8% del PIL). In quell’occasione si parlò di un dato che il governo cinese aveva contestato: 750 mila morti premature l’anno a causa del deterioramento ambientale. Mai smentito dai cinesi, invece, il dato che parla di 400 mila morti l’anno. Ufficiale anche il rapporto del Ministero della sanità cinese diffuso nella primavera del 2007, frutto di un’indagine condotta in 30 città e 78 contee, che rilevava un incremento dei casi di cancro dal 2005 del 19% nelle aree urbane e del 23% in quelle rurali [4]. Né contestato è il dato, diffuso sempre dalla Banca Mondiale, che 20 delle 30 città più inquinate del mondo si trovano in Cina. D’altra parte, è anche accertato che, nel 2005, la Cina è diventata il primo emettitore mondiale di anidride solforosa, con oltre 25 milioni di tonnellate di emissioni. E questo tipo di inquinamento colpisce innanzitutto le popolazioni locali.

Cambiare l’attuale corso cinese appare, tuttavia, difficile come frenare un TGV in piena corsa. Dal 1980 a oggi, l’economia è cresciuta a un tasso medio costante del 9,8%, che nel 2006 e nel 2007 è accelerato fino a sfiorare l’11%. C’è voluta la crisi del 2008 per riportare la crescita al 9%. Nella storia umana nessun paese tanto grande (primo al mondo per popolazione, con 1,3 miliardi di abitanti) è mai cresciuto così rapidamente per un periodo tanto lungo. Alimentare questa crescita ha richiesto una corrispondente crescita dei consumi energetici. Oggi la Cina è il secondo consumatore e il secondo produttore mondiale di energia. Le proiezioni contenute nel World Energy Outlook 2007, stilato dall’International Energy Agency (IEA), che quell’anno ha focalizzato la propria attenzione su Cina e India, dicono che nel Reference Scenario, cioè in mancanza di interventi che modifichino lo status quo, la domanda primaria di energia della Cina raddoppierà tra il 2005 e il 2030, da 1.742 Mtoe (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) a 3.819 Mtoe – con una crescita annua media del 3,2%, anche se fino al 2010 l’aumento sarà del 6,6%. Intorno al 2010 è previsto il sorpasso degli Stati Uniti e la Cina diventerà il primo consumatore mondiale di energia primaria.

Il più immediato problema cinese è il mix della sua produzione energetica. La parte del leone la fa, infatti, il carbone, che ancora oggi, in Cina, copre il 69% dei fabbisogni energetici (quota che, secondo l’ultimo piano quinquennale, dovrebbe scendere al 66% nel 2010) e quasi l’80% della produzione di energia elettrica. Dal 2001 la domanda è cresciuta del 12% l’anno. Nel 2006 ne sono state consumate 2,4 miliardi di tonnellate (più di Usa, Giappone e Gran Bretagna messi insieme), che potrebbero diventare 3 miliardi entro il 2010. Pur essendo il primo produttore mondiale (e pur disponendo del 13% delle riserve accertate), nel 2007 la Cina è persino diventata importatrice di carbone. Secondo lo Scenario di Riferimento IEA, nel 2030 l’import netto di carbone cinese costituirà il 3% della domanda interna totale di energia e il 7% del commercio mondiale. Un’idea della dipendenza crescente la dà questo dato impressionante: nel 2006 sono stati installati in Cina 105 mila nuovi Mw elettrici (in un solo anno, quindi, è stata messa in esercizio una potenza notevolmente superiore a quella installata in Italia dall’inizio dell’elettrificazione a oggi): 90 mila di questi sono stati alimentati a carbone. Si prevede che entro il 2030 la Cina avrà bisogno di aggiungere altri 1.312 GW alla sua capacità di generazione (più della capacità attualmente installata negli Usa) e la maggior parte verrà ancora dal carbone. Sul quale pende anche lo stigma delle migliaia di minatori morti ogni anno in incidenti minerari. Secondo dati del 2005, le grandi compagnie statali coprono metà della produzione, ma il 90% delle miniere è di piccole dimensioni e appartiene a comuni, villaggi e privati. E sono i luoghi di lavoro più pericolosi del mondo. Quello minerario è considerato uno dei sette settori strategici da mantenere sotto lo stretto controllo dello Stato. Molto si parla dell’uso di tecnologie avanzate per “pulire” il carbone, ma i processi richiedono una tale abbondanza di acqua da escluderne l’uso massiccio in una situazione di drammatica scarsità idrica come quella cinese. Quindi, anche se il carbone è una risorsa abbondante, non garantisce la sicurezza energetica. Avere grandi riserve è una cosa. Estrarle, trasportarle, bruciarle rapidamente e in modo pulito è un’altra. Il sistema cinese non è efficiente, come hanno dimostrato e dimostrano i black out e le improvvise mancanze di combustibile nei momenti critici dell’anno o in situazioni di emergenza climatica [5].

La seconda fonte per importanza è il petrolio, che copre, oggi, poco più del 21% del fabbisogno energetico cinese. Dal 2001, la sua domanda è cresciuta del 9% l’anno. La Cina, che ha fornito greggio all’Asia orientale per gran parte della sua storia, ha perso la sua autosufficienza petrolifera nel 1993. Oggi è il terzo importatore mondiale, il sesto produttore e il secondo consumatore e brucia una quantità di petrolio che è già due terzi di quella statunitense. La crescita della domanda cinese ha contribuito per il 46% all’aumento di domanda mondiale nel 2006. Un’irruzione fragorosa, che, secondo l’opinione corrente, sarebbe tra le cause più vigorose della vertiginosa impennata del prezzo del barile. Anche se chi ha una vista più ampia guarda anche alle speculazioni sui futures.

Il consumo annuale cinese si aggira intorno ai 350 milioni di tonnellate, che equivalgono a più di 7 milioni di barili al giorno. L’import 2006 ha raggiunto i 3,5 milioni di barili al giorno, il 50% dei consumi. L’80% dell’import viene da Medio Oriente e Africa [6]. Sempre la IEA prevede che la dipendenza cinese dall’import sarà, nel 2030, dell’80%. Le risorse interne sono limitate e in decrescita, anche se sono in corso le ricerche di nuovi giacimenti. La necessità di assicurarsi fonti di approvvigionamento sicure ha spinto la politica del “going out” cinese, che tante controversie ha suscitato e che esamineremo in un altro articolo.

Il gas naturale soddisfa, oggi, il 2,7% della domanda totale di energia. Secondo il piano quinquennale, entro il 2010 dovrebbe coprire il 5,3% del totale. Dal 2001 la sua richiesta è aumentata del 15% l’anno. Le scoperte di giacimenti, anche in regioni politicamente sensibili come il Xinjiang e il Tibet, fanno prevedere un incremento della produzione interna dai 51 miliardi di metri cubi (mc) del 2005 ai 76 miliardi di mc del 2010, fino ai 118 miliardi di mc del 2020. E, tuttavia, l’import di gas, iniziato solo nel 2006, è anch’esso destinato a crescere. Da 12 miliardi di mc nel 2010 a 28 miliardi di mc nel 2015, per raggiungere i 128 miliardi di mc nel 2030. Le prospettive di evoluzione, però, scrive la IEA, sono “molto incerte”, perché dipendono dall’equilibrio fra produzione e domanda, molto sensibile ai prezzi relativi dei diversi combustibili.

Con l’idroelettrico la Cina copre, oggi, il 2% della domanda di energia primaria e alimenta il 18% della produzione elettrica. Il piano quinquennale prevede che già entro il 2010 la quota di domanda soddisfatta dovrà arrivare al 6,8%. Con 397 Twh (miliardi di KWh) la Cina è, già oggi, il più grande produttore di idroelettricità del mondo (per dare un’idea, la sua produzione da idroelettrico è largamente superiore al consumo italiano di elettricità). Secondo i piani, la produzione dovrebbe raggiungere i 1.005 TWh nel 2030, ma, data la previsione di crescita complessiva così accelerata, la percentuale di idroelettricità scenderà dal 18 al 12%. Energia rinnovabile, indubbiamente. Ma le enormi dighe, come quella delle Tre Gole, e i titanici sistemi di sbarramento in progetto su tutti i grandi fiumi cinesi, soprattutto nello Yunnan, infliggono danni enormi alle popolazioni, costrette ad esodi biblici, e agli ecosistemi.

Anche il nucleare è considerato un’energia “pulita” e sono stati messi in atto dal governo sforzi massici per promuoverlo. Attualmente sono 11 i reattori in funzione in Cina, per una capacità installata di 8,6 GW. Nel 2007 hanno prodotto elettricità per 62 miliardi di Kwh, il 16% in più rispetto a un anno prima, ma solo il 2,3% della produzione elettrica nazionale. Altri 6 reattori, per una capacità totale di 3,2 GW, sono in costruzione e se ne prevede l’entrata in funzione tra il 2010 e il 2011, ma gli obiettivi del governo sono mastodontici. Prevedono infatti che entro il 2020 siano installati almeno 40 GW e che, per quella data, sia stata avviata la costruzione di altri reattori, per una capacità aggiuntiva di 18 GW. Un paese come la Spagna soddisfa tutti i suoi bisogni di elettricità con 40 GW, ma per la Cina rappresenteranno, nel 2020, solo il 4% della potenza installata [7]. La corsa è, dunque, appena iniziata. Tutti i nuovi impianti saranno costruiti nelle aree costiere, le più abitate, sviluppate e assetate di energia. L’investimento previsto per questo rush atomico è di 65 miliardi di dollari, ma, a sentire gli esperti, è improbabile che siano sufficienti. Un business nucleare enorme per le grandi compagnie occidentali del settore, ma che, per la Cina, segna l’inizio di un altro problema di approvvigionamento, dalle implicazioni strategiche, vista l’insufficienza delle risorse interne di uranio.

In questi macroscenari, un ruolo di secondo piano, e tuttavia non irrilevante, è assegnato alle fonti cosiddette “rinnovabili”. Dal 1 gennaio 2006 è entrata in vigore la Renewable Energy Law. Nel quadro da essa stabilito è stato elaborato il Medium and Long Term National Planning of Renewable Development, promulgato nel 2007, nel quale il governo ha stabilito che la quota delle rinnovabili nella produzione di energia primaria dovrà essere del 10% entro il 2010 e del 15% entro il 2020, pari a circa 120 GW. Per raggiungere quest’ultimo obiettivo è stato calcolato che ci vorranno non meno di 200 miliardi di euro di investimenti [8]. Date le dimensioni del paese, i risultati delle applicazioni sono sempre strabilianti, in tutti i settori, e gli obiettivi posti dal Planning potrebbero, in questo campo, essere superati prima del tempo.

Per l’eolico, nel 2007 la Cina aveva installato 6 GW, attestandosi al quinto posto nel mondo per numero di impianti e molti esperti arrivano a dire che già nel 2010 il paese avrà installato 20 GW di eolico, che potrebbero diventare 100 nel 2020. Gli immensi spazi deserti costituiscono, in questo caso, una grande opportunità. Dal 2009 il paese potrebbe diventare il primo produttore mondiale di turbine eoliche. Goldwind, leader cinese del settore, quest’anno ha comprato il 70% della tedesca Vensys Energy, sua principale fornitrice di tecnologie [9].

Quanto all’energia solare, la Cina è, oggi, il terzo produttore mondiale di celle e moduli fotovoltaici ed è il più grande mercato mondiale per gli impianti solari termici, con quasi due terzi della capacità mondiale. Oltre il 10% delle famiglie cinesi riceve dal sole la sua acqua calda. Ma i costi ancora elevati dei componenti impediscono la definitiva diffusione su grande scala.

Segna il passo l’uso delle biomasse, mentre il biofuel si è arenato, per ora, davanti alla drammatica scarsità di terra arabile del paese. Le aspettative maggiori, secondo il Worldwatch Institute, sono rivolte all’etanolo da cellulosa, che molti ritengono possa diventare commerciabile in 7/10 anni.

Lo sforzo titanico di procurare combustibile per alimentare la sua corsa avrà, per la Cina, un costo immenso. Secondo il Reference Scenario della IEA, tra il 2006 e il 2030 il paese investirà 3.700 miliardi di dollari (valore 2006), con una media annua di 150 miliardi. Di questi, 2.800 andranno al settore elettrico, per la generazione, la trasmissione e la distribuzione. Lo sforzo per aumentare la capacità di raffinazione del petrolio, elemento di primaria importanza, richiederà invece 247 miliardi, ma per il carbone si spenderà di più, 251 miliardi.

La Cina continua ad essere la grande “fabbrica del mondo”. Ovvio, dunque, che il settore industriale conti per oltre il 70% del consumo finale di energia, mentre il settore commerciale e residenziale prendono il 19% e quello dei trasporti il 10%. Per l’industria, una quota molto alta, sia rispetto ai paesi sviluppati (negli Usa la percentuale è del 25%) sia rispetto a quelli in via di sviluppo (in India la quota è del 49%) [10]. Il grande volume delle esportazioni porta a valutare anche quanta energia sia incorporata nelle merci destinate all’estero: il 28% del consumo totale di energia del paese, 452 Mtoe. D’altra parte, è in Cina che, oggi, si produce il 44% del cemento mondiale, il 34% dell’acciaio, il 30% dell’ammoniaca. La percentuale degli altri settori di consumo è molto bassa, ma, storicamente, è quando un paese raggiunge un reddito medio di 5.000 dollari che il settore residenziale, commerciale e dei trasporti superano quello industriale.

Qualcuno ha scritto che il profilo energetico cinese costituisce una finestra sulla sua anima economica. Anima tormentata, che solo parzialmente le statistiche riescono ad ordinare. Anche perché la Cina e il suo popolo sono ancora in flusso costante, in una perpetua transizione in cui ogni giorno è diverso dall’altro e apre sul futuro scenari di incerta percezione e, tuttavia, stravolgenti. Anche per i bisogni crescenti di energia che prefigurano.

Si calcola che, ogni anno, 14 milioni di contadini lascino le campagne per raggiungere le città e un piano di urbanizzazione governativo volto a combattere la povertà prevede lo spostamento nei centri urbani, tra il 2000 e il 2030, di 400 milioni di persone (oltre ai 200 milioni che da tempo sono migrati). Già oggi vengono costruiti ogni anno due miliardi di metri quadrati di nuove abitazioni. Tra vent’anni la popolazione urbana sarà aumentata dal 40 al 60% del totale. E, d’altra parte, è vero che il 40% della forza lavoro cinese ancora oggi vive ufficialmente di agricoltura, laddove la percentuale dei paesi sviluppati è del 5%. Il consumo pro capite cinese è basso, meno del 30% della media OCSE, ma all’interno della Cina le differenze tra aree e ceti sociali sono abissali. Alla fine del 2006 la popolazione cinese stimata, dalle statistiche ufficiali, sotto la soglia di povertà era il 3,7% del totale. Usando gli standard della Banca Mondiale (di 1 dollaro al giorno a persona in termini di PPP, parità di potere d’acquisto), alla fine del 2006 i cinesi poveri erano 105 milioni – l’8% della popolazione. Secondo lo standard dei 2 dollari, il numero cresceva a 340 milioni – il 26% della popolazione. Dal punto di vista del consumo energetico, ciò corrisponde al dato secondo il quale due famiglie contadine su cinque (oltre 200 milioni di persone) vivono ancora in comunità agricole senza energia elettrica. La dimensione metropolitana, che i piani di sviluppo rendono inevitabile, e l’aumento dei redditi hanno indotto e indurranno i cinesi a consumare di più. Le proiezioni globali dell’Institute for Transportation Studies dell’Università di Leeds mostrano che, nei prossimi 25 anni, la flotta dei veicoli cinesi decuplicherà, passando da 37 a 370 milioni. A quella data, il mercato cinese delle automobili avrà superato quello statunitense [11].

Tutto ciò sarà sostenibile, per la Cina e per il mondo? Viene in mente Pechino, che, in occasione delle Olimpiadi, per ridurre ingorghi e inquinamento ha bandito metà degli autoveicoli dalle sue strade, chiuso e trasferito interi impianti industriali. Oggi che la festa è finita, la città è tornata al suo inferno abituale. La lezione che se ne trae ci riguarda tutti: la Cina è, oggi, molto più che vicina. E’ l’Occidente, il suo modello di sviluppo, riflesso in un enorme specchio, che ingrandisce e rivela anche quello che molti, troppi, ancora non vogliono vedere.

BIBLIOGRAFIA


Note

1. Fonte: Guiyang Zhuang, How will China Move Toward a Low Carbon Economy?, in “China and World Economy”, vol. 16, N.3, May-June 2008.

2. Dal primo Libro Bianco sull’energia stilato dal Consiglio di Stato e intitolato China’s Energy Conditions and Policies, diffuso alla fine di dicembre del 2007:“Lo sviluppo energetico cinese enfatizza il risparmio, la pulizia e la sicurezza. Credendo che lo sviluppo sia la sua unica via di sopravvivenza, la Cina risolve con lo sviluppo e la riforma tutti i problemi che emergono nel corso del processo di avanzamento. A questo fine, applica lo Scientific Outlook on Development, perseverando nel porre al primo posto il popolo, cambiando il suo concetto di sviluppo, introducendo innovazioni nella modalità di sviluppo, innalzando la qualità dello sviluppo. Si impegna per un contenuto scientifico e tecnologico alto, basso consumo delle risorse, inquinamento ambientale minimo, buoni ritorni economici, garanzia di sicurezza nello sviluppo energetico, in modo da realizzare lo sviluppo coordinato e sostenibile di tutte le risorse energetiche”.]]. Gli obiettivi dell’ultimo piano quinquennale, che fissavano una riduzione del 20% per l’intensità energetica tra il 2006 e il 2011 (vale a dire una riduzione del 4% l’anno), sono stati finora disattesi. I dati statistici ufficiali relativi al 2006[[Fonte: Rapporto statistico 2007 della Repubblica popolare di Cina sullo sviluppo nazionale economico e sociale nel 2006.

3. ″South China Morning Post″, 23/10/08.

4. Elizabeth C. Economy, The Great Leap Backward?, in ″Foreign Affairs″, settembre/ottobre 2007.

5. Daniel H. Rosen e Trevor Houser, China Energy. A Guide for the perplexed, maggio 2007.

6. IEA, cit.

7. IEA, cit.]]. Nel maggio del 2007, la National Development and Reform Commission ha annunciato che il suo obiettivo per il 2030 è di 160 GW. I dati a disposizione non chiariscono il numero di nuovi impianti necessari per raggiungere questi obiettivi, ma è evidente che saranno decine. Oltre 16 tra province, regioni e municipalità hanno annunciato l’intenzione di costruire centrali nucleari tra il 2011 e il 2015[[World Nuclear Association, Nuclear Power in China, Ottobre 2008.

8. Guiyang Zhuang, cit.]]. Il raggiungimento degli obiettivi viene incoraggiato anche con incentivi e facilitazioni fiscali. Nel campo delle energie rinnovabili la Cina è considerata un “leader globale” persino da un osservatore severo come il Worldwatch Institute[[Worldwatch Institute, Powering China’s Development: The role of Renewable Energy. Special Report, novembre 2007.

9. ″Le Monde″, inserto speciale Eole, dieu ou demon, 1/10/2008.

10. International Energy Agency (IEA), World Energy Outlook 2006.

11. Daniel H. Rosen e Trevor Houser, China Energy. A Guide for the perplexed, maggio 2007.

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