López Izquierdo Nieves

Coltivare l'energia: opportunità e rischi degli agrocarburanti in Brasile [25/11/2009]

Fotografie di Federico Labanti

La matrice energetica brasiliana vede, oggi, una significativa partecipazione delle energie rinnovabili. La strategia messa in atto dal governo Lula in ambito energetico ha puntato sin dal 2006 allo sviluppo delle fonti rinnovabili, prestando particolare attenzione allo sviluppo del settore agroenergetico. Di fatto, il Brasile presenta condizioni eccezionali per la produzione, la commercializzazione e il consumo di agrocombustibili e ha maturato un’esperienza pluridecennale nella produzione e nell’uso dell’etanolo ricavato dalla canna da zucchero nei mezzi di trasporto. Allo stesso tempo, lo sviluppo di questo settore viene proposto come un’ottima opportunità per implementare importanti riforme in campo sociale, ambientale ed economico. Questi sono due dei presupposti fondamentali su cui si basano le Direttive di Politica Agroenergetica e il Piano Nazionale Agroenergia, in atto dal 2006 al 2011. Tuttavia, alcuni degli obbiettivi prestabiliti sono ancora molto lontani dall’essere raggiunti e le occasioni di riscatto promesse dall’espansione dell’agroenergia alle fasce sociali più svantaggiate non si sono presentate. Inoltre, l’emergenza economica scoppiata nel 2008 e le recenti scoperte di giacimenti petroliferi nel territorio brasiliano hanno portato ad una riduzione considerevole degli investimenti programmati per l’allargamento del settore agroenergetico. In particolare, ne hanno risentito proprio le politiche che dovevano rendere questo sviluppo sostenibile dal punto di vista socioambientale.

 

Gli agrocombustibili sono emersi negli ultimi anni, nel contesto energetico mondiale, come alternativa ai combustibili di origine fossile. Vengono, in genere, presentati come una risposta positiva a complesse questioni, quali l’innalzamento dei prezzi dei combustibili derivati da fonti non rinnovabili, le tensioni internazionali per il controllo dei giacimenti, l’esaurimento delle scorte e il cambiamento climatico.

Tuttavia, numerosi studi ed esperienze hanno messo in discussione i combustibili di origine agricola per le conseguenze negative che potrebbero avere sull’ambiente e sulle popolazioni: deforestazione, inquinamento dei suoli e delle acque, innalzamento dei prezzi alimentari, contenziosi terrieri, ecc.

In Europa, il picco di entusiasmo raggiunto nel 2007 nei confronti degli agrocombustibili ha subito una battuta di arresto nel 2008, in particolare con l’approfondirsi del dibattito sulla concorrenza tra sicurezza alimentare e approvvigionamento energetico. Si tratta di un argomento controverso, che coinvolge interessi diversificati e spesso in contrasto tra di loro.

La posta in gioco è il cambiamento della matrice energetica del pianeta, che vuol dire riconfigurare il mondo anche dal punto di vista geopolitico. Nel panorama globale della sicurezza energetica, il Brasile si presenta come un caso di studio particolarmente interessante.

São Paulo
São Paulo

Il Brasile si colloca, infatti, all’avanguardia nella produzione di agrocarburanti, in particolare di etanolo da canna da zucchero, già dagli anni ‘70, quando il governo militare, in piena crisi energetica, lanciò il programma Pro-Álcohol. Questo programma, che ha subito dei periodi di forte crisi – come negli anni ’80, quando dipendeva quasi totalmente da sussidi statali –, ha tuttavia consentito al Brasile di accumulare un’expertise che, nel contesto attuale, si sta rivelando preziosa e spendibile su scala globale. La nuova politica energetica brasiliana, oltre a dare un rinnovato impulso alla produzione e al consumo dell’etanolo derivato dalla canna da zucchero, ha allargato gli investimenti ad altri combustibili di origine agricola, principalmente il biodiesel, e alle diverse colture da cui è possibile ricavarlo, come il ricino, la palma e il girasole.

Piano Nazionale Agroenergia: dalla carta ai campi

Diversi ministeri sono stati coinvolti, nel 2005, nella redazione delle Direttive di Politica Agroenergetica 2006–2011: Ministero dell’Agricoltura, Ministero della Scienza e della Tecnologia, Ministero delle Miniere e dell’Energia, Ministero dello Sviluppo, dell’Industria e del Commercio Estero. Risalta il fatto che i due ministeri più compromessi con la sostenibilità socioambientale delle politiche governative, il Ministero dell’Ambiente e quello dello Sviluppo Agricolo, siano stati esclusi dall’elaborazione del documento [1].

Senato brasiliano, Brasilia
Senato brasiliano, Brasilia

L’obiettivo di queste direttive è di orientare le politiche volte a promuovere lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia e l’ampliamento della loro partecipazione alla matrice energetica brasiliana. Il Piano Nazionale Agroenergia 2006–2011, redatto e coordinato dal Ministero dell’Agricoltura, presenta le azioni strategiche basate su queste direttive, in modo da farle convergere con la missione strategica del ministero: “promuovere lo sviluppo sostenibile e la competitività dell’agrobusiness a beneficio della società brasiliana” [2].

Le circostanze naturali, territoriali e storiche fanno del Brasile uno degli Stati più avvantaggiati al mondo per la produzione di energia a partire da fonti agricole. In primo luogo, può contare sulla grande prosperità dell’industria agricola. Di fatto, il Brasile è, oggi, tra le prime potenze agricole del mondo e il settore agroenergetico beneficia degli stessi fattori che privilegiano il Brasile come produttore agricolo. Il clima diversificato e molto favorevole, l’abbondanza di risorse idriche e la rigogliosa biodiversità permettono la coltivazione di più specie atte alla produzione di energia, come prevedono tanto le Direttive quanto il Piano Nazionale Agroenergia. Fino ad ora, però, da quando il Piano è in vigore, soltanto l’etanolo prodotto dalla canna da zucchero e il biodiesel prodotto dalla soia hanno conosciuto una crescita significativa.

Il ritardo nell’utilizzo di altre colture “energetiche”, come il ricino, la palma e il girasole, è in contraddizione con un altro dei punti proposti dal Piano: lo sviluppo di tecnologie per la generazione di energia a partire da prodotti agricoli diversificati. Nel campo dell’agricoltura tropicale, il Brasile possiede una tecnologia tra le più moderne al mondo, frutto, tra le altre cose, di importanti investimenti nella ricerca fatti sin dal 1973, anno in cui venne fondata l’Impresa Brasiliana di Ricerca Agricola (Embrapa). Nel 2004, in vista dell’imminente espansione del settore agroenergetico, è stata creata una nuova unità all’interno di questo istituto di ricerca, dedicata esclusivamente alla ricerca nell’ambito dell’agroenergia: l’Embrapa-Agroenergia. Tuttavia, le ricerche attinenti alle colture alternative atte alla produzione di biodiesel e ad altre fonti energetiche, come i rifiuti agricoli e i prodotti forestali, fino ad ora hanno prodotto soltanto risultati teorici. Intanto, i produttori di etanolo derivato dalla canna da zucchero e di biodiesel derivato dalla soia sono stati i grandi beneficiari degli incentivi statali e della buona situazione del mercato interno [3].

Campioni di biodiesel da diverse colture
Campioni di biodiesel da diverse colture

La tecnologia nel settore dell’etanolo è molto sviluppata, anche in virtù del fatto che, in Brasile, l’esperienza nella produzione, nella commercializzazione e nel consumo di etanolo è di vecchia data e che la catena produttiva brasiliana volta a ottenere il combustibile a partire dalla canna di zucchero è tra le più efficienti al mondo. Il caso del biodiesel tratto dalla soia è un po’ diverso. La sua produzione, infatti, sebbene fosse già programmata negli anni Settanta, è cominciata, in Brasile, solo da qualche anno e in quantità relativamente ridotte. D’altra parte, la coltivazione della soia è diffusa in vastissime aree del paese, tra i maggiori produttori al mondo. Si tratta di una coltura altamente meccanizzata, redditizia solo se prodotta in grandi quantità, che tende, quindi, ad essere concentrata in grandi proprietà con ampie disponibilità di capitale. Conseguentemente, la tecnologia per la coltivazione industriale della soia è molto sviluppata, in Brasile, da parecchi anni.

Secondo il Piano Nazionale Agroenergia, la tecnologia da sviluppare in questo settore deve servire non solo per migliorare e diversificare la produzione, ma anche per ridurre l’impatto ambientale degli impianti e garantire la sostenibilità dei sistemi produttivi. Tuttavia, le due principali fonti di agroenergia, la canna da zucchero e la soia, si coltivano in regime di monocoltura, con le disastrose conseguenze che questo suppone dal punto di vista dell’uso del suolo e delle risorse idriche, della biodiversità e della distribuzione della proprietà terriera.

Silos di soia, Querência, Mato Grosso
Silos di soia, Querência, Mato Grosso

Uno dei presupposti su cui si basa il Piano è la vasta quantità di terre arabili ancora disponibili in Brasile. Questa situazione compenserebbe il rischio di concorrenza tra la produzione alimentare e quella di energia a partire dai prodotti agricoli. L’utilizzo dell’agricoltura a fini energetici permetterebbe di creare nuove opportunità di sviluppo nelle aree interne del paese e aiuterebbe a ridurre le forti disparità regionali. Inoltre, buona parte di queste aree considerate “disponibili” sono terre antropizzate e abbandonate dopo pochi anni di sfruttamento, che possono, quindi, essere recuperate e destinate alla “coltivazione di energia” senza sottrarre terre alle colture alimentari né aumentare la deforestazione. In genere, si tratta di terre originariamente boschive, che sono state disboscate e messe a coltura e a pascolo per un breve periodo [4]. L’utilizzo di queste aree per colture energetiche si è, però, verificato solo in pochi casi isolati, di dimensioni molto ridotte.

Negli ultimi anni, la produzione di canna da zucchero si è intensificata nella regione Sud-Est e la sua coltivazione si è espansa verso il Centro-Ovest, soprattutto nello stato di Goiàs. Questa espansione, sebbene non abbia interessato direttamente le zone boschive, ha spinto altre colture a trovare altri spazi, fino ai margini della foresta. Ad esempio, molte attività legate all’allevamento dei bovini e alla coltura della soia, scalzate dall’espansione della canna da zucchero, hanno trovato nuove aree disponibili negli Stati del Mato Grosso e del Parà. I mercati di questi due Stati ne hanno certamente beneficiato, ma sono anche enormemente cresciuti i rischi per vaste aree di foresta amazzonica minacciate dalle modalità predatorie con cui, in genere, avanza la frontiera agricola.

Foresta amazzonica, Parco Indigena dello Xingú, Mato Grosso
Foresta amazzonica, Parco Indigena dello Xingú, Mato Grosso

È opportuno ricordare che i problemi di devastazione ambientale non riguardano soltanto il bioma amazzonico. Il Cerrado [5].

Un altro degli obiettivi previsti dal Piano – contribuire a sanare il divario tra le aree costiere del sud, più industrializzate ed economicamente attive, e il resto del paese tramite lo sviluppo dell’agroenergia – non è stato raggiunto. Le regioni interne e il Nordest, che avrebbero dovuto essere le aree protagoniste del rafforzamento del ramo agroenergetico, per il momento sono state escluse dal processo, se non in casi particolari.

Anche l’obiettivo dell’inclusione sociale – da realizzare attraverso gli incentivi all’agricoltura familiare, anche per la produzione di energia – è stato in gran parte disatteso. La maggior parte dei campi coltivati a canna da zucchero o a soia continuano ad essere nelle mani di grandi latifondisti, alcuni dei quali sono stati recentemente coinvolti in casi di sfruttamento del “lavoro schiavo”.

Pantanal, Mato Grosso
Pantanal, Mato Grosso

In ambito internazionale, il Piano considera i vantaggi comparativi che il Brasile presenta rispetto ad altri Stati per consolidare il proprio ruolo di leader di un mercato mondiale, quello dell’agroenergia, che oggi si trova in piena fase di formazione. Le circostanze favorevoli al rafforzamento di questo mercato a livello globale – l’instabilità del prezzo del petrolio, le pressioni per incrementare la lotta al cambiamento climatico, la riduzione progressiva delle riserve di idrocarburi, ecc. – facilitano i processi di negoziazione tra il Brasile e i grandi paesi consumatori e agevola la cooperazione internazionale sud-sud con potenziali produttori che hanno bisogno di assistenza tecnica, economica e finanziaria, in particolare nel continente africano. Il Piano prospetta inoltre l’avvio delle trattative per la creazione dell’Organizzazione Internazionale dei Produttori e Consumatori di Biocombustibili (OIPCBio).

Il governo del presidente Lula ha assunto la questione dell’agroenergia come una delle principali bandiere del suo mandato, tanto da rivaleggiare per importanza con la lotta alla fame. Lula ha trattato l’argomento con diversi capi di stato, ha firmato protocolli di cooperazione in diverse nazioni e si è impegnato in forum internazionali per trasformare gli agrocombustibili in commodities da immettere nel mercato mondiale, con l’obbiettivo di aprire una nuova nicchia per l’agricoltura brasiliana. Nel 2008, il governo brasiliano e l’imprenditoria nazionale hanno rafforzato gli sforzi per consolidare il paese come polo produttore ed esportatore di agrocombustibili [6].

In relazione al Protocollo di Kyoto e ai compromessi internazionali per la lotta al cambiamento climatico, il Piano presenta gli agrocombustibili come alternativa pulita e rinnovabile ai combustibili fossili, intravedendo nello sviluppo del settore una parte della strategia nazionale volta a ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Questa considerazione è molto discutibile per almeno due ragioni. In primo luogo perché gli agrocombustibili si producono tramite una delle attività umane più inquinanti: l’agricoltura industrializzata. In secondo luogo perché il 70% delle emissioni di CO2 del Brasile proviene dalla deforestazione. Per ridurre drasticamente le emissioni brasiliane di gas serra bisogna, quindi, agire nella lotta alla deforestazione. L’espansione del sistema agricolo monocolturale e meccanizzato, sia esso a scopi alimentari o energetici, spinge, invece, nella direzione opposta e, negli ultimi tempi, sono sorte forti pressioni politiche ed economiche per allentare le restrizioni imposte – per quanto riguarda lo sfruttamento controllato delle risorse naturali, le condizioni di deforestazione, i parametri di sostenibilità da rispettare nella costruzione di opere infrastrutturali e logistiche – dalla legislazione ambientale.

Agricoltura ed energia: dai campi al serbatoio

Una frase che esprime bene il dilemma relativo agli agrocombustibili è quella pronunciata da Lula nel 2008, in occasione della Conferenza della FAO sulla sicurezza alimentare: “i biocombustibili sono come il colesterolo, possono essere buoni o cattivi”.

La polemica sugli agrocombustibili investe, come abbiamo visto, non solo il modello energetico, ma anche quello agricolo. Il superamento della crisi energetica che stiamo vivendo dovrà certamente passare per un cambiamento delle logiche che guidano, oggi, il consumo energetico mondiale: attuazione di modalità più efficaci di consumo, riduzione degli sprechi, impiego delle fonti rinnovabili, ecc.

L’utilizzo dei prodotti agricoli per la generazione di energia può rispondere ad alcune di queste esigenze, ma, perché sia efficace, e non controproducente, oltre che al sistema energetico si dovrà mettere mano anche al modello agricolo. Il consumatore finale può avere accesso ad un’energia più pulita, ma questo è solo l’ultimo anello di un lungo processo che comincia nei campi, dove vengono coltivate le piante che servono per generarla. I benefici attribuiti agli agrocombustibili, che permettono di considerarli, al momento del consumo, un’alternativa ecologica ai combustibili fossili, variano notevolmente se prendiamo in considerazione l’intero processo e le modalità di produzione.

In Brasile, l’esistenza di vaste monocolture risale ai tempi della colonizzazione europea e fa parte di un lungo ciclo di sfruttamento intensivo delle risorse naturali del paese, destinate all’esportazione. Oggi, il settore degli agrocombustibili si attesta su due colture, la canna e la soia, che, storicamente, si sono sviluppate in un regime di monocoltura industrializzata molto esteso, proprio quello che genera il maggior impatto socioambientale.

Tutto ciò non significa che non sia possibile adeguare la produzione di biocombustibili ad un modello agricolo ambientalmente sostenibile e socialmente inclusivo, e in Brasile ci sono alcuni esempi di cooperative per la produzione di agroenergia che rispondono a questi parametri. Ad esempio, la prima cooperativa di biodiesel, la Cooperbio, fondata, nel 2005, dal Movimento dei Piccoli Agricoltori (MPA) e dal Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST) nello stato di Rio Grande do Sul, ha coinvolto circa 25 mila famiglie e 62 municipi. Cooperative come questa danno la priorità all’uso del ricino, della jatropha, del girasole e di altre specie prodotte in un regime diversificato [7].

L’agricoltura familiare di per sé comporta grossi vantaggi, come un uso più contenuto di agrotossici, una maggiore diversificazione delle colture – che consente al piccolo proprietario di compensare le fluttuazioni del mercato – e una distribuzione più equa delle risorse. I metodi agroecologici [8] e la produzione decentralizzata di agrocombustibili destinati al consumo locale permettono, inoltre, di ridurre gli input e di abbassare i costi di produzione, rendendo economicamente sostenibili le piccole aziende agricole.

La realizzazione di queste potenzialità richiede un insieme di politiche pubbliche di incentivo a questi modelli di produzione, contrastando il modello devastante del agrobusiness as usual e condizionando le leggi del mercato in favore dei più svantaggiati. In Brasile, l’élite rurale ha accumulato numerosi privilegi, ricevuti storicamente dai governi nazionali, statali e locali, che sono alla base della concentrazione delle terre e della rendita fondiaria. L’agroenergia può rappresentare un’ottima opportunità per invertire le priorità: dai grandi imprenditori all’agricoltura familiare, e dallo sfruttamento predatorio della terra, dell’ambiente e della società ad alternative di sviluppo più sostenibile.

Bibliografia

Sitografia

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Note

1. AAVV, Os agrocombustíveis no Brasil, Food First Information & Action Network (FIAN), 2008.

2. Ministero Brasiliano dell’Agricoltura, Plano Nacional da Agroenergia, 2006–2011.]]. I suoi obiettivi generali sono di “sviluppare la ricerca e favorire l’innovazione e il trasferimento di tecnologia per garantire sostenibilità e competitività alla catena di produzione di agroenergia; stabilire accordi istituzionali e indicare le azioni di governo nell’ambito del mercato internazionale dei biocombustibili”[[Id.

3. Il 36% del parco auto brasiliano è composto da macchine a etanolo e più del 90% delle nuove immatricolazioni degli ultimi cinque anni corrispondono a veicoli flex-fuel, vetture che funzionano sia a benzina sia a etanolo. L’uso del biodiesel è stato incentivato da una legge che, dal 2008, impone l’aggiunta di biodiesel al diesel fossile in una percentuale pari al 2%, che è stata recentemente ampliata al 4% e che si prevede arriverà al 5% entro il 2010.

4. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il suolo su cui cresce la foresta amazzonica non è molto fertile: è la struttura a strati dell’insieme vegetale che favorisce l’esistenza di grandi quantità di specie vegetali e animali. Una volta indebolita o scomparsa questa struttura, cioè dopo la deforestazione, il suolo si impoverisce enormemente e, quindi, la possibilità di coltivare si limita a pochi anni, se non si prendono gli accorgimenti necessari. Nella maggior parte dei casi, le aree abbandonate sono state disboscate illegalmente e a prezzi bassissimi. Per questo motivo, avanzare con la deforestazione illegale è stata per molto tempo una soluzione più conveniente che compensare il rapido impoverimento dei suoli disboscati in precedenza.

5. Il Brasile è composto da 7 biomi o complessi di ecosistemi terrestri caratterizzati da tipi fisionomici simili di vegetazione. Il Cerrado è uno di essi. Si tratta di una savana tropicale, la più ricca al mondo in biodiversità. Si estende per circa 1,9 milioni di km quadrati e detiene un terzo della biodiversità brasiliana e un 5% della flora e la fauna mondiali. A partire dagli anni ’60, il Cerrado è stato lo scenario dell’espansione agricola incentivata da politiche pubbliche e creditizie, nazionali ed internazionali, indirizzate verso l’esportazione di cereali e di carne. Come risultato, grandi aree sono state deforestate ed occupate dall’agricoltura commerciale (Instituto Socioambiental (ISA), Almanaque Brasil 2008).]] è, tra i biomi brasiliani, quello che oggi risente maggiormente dell’espansione agricola. Secondo l’organizzazione Conservation International, il 57% del Cerrado è già stato raso al suolo e la metà di quello che resta è seriamente degradato. Tuttavia, il Ministero dell’Agricoltura considera “terre disponibili per piantagioni” un totale di 70 milioni di ettari di Cerrado, ovvero il 60% dell’estensione attuale[[Fórum Brasileiro de ONGs e Movimentos Sociais para o Meio Ambiente e Desenvolvimento (FBOMS), Agronegócio e biocombustíveis, una mistura explosiva, 2006.

6. Repórter Brasil, O Brasil dos Agrocombustíveis. Impactos das lavouras sobre a terra, o meio e a sociedade, 2008.

7. Fórum Brasileiro de ONGs e Movimentos Sociais para o Meio Ambiente e Desenvolvimento (FBOMS), Agronegócio e biocombustíveis, una mistura explosiva, 2006.

8. Tecnica agricola basata sulla diversità delle colture su una stessa area e sull’assenza dell’uso di prodotti chimici (Id.).

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