Pravettoni Riccardo

Soia, speculazione e speranze. Parte I [12/03/2010] download pdf

Un reportage di viaggio nella (ex) foresta del Mato Grosso

Oslo, Mato Grosso

Può sembrare un lapsus geografico, ma il lavoro di ricerca sul campo per l’analisi della complessa trama di relazioni tra deforestazione, coltivazione di soia, allevamento e produzione di agrocarburanti nel contesto agricolo matogrossense inizia già nella capitale norvegese. Lo sfondo è la sala conferenze di un hotel del centro in cui si celebrano i vent’anni di attività della Rain Forest Foundation, organizzazione non governativa scandinava che da tempo si batte per la difesa delle foreste pluviali del pianeta.

La sala è ancora vuota a una decina di minuti dall’inizio della conferenza. I partecipanti si attardano nell’atrio dell’auditorium sorseggiando caffè e raccogliendo materiali informativi, di recente pubblicazione, esposti al di sopra di una scrivania. Tra i conferenzieri che celebreranno l’importante anniversario ci sono ricercatori, rappresentanti politici degli Stati con alta copertura forestale, membri delle associazioni indigene appartenenti a questi Stati, politici ed esponenti dei governi che hanno un ruolo attivo nella difesa delle ultime foreste del pianeta. Tra questi spicca il nome di Marina Silva, dimissionario ministro dell’ambiente dell’attuale governo brasiliano e voce forte dei movimenti ambientalisti.

Nel complesso dibattito che, negli ultimi anni, ha investito la comunità internazionale e l’opinione pubblica sul tema della deforestazione e dello sfruttamento selvaggio delle aree boschive residue, il Brasile è stato l’epicentro di una disastrosa escalation, oggetto di un vero e proprio sterminio ambientale a danno di una delle foreste pluviali più grandi e importanti per l’intero sistema-mondo. Il Mato Grosso, in particolare, ha la triste nomea di Stato brasiliano in cui questo fenomeno è stato più intenso e violento: è, infatti, la regione che ha fatto registrare, negli ultimi anni, il più alto tasso di deforestazione del continente sudamericano. Il terribile primato ha avuto cause storicamente diverse e si è evoluto sia nel suo aspetto concreto sia sul piano del discorso politico atto a giustificarlo, in sede nazionale ed internazionale. L’abbattimento di centinaia di migliaia di ettari di foresta ha subito un mutamento nelle sue cause, passando dallo sfruttamento colonizzatore degli enormi spazi interni del Brasile - tra cui il Mato Grosso - in un processo incentivato dallo Stato, che, dalla fine degli anni Sessanta, ha spinto molti contadini a prendere parte alla corsa all’oro verde per creare nuovi terreni agricoli da sfruttare su larga scala; continuando con la creazione di enormi proprietà dedicate al pascolo per la produzione di carne a basso prezzo per i mercati occidentali prima, per quello cinese in anni più recenti; arrivando a sancire definitivamente la supremazia indiscussa della soia come monocoltura dominante in tutto lo Stato. La soia è l’elemento chiave per capire questa regione e per comprendere la straordinaria portata del desmatamento in quest’area, divenuta, suo malgrado, simbolo, sinonimo e metonimia di deforestazione.

media/159/Deforestation.jpg

In Mato Grosso, la coltivazione della soia è, ancora oggi, il principale vettore della deforestazione; essa viene impiegata prevalentemente per l’allevamento di capi bovini destinati ai mercati occidentali e dell'Asia orientale. È una relazione tra causa ed effetto stretta e necessaria, che, però, si complica, negli ultimi tempi, con l’impiego della soia per la produzione di energie “alternative”, per il mercato brasiliano e internazionale, finalizzata a ridurre le emissioni di anidride carbonica e a raggiungere gli standard imposti dal Protocollo di Kyoto. L’analisi delle interazioni tra la coltivazione della soia e la produzione di energie definite rinnovabili e a minore impatto ambientale rispetto ai tradizionali combustibili fossili, e l'analisi degli effetti che questa relazione ha sulla deforestazione nei suoi aspetti ambientali e sociali, sono al centro di questo reportage. Torniamo, ora, a Oslo, dove questa indagine ha avuto inizio, cominciando a percorrerne le tappe e a comprendere l’importanza dei luoghi e delle realtà visitati, nel tentativo di individuare i legami appena descritti.

Prima di andare

In seguito all’appassionato intervento tenuto all’assemblea della Rain Forest Foundation, l’ex ministro ci concede un’intervista. Marina Silva ha lavorato assiduamente, durante il suo ministero, per ridurre i livelli di deforestazione in tutto il Brasile. Il suo intervento, spesso radicale, è riuscito, nonostante l’opinione contraria di quella che era la sua opposizione, a contenere il fenomeno. Ma le precoci dimissioni rimesse al capo di Stato Ignazio Lula da Silva hanno evidenziato la complessità politica e le difficoltà materiali cui deve far fronte il discorso che ruota attorno alla deforestazione. Dall’intervista emerge ancora una volta la centralità dello Stato del Mato Grosso come catalizzatore. La formula “campione di” è spesso utilizzata, sia dalla popolazione sia dai governi degli Stati federali, per demarcare l’eccellenza in qualche ambito. Allora il Mato Grosso era “campione di deforestazione”, oggi si pone come principale fautore del nuovo corso in difesa dell’ambiente e della foresta, mantenendo uno sguardo attento – a tratti scaltro – nei confronti dello sviluppo economico.

I dubbi espressi nell’intervista dall’ex ministro riguardano soprattutto l’amministrazione matogrossense e le nuove politiche ambientali di Blairo Maggi. Governatore dal primo gennaio 2003 nelle fila del Partido da República, Maggi è il principale produttore singolo di soia al mondo; le sue aziende hanno beneficiato di notevoli vantaggi economici da quando è alla guida del Governo estadual, e la sua fama di uomo d'affari irrispettoso della foresta e delle popolazioni indigene gli è valsa le critiche delle comunità locali e delle organizzazioni internazionali impegnate nella difesa delle foreste pluviali. Il conflitto di interessi è evidente, e credo che questo accenno sia utile per comprendere la complessità del tema a cui ci si è trovati di fronte. La controversa figura del governatore è, inizialmente, uno stimolo ad approfondire l’analisi e a focalizzarla proprio sul Mato Grosso. In seguito, lo si vedrà, questa contraddizione diventerà più profonda e, tuttavia, rimarrà uno dei punti centrali su cui basarsi per cercare di comprendere i nessi tra politiche ambientali, produzione agro-pastorale e deforestazione. Resta in ogni caso chiaro che, affinchè ciò avvenga, il dialogo con le istituzioni è una tappa necessaria del viaggio nel regno della soia. Prima di arrivare a questo, però, la voce che inizia a narrare la complessa vicenda è quella non istituzionale (ma a volte istituzionalizzata) delle organizzazioni non governative (ONG).

media/159/Mato_Grosso-2.jpg

Dove e perché

È la complessità tematica a permettere di identificare il Mato Grosso come regione privilegiata per un'indagine sul campo. Occorre, però, restringere l’orizzonte e cercare di individuare delle aree che racchiudano al loro interno molti degli elementi - se non tutti gli elementi - che, proprio come avviene per un ecosistema, si intersecano a formare quel complesso di relazioni qui riassunte, per brevità e comodità, nel concetto di "deforestazione". Questo bacino di ricerca è presto individuato, in una fase preliminare dello studio, nelle aree agricole attorno al parco indigeno dello Xingu, la grande riserva forestale, situata a nord ovest del Paese, che ospita circa cinquemila indios appartenenti a quattordici differenti etnie. Attraversato dal Rio Xingu e dai suoi affluenti, il parco indigeno risente dell’intensità agricola che minaccia i suoi confini: se l’integrità forestale del parco è garantita dalla legge federale che, nel 1961, ne sancisce la nascita e ne definisce i confini, l'integrità ambientale è, invece, pericolosamente minacciata dalle sostanze tossiche che penetrano il parco attraverso la sua idrografia. Ed è proprio questa la chiave per interpretare i mutamenti indotti dall’agricoltura e dal pascolo estensivi. Se il parco è un’area indigena protetta e, quindi, sottratta alla deforestazione, l’intensità del processo di disboscamento è maggiore proprio nelle zone circostanti.

Tra la fine degli anni Novanta e la prima metà del nuovo millennio, un caso paradigmatico ha esplicitato tutto questo: la strada statale BR-163, situata a ovest del parco, è stata senza dubbio la principale direttrice lungo la quale si sono perpetrate la deforestazione e la distruzione ambientale a fini agro-pastorali, a seguito dell’espansione e del consolidamento della stessa via di comunicazione. Oggi, un altro interessante esempio, simile nelle modalità ma divergente negli effetti nefasti che produce, è costituito dalla statale BR-158. Via di comunicazione trans-statale indispensabile, nella visione politica del governo, per i piani di sviluppo economico della regione, attraversa tutto il Mato Grosso in senso longitudinale e costituisce un nuovo esempio di precessione dello sfruttamento economico sulla conservazione della foresta. Lungo questa direttrice, l’intensificazione delle coltivazioni e i piani di sfruttamento degli agro-carburanti si innestano in un processo che dipende da fattori molteplici, micro e macro-economici allo stesso tempo. La produzione di soia lungo questo vettore raggiunge livelli maggiori che in altre parti dello Stato e, sebbene il fenomeno non sia ancora ampiamente diffuso, la produzione di carburanti di derivazione vegetale ha un enorme potenziale, ammesso che si realizzino contemporaneamente le condizioni favorevoli alla produzione di massa. Oltre agli impianti produttivi e alla messa a coltura di centinaia di migliaia di ettari è, infatti, necessario lo sviluppo delle infrastrutture necessarie al trasporto delle materie grezze e all’esportazione del prodotto raffinato. È chiaro, ora, come questa area sia di enorme interesse per l’analisi che ci si propone di effettuare, in quanto essa racchiude in sé tutti gli elementi politici, ambientali, sociali ed economici necessari per tentare di comprendere questo fenomeno.

Nel continente verdeoro

Sao Paulo è la prima tappa del percorso che ci porta alla scoperta del regno della soia. Molte delle ONG che operano a livello nazionale e locale sui temi ambientali hanno sede proprio nella capitale finanziaria del Brasile. Qui si trova, ad esempio, la sede dell’ISA, l’Istituto Socio-Ambientale, che, dal 1994, si occupa dei diritti ambientali e sociali delle popolazioni che vivono nelle aree forestali, e la sede di Repòrter Brasil, che da qualche anno analizza la produzione di agrocarburanti derivati dalle coltivazioni su aree deforestate. Inoltre gli uffici dell’IBGE (l’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica) offrono una buona oppurtunità per il reperimento di carte topografiche a grande e grandissima scala delle aree che si intendono visitare.

media/159/BR-flag.jpg

L’edificio che ospita l’Istituto Socio-Ambientale è un grande palazzo con scale e pavimenti in legno, situato in un’area residenziale nel quartiere di Higienópolis. Ci aspetta Paulo Junqueira, un membro della ONG che lavora da anni con gli indigeni del parco dello Xingu. Junqueira ci permette di fare il primo salto, il primo passaggio di scala: quello che separa il testo dalla realtà sul campo. Nei periodi che trascorre nella foresta, nei villaggi indigeni del parco, ha raccolto numerose testimonianze, assieme a enormi quantità di informazioni su come la deforestazione influenzi l’ecosistema della foresta pluviale attraverso la spinta propulsiva al cambiamento climatico e, di conseguenza, su come limiti o modifichi la vita delle popolazioni tradizionali che abitano quell’area. “Gli indios cominciano a percepire che il mutamento climatico è una questione reale e quotidiana. Piove di meno nella stagione umida, di piu’ in quella secca, le piante fioriscono in modo anomalo, le nubi nascondono le stelle e limitano l’orientamento durante la caccia notturna. La natura che abitano e utilizzano sta cambiando rapidamente”. Se, come risulta evidente dalle foto aeree e satellitari, il parco indigeno dello Xingu è davvero un'oasi in un oceano di campi coltivati - resi tali da un feroce processo di deforestazione - che restano all'esterno dei suoi confini, l’alterarsi del regime delle piogge colpisce l’area nel suo cuore, senza tenere conto dei limiti legali e amministrativi. Ciò comporta un notevole disequilibrio ecosistemico per la foresta e uno slittamento culturale per le popolazioni indigene che la abitano.

Le istituzioni

Brasilia è la capitare dello Stato federale. Perfetto esempio di pianificazione urbanistica a tavolino trasposta al tessuto urbano, che la plasma in forma di aeroplano, ospita la sede del governo federale e degli organi che ne garantiscono il funzionamento. Il dialogo con le istituzioni necessario per comprendere le ragioni delle politiche ambientali del Mato Grosso avviene, in questa fase, principalmente attraverso gli organi di ricerca che fanno capo da un lato al ministero dell’agricoltura, dall’altro all’Istituto Socio-Ambientale. Due visioni opposte si confrontano. La prima, dichiaratamente e chiaramente favorevole allo sfruttamento delle risorse agricole in nome dello sviluppo economico dello Stato federale, è portata avanti da enti quale l’EMBRAPA (l’agenzia brasiliana di ricerca agro-pastorale), secondo la quale lo sfruttamento non solo è necessario ma è altresì utile alla popolazione che risiede nella cosiddetta “frontiera agricola”, per cui le esternalità che ricadono sulle aree un tempo coperte da foresta sono un prezzo inevitabile da pagare per lo sviluppo sociale ed economico. Questa visione interessata si fonda sui piani di sviluppo elaborati dal governo, che hanno incentivato, almeno fino a ora, la produzione agricola per soddisfare la domanda interna del paese e le esportazioni verso l’Europa e gli Stati Uniti. Sull’altro versante, l’ISA sottolinea la necessità di un impegno maggiore per la preservazione delle aree naturali, per il rispetto della reserva legal (l’area che, in base al tipo di bioma che si intende sfruttare, è necessario per legge conservare) e per l’attuazione delle norme che prevedono sanzioni economiche e penali per chi non rispetta i codici di condotta ambientali, previsti dalle leggi statali e federali.

Nonostante il tono piuttosto polemico dell’ISA nei confronti dell’operato del governo matogrossense, emerge forse per la prima volta un aspetto che contraddice, in parte, ciò che, in fase preparatoria, si era invece dato per scontato. La dicotomia istituzioni/organizzazioni non governative non è piu’ assoluta. Ci si accorge qui, e lo si confermerà nel proseguio del viaggio, che questa semplicistica distinzione, in realtà, non è composta da una linea netta, bensì da un’area sfumata nella quale governo federale, governi locali e ONG si collocano in maniera piu’ o meno distante a seconda delle posizioni politiche dei vari componenti. Non è semplicemente la condivisione di una visione a sancire questo legame. In alcuni casi, infatti, ci sono veri e propri programmi di partenariato sviluppati per una collaborazione congiunta in materia di politiche territoriali, agricole ed economiche. Se, da un lato, ciò permette l’attuazione di piani locali e regionali per il monitoraggio e il controllo della deforestazione, per il mantenimento delle riserve legali e per il ripristino del manto forestale, dall’altro ci si domanda quanto siano profonde l’influenza e la pressione che il governo esercita sulle azioni e sulle decisioni di queste organizzazioni. Il rischio, infatti, è quello tipico delle situazioni in cui il controllo è affidato a chi, a sua volta, dovrebbe essere controllato. Questa commistione tra istituzioni e ONG nei termini appena descritti risulterà sempre piu’ evidente passando dal piano nazionale a quello regionale e locale.

Alla corte del governatore

La partenza da Brasilia per Cuiabà, capitale dello Stato del Mato Grosso, implica un nuovo mutamento di scala. L’analisi si focalizza, da ora e per il resto del viaggio, sugli effetti localizzati riscontrabili in quella regione. Abbandonate le immense e voraci autostrade urbane di Brasilia, ci si presenta di fronte una città accogliente, nonostante le temperature torride. Cuiabà è una tappa molto importante per la nostra analisi: le dinamiche che abbiamo visto svolgersi a livello “federale” si concretizzano nell’azione politica del governo estadual in tutto il Mato Grosso. La sede del governo e i vari ministeri che lo compongono si trovano a qualche decina di minuti di autobus dal centro.

Accolti dal responsabile dell’Ufficio di comunicazione, si manifesta da subito una forte volontà di mostrare i risultati che, “per merito del governatore stesso”, si sono ottenuti in materia di protezione ambientale. Le nuove norme emanate a partire dal 2006 - anno di “conversione” di un personaggio pubblico che poco prima affermava “per me, un 40 per cento in più di deforestazione non significa assolutamente nulla, non sento il minimo senso di colpa per quello che stiamo facendo. Stiamo parlando di un'area più grande dell'Europa che è stata minimamente intaccata, dunque non c'è assolutamente nulla di cui preoccuparsi” - sono illustrate con enfasi, e i dati sui risultati ottenuti durante la presidenza Maggi vengono utilizzati per argomentare questo successo. In particolare, sono il segretario dell’ambiente Luis Henrique Chaves Daldegan e il responsabile del sistema di monitoraggio satellitare a sottolineare che lo sforzo in cui il governo si è prodotto ha drasticamente diminuito i livelli endemici di deforestazione in tutto lo Stato. Tutto ciò avviene in aperta polemica con il pensiero e le azioni dell’ex ministro Marina Silva durante il suo mandato. L’attrito tra le differenti fazioni – ma ancora di piu’ tra le differenti maniere di percepire e affrontare i problemi ambientali – è conseguenza di una scaltra attività politica di propaganda, che tende a magnificare l’operato dell’attuale governo contro quello che è stato fatto in precedenza dall’opposizione. Ma se la “conversione”, il conflitto di interessi e la “rinascita verde” sono elementi che gettano lunghe ombre sul governo Maggi, è anche vero che qualcosa sta cambiando, e la propaganda governativa non è la sola a farlo notare.

Contemporaneamente però, uscendo dagli uffici del ministero estadual dell’ambiente, ci si accorge che molte persone sono accampate nella strada che costeggia il ministero. Circa duecento famiglie protestano da parecchie settimane contro le politiche agricole del governo e la mancata riforma che, sancita nella costituzione, non si realizza perchè troppi e troppo forti sono gli interessi delle lobby a mantenere intatto il sistema latifondistico che caratterizza gli sterminati spazio agricoli matogrossensi. Tutto questo in contrasto con una redistribuzione a favore dei piccoli proprietari e a vantaggio dei grandi coltivatori di soia, tra i quali, lo ricordiamo, Maggi è il principale al mondo.

media/159/MST.jpg

Purtroppo il governatore non è presente in città nei giorni della nostra permanenza – si scoprirà che è in Sud Africa a “studiare” come organizzare un campionato mondiale di calcio, la cui prossima sede sarà, anche, il Mato Grosso – e questa contraddizione tra immagine politica e riflesso sulla realtà ambientale rimane un punto critico, su cui vale la pena insistere. E che si disvela parzialmente alla tappa successiva, con un altro cambio di paesaggio, un altro cambio climatico, un altro mutamento di scala.

Continua…

Sullo stesso argomento