Pravettoni Riccardo

Istmi politici. Geostrategie energetiche in Sud America [12/02/2010]

La sottile striscia di terra che separa il continente sudamericano dagli Stati Uniti segna una divisione non solamente fisica. Il Sud America sembra smettere di dondolare appeso a quel filo che lo lega, in senso letterale, al suo vicino settentrionale. Nelle intenzioni, ma anche – in maniera diversa, meno provocatoria e, per certi versi, altrettanto efficace – nelle politiche e nelle relazioni internazionali, gli Stati del continente sudamericano hanno intrapreso il cammino verso l’emancipazione dagli Stati Uniti. Fatta eccezione per la Colombia – punto privilegiato di osservazione e controllo su quello che una volta era l’american backyard del governo di Washington –, gli Stati del subcontinente sono da qualche tempo impegnati in una serie di riforme istituzionali e commerciali in antitesi rispetto all’andamento dei decenni precedenti. Uno degli elementi chiave di questa “nuova epoca” – anche e soprattutto a livello globale, e proprio per questo di fondamentale importanza – è il contesto delle risorse e delle politiche energetiche. Risorse e politiche: due fattori inscindibili che assumono una connotazione nuova, visto che nuove sono sia le risorse sia le geo-politiche ad esse legate.

I governi di Venezuela, Ecuador e Bolivia sono nominalmente alla guida del cambiamento politico che investe il Sud America, e non a caso. Principale produttore di petrolio con 2.613 mila barili al giorno e riserve provate che si aggirano attorno a 87 miliardi di barili (su un totale di 117 per l’intera America Latina) [1].

L’Alternativa Bolivariana, perorata da Chavez e condivisa dai capi di stato di Bolivia ed Ecuador, annovera tra i suoi intenti programmatici la sovranità sulle risorse naturali e la redistribuzione della ricchezza per il miglioramento delle condizioni economiche delle popolazioni sudamericane, l’abbassamento del tasso di povertà e l’innalzamento delle condizioni sociali minime. Se il populismo di cui è accusato Chavez è spesso oggetto di polemiche e rischia di delegittimarne l’autorevolezza all’interno della comunità internazionale, alcune delle misure che il suo governo intende adottare preoccupano gli Stati Uniti, principale importatore e consumatore di idrocarburi del pianeta. La proposta lanciata da Chavez, in accordo con il governo di Teheran, nel 2006 di convertire in Euro la valuta per le esportazioni del petrolio venezuelano [2] ha fatto sobbalzare l’intero establishment statunitense, chiamato a fare i conti con il cambio sfavorevole tra il dollaro e la moneta unica europea. Anche se i critici del governo venezuelano accusano Chavez per queste dichiarazioni, volte a destabilizzare gli equilibri politici, è indubbia la ferma volontà di cercare nuovi partner per le esportazioni di idrocarburi. Da un lato con la vendita di petrolio a prezzi vantaggiosi ai paesi caraibici che aderiscono al Petrocaribe, dall’altro con la progressiva intensificazione delle relazioni con la Cina, che, assieme a Cuba, crea un asse strategico tale da preoccupare gli Stati Uniti. Al di là degli intenti propagandistici sottesi agli interventi televisivi del presidente venezuelano, è chiara la volontà di emancipazione dagli Stati Uniti che l’Alternativa Bolivariana si propone di ottenere. Exxon e Conico Phillips ne sono la prova: le due multinazionali che detenevano le licenze per l’esplorazione e l’estrazione del petrolio venezuelano sono state estromesse dal paese perché non hanno accettato di conformarsi all’innalzamento delle royalties imposte dal governo per lo sfruttamento dei suoi giacimenti. Questo tipo di strategia è condivisa anche dagli altri membri dell’ALBA in America del Sud.

Qualche mese dopo il suo insediamento a capo del governo dell’Ecuador, il presidente Rafael Correa, con un atteggiamento meno ostile rispetto a quello di Chavez ma con la stessa fermezza, ha portato le royalties dovute dalle multinazionali del petrolio per lo sfruttamento dei giacimenti andini dal 50 al 99%. L’Ecuador è un produttore “minore” di petrolio, con 520.000 barili al giorno e riserve provate che ammontano a 4,3 miliardi di barili. Numeri molto inferiori rispetto al Venezuela, ma il piccolo Stato andino è di importanza fondamentale per le strategie energetiche planetarie, anche se in modo indiretto. Recentemente, infatti, gli attriti politici con il suo vicino settentrionale hanno scatenato un caso diplomatico/militare che esula dalla questione in sé, ovvero uno sconfinamento dell’esercito e dell’aviazione colombiani in territorio ecuadoriano nell’ambito di un’operazione “anti-terroristica” e la conseguente uccisione del numero due dell’esercito delle FARC [3]. Questo episodio ha, infatti, scatenato l’ira non solo del presidente ecuadoriano, ma anche di Chavez, che ha subito inviato diversi contingenti dell’esercito al confine tra Venezuela e Colombia. E ha confermato le paure di un possibile, rinnovato controllo statunitense in Sud America, visto il supporto che l’esercito statunitense fornisce – nell’ambito del programma di Washington per la lotta al terrorismo – a quello colombiano nel comune intento di eliminare le FARC. Queste preoccupazioni sono vive non solo in Colombia e in Venezuela.

Con una produzione petrolifera quasi nulla, ma con importanti riserve di gas naturale, la Bolivia sta affrontando un momento di importanza storica e, contemporaneamente, una profonda crisi politica interna. L’elezione, nel 2006, di Evo Morales, primo presidente indigeno nella storia del continente, e le politiche in favore degli strati sociali più deboli, basate sulla redistribuzione della ricchezza, hanno portato a duri scontri, nelle regioni della “mezza luna”, tra i governi regionali e gli oppositori al governo Morales. I giacimenti di gas – che ammontano a 26,13 miliardi di metri cubi, per una produzione annua di 13,5 milioni di metri cubi – sono, infatti, situati nelle regioni di Beni, Pando, Santa Cruz e Tarija, le più ricche del paese. Qui, aspre contestazioni contro le decisioni del governo hanno portato a indire un referendum per l’autonomia di queste regioni dal resto del paese, a sua volta caratterizzato da una forte concentrazione di popolazioni indigene la cui principale attività economica è la coltivazione della coca. Secondo fonti governative, nel sostenere i maggiori partiti di opposizione che guidano le contestazioni assume un peso determinante, assieme ai gruppi neo-fascisti e all’oligarchia latifondista e industriale boliviana, l’operato “diplomatico” degli Stati Uniti. L’espulsione dell’ambasciatore statunitense in Bolivia, decretata dal governo di La Paz, ha di fatto acuito la tensione diplomatica tra i due paesi [4]. Questa spaccatura ha, tuttavia, rafforzato il consenso di cui Morales gode tra le classi popolari. La sua politica, direttamente favorevole ai cocaleros e ai contadini, ostile alla borghesia industriale, gli è valsa prima la nomina di World Hero of Mother Earth da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU, poi la rielezione presidenziale con il 63% dei suffragi nel dicembre 2009.

Se i governi guidati dagli ideali della carta bolivariana sono chiaramente schierati contro un presunto, nuovo imperialismo verso il continente e favoriscono programmi di integrazione interna e intra-continentale, altri si situano in una posizione intermedia tra un orientamento di tipo “chavista” e la volontà di mantenere buone relazioni (economiche e commerciali) con il Nord America. Il caso più significativo riguarda il Brasile di Lula e il futuro delle energie rinnovabili, inscindibilmente legate al destino del polmone verde della Terra. Attualmente, il Brasile produce, assieme agli Stati Uniti, il 70% dell’etanolo mondiale. Le coltivazioni di canna da zucchero – coltura privilegiata, iniziata negli anni Sessanta, per la produzione di questo agrocarburante – si estendono oggi su una superficie di 7,8 milioni di ettari e si prevede che, per tenere fede agli accordi stipulati nel 2007 a Camp David tra il presidente Lula e Gorge W. Bush, entro il 2020 la superficie utilizzata arriverà a 14 milioni di ettari [5]. Forti sono infatti le pressioni interne ed estere. Con l’obiettivo di diminuire le emissioni di CO2 e soddisfare i parametri stabiliti dal protocollo di Kyoto, alcuni governi hanno scelto la via degli agrocarburanti.

L’asse Brasilia-Washington si pone al vertice di una strategia globale per la produzione di etanolo e biodiesel partendo proprio dalle vaste estensioni agricole del più grande Stato sudamericano. Ingenti investimenti sono stati fatti, da entrambi i governi, per soddisfare sia la propria domanda interna sia il mercato delle esportazioni. Canada, Unione Europea e Giappone hanno elaborato dei piani a medio termine e effettuato investimenti per lo sviluppo di questa risorsa. Il contesto energetico mondiale a metà del 2008, con il barile di petrolio che ha toccato i 150 dollari, ha infatti portato i diversi governi a stringere numerosi accordi con il Brasile per soddisfare parte della propria domanda di carburante verde [6] da un lato, ad aumenti nel prezzo della terra coltivabile dall’altro. Il tutto a vantaggio delle grandi compagnie agro-alimentari e di sementi, tra cui Cargill e Monsanto, che hanno gioco facile a imporre le loro logiche commerciali e i prodotti transgenici per l’aumento della produttività.

Resta da vedere se, nel medio periodo, queste strategie risultino vantaggiose anche per il governo brasiliano. È chiaro, invece, che per la popolazione e per l’ambiente queste soluzioni sono l’ennesimo ostacolo [7] all’attuazione di una riforma agraria da tempo necessaria per il continente sudamericano e fino ad ora procrastinata in nome della crescita economica.


Note

1. Fonte: BP Statistical Review 2008.]], il Venezuela e il suo contraddittorio capo di stato Hugo Chavez si collocano in una posizione predominante per ciò che concerne il passaggio dal “vecchio” (la risorsa di cui dispongono) al “nuovo” (l’ottica politica e gli intenti strategici con cui gestiscono tale risorsa). Apertamente ostile verso gli Stati Uniti, il governo di Chavez rivendica la redistribuzione dei proventi legati alle esportazioni petrolifere e l’attuazione di programmi sociali in favore degli strati più poveri della popolazione. La contraddizione risiede nel fatto che le esportazioni che riempiono le casse del ministero del tesoro venezuelano sono ancora in prevalenza dirette verso gli USA, invisi al presidente Chavez nelle sue dichiarazioni pubbliche[[“The grand destroyer of the world, and the greatest threat [...] is represented by U.S. imperialism”. Aló Presidente!, 21 agosto 2005.

2. BBC News, Venezuela “may swap oil currency”, 17 maggio 2006.

3. BBC News, Top Farc leader killed by troops, 1 marzo 2008.

4. Il 10 settembre 2008 l’ambasciatore statunitense in Bolivia è stato espulso. Morales ha giustificato l’evento affermando che era in atto una “cospirazione contro la democrazia alla ricerca della divisione del Paese”. Roger Burbach, The United States: Orchestrating a Civic Coup in Bolivia, Center for the Study of the America, (CENSA), Berkley, 18, novembre 2008.

5. Philippe Revelli, Quand le Brésil joue le «pétrole vert» contre la réforme agraire, in “Le monde diplomatique”, aprile 2009.

6. Si stima che il Giappone abbia investito circa 8 miliardi di dollari per un programma di fornitura quindicinale di etanolo.]]. Queste politiche spingono i produttori brasiliani e i maggiori investitori, prevalentemente statunitensi, ad aumentare l’estensione delle coltivazioni e l’automazione dei processi agricoli, con effetti contraddittori sull’economia brasiliana, sugli abitanti delle aree in cui la canna da zucchero è coltivata e, infine, sulla sicurezza alimentare dell’intero paese. Le pressioni politiche ed economiche per la diffusione di questa coltura portano alla concentrazione della terra nelle mani dei latifondisti, escludendo i piccoli proprietari e i contadini dalla possibilità di coltivare alimenti di sussistenza. Inoltre, si riduce la superficie destinata alle grandi coltivazioni alimentari. Questo processo ha portato, fino ad ora, a una diminuzione del 12% della produzione brasiliana di fagioli e a una diminuzione del 9% della produzione di riso[[Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE).

7. [Si veda a questo proposito Nieves Lopez Izquierdo e Riccardo Pravettoni, Le conflit vert

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