Bovet Philippe

La geopolitica in un mondo funzionante al 100% con energie rinnovabili [17/05/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

We must change the prospect of changing our basic ways of living. This change will either be made on our own initiative in a planned way, or forced to us with chaos and suffering by the inexorable laws of nature. 
Jimmy Carter, 1976

 

Come sarebbe il mondo se tutti i paesi funzionassero al 100% con energie rinnovabili? Oppure, volendo essere un po’ meno ambiziosi, ci si potrebbe chiedere: come sarebbe il mondo se tutti i paesi si attenessero ad articolate strategie di risparmio energetico, funzionando unicamente con le energie fossili presenti sul loro territorio e con energie rinnovabili? Ad esempio, il Nord America (Stati Uniti e Canada) consuma il 30% del petrolio mondiale, ma ne produce appena il 18%. Come sarebbe, quindi, il mondo se il commercio di energia non influisse più sulle relazioni internazionali?

E’ una domanda difficile, estremamente complessa, cui non si può rispondere in modo affrettato e che, sorprendentemente, si sono posti in pochi. In questo mondo ideale, gli Stati Uniti non si interesserebbero più al Vicino Oriente e a Hugo Chavez. La Cina non si curerebbe più dell’Africa. L’aeroporto di Baku, in Azerbaijan, cadrebbe in disuso, perché a nessuno importerebbe più molto di questo paese altamente democratico! Le renne dell’Alaska non dovrebbero più temere per il loro futuro. Le petroliere si limiterebbero a trasportare mulini a vento, pannelli solari e turbine idrauliche. E, ovviamente, non si chiamerebbero più petroliere!

Si vivrebbe in pace in questo mondo ideale? Non necessariamente. Infatti, non ci sono questioni energetiche alla base del conflitto israelo-palestinese. Tuttavia, uno sviluppo generalizzato dell’uso di energia pulita attenuerebbe di certo l’isteria del nostro mondo. Gli scambi continuerebbero ad esistere, ma funzionerebbero in modo diverso. Nel mio precedente intervento, ho menzionato il caso della Svezia, che funzionerà senza petrolio nel 2020: molti paesi potrebbero seguire l’esempio svedese ed importare carburanti verdi dal Brasile, che diventerebbe, in pochi anni, una grande potenza energetica. In definitiva, in un mondo senza energia fossile la carta dei traffici sarebbe interamente da ridisegnare.

Potere ed energia

Oggi, un paese che dispone di importanti risorse fossili può facilmente influire sulla geopolitica mondiale, come dimostrano le strategie adottate da Vladimir Putin e dall’impresa russa Gazprom nel settore del gas: la Russia, infatti, produce il 28% del gas consumato in Francia, il 27% del gas consumato in Italia, il 35% del gas consumato in Germania - in media, il 25% del gas consumato nell’Europa a 25; allo stesso tempo, però, la Russia produce il 100% del gas consumato in Estonia, in Finlandia, in Lettonia e in Lituania (dati del 2004, “Sonnenzeitung”, 4-06). Da decenni, in diversi paesi si è approfondita la contraddizione tra i principi democratici su cui si fondano i loro governi e la loro condotta in campo energetico: per garantirsi l’arrivo regolare di grandi navi cisterna, piene fino all’orlo, o per assicurarsi che oleodotti e gasdotti funzionino sempre a pieno regime, vengono accettate tutte, o quasi, le condizioni imposte dai regimi meno democratici del pianeta, perché, da quando l’Arabia Saudita tossisce, l’Occidente trema. Ma, con molta energia rinnovabile, questo non accadrebbe più.

Ci sarebbe, quindi, molto da guadagnare da un cambiamento del sistema. Quanto costa agli Stati Uniti un gallone di carburante? Oggi, gli Stati Uniti pagano a caro prezzo la loro mobilità, soprattutto se si aggiunge, alle spese energetiche, il budget militare americano - senza dimenticare le conseguenze umane, sociali e democratiche della guerra in Iraq [1].

Nel 2006, il deficit del commercio estero francese ha raggiunto la cifra record di 29 miliardi di euro. Il quotidiano “Le Monde” del 9 febbraio puntualizza: “Questa cifra è la peggiore registrata dal 1980, anche se è difficile fare confronti su periodi così lunghi”. Christian Lagarde, ministro delegato al commercio estero, ha dichiarato: “Al di là del fatturato legato al petrolio, la nostra bilancia commerciale non è solo in attivo, ma l’avanzo è persino in crescita, per la prima volta dal 2002”.

Quest’affermazione dimostra quanto sia elevato il peso del fatturato petrolifero francese e quanto sia falsa l’idea che, grazie al nucleare, la Francia goda dell’indipendenza energetica: il nucleare, infatti, soddisfa soltanto il bisogno di elettricità, ma non l’insieme della domanda di energia. La Francia, quindi, non è indipendente dal punto di vista energetico. Ma perché il governo francese non decide di seguire l’esempio della Svezia e diventare, entro il 2020, un paese senza petrolio? In base allo schema energetico attualmente in vigore in Francia, quest’obiettivo potrebbe essere raggiunto grazie al nucleare e al potenziale della biomassa, dato che il 25% del territorio è ricoperto di foreste e che l’agricoltura francese è una delle più produttive d’Europa.

Cambiare dimensioni

Lo sviluppo ideale delle energie rinnovabili può essere realizzato, a mio parere, solo con il decentramento delle produzioni energetiche. Ora, l’economia dell’energia è dominata da imprese di grosse dimensioni, che non sono interessate allo sviluppo decentrato delle energie rinnovabili, ma che tendono, piuttosto, a produrre idrogeno in grandi stabilimenti e mantenere la propria posizione egemonica sul mercato.

Lo studio di un caso

In proposito, analizziamo uno studio sul 100% rinnovabile, realizzato, nel 1982, dall’istituto austriaco IIASA, Internationales Institut für angewandte Systemanalyse, in inglese Institute for Applied Systems Analysis (IIASA): benché ormai vecchio, questo studio risulta particolarmente rilevante, perché l’istituto che l’ha prodotto non si interessa in modo specifico alle energie pulite.

Questo studio illustra due possibili schemi per l’autonomia energetica dell’Europa del 2100. Il primo schema implica un sistema centralizzato, denominato “Hard Solar”, la cui principale risorsa è l’idrogeno importato; esso prevede significative importazioni d’idrogeno, prodotto a partire da fonti rinnovabili. L’altro schema, denominato “Soft Solar”, si basa su una maggiore efficacia energetica e su risorse rinnovabili locali.

Gli scenari delineati dall’IIASA comprendono anche dati demografici sull’Europa e osservazioni sul PIL europeo - elementi che, però, qui non verranno considerati.

In entrambi gli scenari, l’evoluzione richiede investimenti, particolarmente consistenti nel caso di “Hard Solar”. Inoltre, i due scenari sottolineano la differenza che intercorre tra energia primaria ed energia finale: l’energia primaria corrisponde all’energia lorda di partenza, come le energie fossili o l’uranio; l’energia finale è il litro di carburante di cui dispone la stazione di servizio o l’elettricità di cui si dispone attraverso la presa elettrica. Tra le due energie c’è il sistema energetico: il trasporto, la distribuzione, la conversione, ecc. Qui non ci si addentrerà in queste considerazioni, ma si intende mostrare come possono modificarsi gli aspetti geopolitici in funzione delle scelte energetiche.

I due scenari dimostrano, infatti, che, in base a tali scelte, gli scambi commerciali subiscono trasformazioni significative. Il cambiamento sociale risulta rilevante soprattutto nello scenario “Solar Soft”, perché l’insieme dei beni commerciali attualmente disponibili in Europa si ridurrebbe: niente verdure fuori stagione, meno importazioni dall’Asia, riallocazione dell’industria tessile in Europa, ecc. Viceversa, lo scenario “Solar Hard” non comporta cambiamenti profondi nello stile di vita europeo, tranne i cambiamenti tecnici legati al passaggio ad un’economia dell’idrogeno.

  • Nel 1975, l’Europa importava il 53% dell’energia primaria. Prendiamo questa cifra come dato di partenza: nel 2030, con lo schema “Soft Solar”, l’Europa importerebbe il 2% di energia fossile; nella versione “Soft Solar”, l’Europa sarebbe interamente autonoma nel 2100, e persino prima.
  • Nello scenario “Hard Solar”, nel 2030 le importazioni si suddividerebbero come segue: il 73% di energie fossili e il 23% di idrogeno, prodotto da centrali solari nel Sahara - l’unico luogo da cui l’Europa finirebbe per importare energia. Verso il 2060, l’Europa smetterebbe di importare energia fossile, mentre continuerebbe ad importare idrogeno, non potendo stabilizzare il proprio fabbisogno, in quantità sempre crescenti; l’incremento delle importazioni d’idrogeno dipenderebbe da fattori come la crescita economica, la crescita della popolazione, ecc.

L’Istituto precisa anche che la scelta tra “Soft” e “Hard Solar” è di tipo sociale, culturale e politico, non tecnico. Esso si chiede, inoltre, quali cambiamenti strutturali sarebbero necessari per arrivare a questi scenari.

Fare le giuste ammissioni

Per arrivare al 100% rinnovabile, bisogna, credo, ammettere i tre punti seguenti:

  • Il sistema energetico mondiale si è rivelato incapace di fornire energia all’intera popolazione, un terzo della quale ne è totalmente privo: tale esclusione non è riscontrabile solo nei paesi in via di sviluppo, ma anche nei paesi sviluppati, tra i centri economicamente ricchi e le campagne. Ad esempio, in Francia come altrove l’inverno 2006-2007 è stato particolarmente mite: il 25 gennaio, una nevicata di 20 centimetri ha paralizzato il centro e l’est del paese; spostandosi sulla costa atlantica, essa ha provocato numerose interruzioni di elettricità. Per almeno due giorni, nel corso di un inverno estremamente mite, più di 100.000 abitazioni sono rimaste senza corrente. Nel contesto francese, è un fatto ricorrente.
  • Il sistema energetico non è meno vulnerabile in altri paesi sviluppati. Il 14 agosto 2003, ci sono state massicce interruzioni di corrente nel nord-est degli Stati Uniti e in Canada, privando di corrente 55 milioni di persone. O ancora, in Italia, nella notte tra il 26 e il 27 settembre 2003, sebbene le conseguenze dell’interruzione di corrente italiana siano state minori, perché essa ha avuto luogo di notte e nel fine settimana.
  • Dal punto di vista economico, bisogna ammettere che né la disoccupazione in Occidente né la povertà del Terzo mondo potranno essere sconfitte senza un nuovo modello energetico, che riconosca – soprattutto per le culture energetiche ad uso locale – la centralità dell’agricoltura locale. Non ha senso ostinarsi ad applicare il classico modello di sviluppo industriale occidentale, che fomenta le tensioni nel campo delle materie prime e dell’energia. Riorientarsi verso le energie rinnovabili e riprendere a gestire le questioni energetiche a livello locale – sia nei paesi industrializzati sia nel Terzo mondo – può contribuire a risolvere tanto la disoccupazione del Nord quanto la povertà del Sud.

Ci aveva provato, almeno in parte, il presidente americano Franklin Roosevelt negli anni Trenta, con il programma economico del New Deal – soltanto in parte, però, perché né la logica dei grandi cantieri né la ridefinizione delle questioni energetiche ed agricole erano state interamente realizzate. La questione energetica era stata appena sfiorata, con la creazione della Tennessee Valley Authority (TVA), gli interventi volti a produrre energia attraverso un sistema di dighe che contribuisse anche all’irrigazione per l’agricoltura locale, schemi di riforestazione, ecc.

In un sito che narra la storia della TVA, si legge che, nel 1933, «Much of the land had been farmed too hard for too long, eroding and depleting the soil. Crop yields had fallen along with farm incomes. The best timber had been cut.». La TVA risponde ad un modello produttivistico (agricoltura con abbondante irrigazione, concimi chimici, dighe, ecc.) che, qui, non si intende sostenere, ma è il funzionamento di questo schema di sviluppo ad essere interessante, cioè la gestione congiunta, volta a rispondere ai bisogni locali, della questione energetica e della questione agricola.

Un’opportunità per le regioni deboli

Nel Mezzogiorno, non sono bastati decenni di programmi e sovvenzioni per sviluppare un modello economico durevole. Lo stesso si può dire per l’Est della Germania, dove gli incrementi di produttività nei settori industriale e terziario non hanno alcuna possibilità di assorbire la disoccupazione locale. L’economia della Germania orientale, verso la frontiera polacca, è basata principalmente sull’agricoltura, ma questa è esposta a serie minacce: in alcuni supermercati, un litro di latte importato dalla Polonia costa meno di un litro d’acqua e, ovviamente, meno del latte prodotto nella Germania orientale. Se l’agricoltura locale vuole sopravvivere, deve rivolgersi verso la produzione di energia. Un insediamento agricolo potrebbe suddividere la produzione tra un terzo di prodotti agricoli, un terzo di carburante per i suoi bisogni interni e un terzo di carburante da commercializzare (biodiesel, olio vegetale puro, legno, paglia, biogas, ecc.). Un agricoltore diventa, così, un «energicolotore» e questo schema è già in corso di implementazione. Almeno due regioni dell’Est, Barnim e Uckernark, hanno deciso di investire per diventare al 100% autonome sul piano energetico, grazie alla produzione locale di energie rinnovabili: nelle fattorie, ad esempio, sono state installate unità produttive di biogas e questo modello viene effettivamente applicato.

Al sud, un fardello non compreso

Nonostante le loro difficoltà, i paesi in via di sviluppo, in cui il PIL è meno del 10% del PIL delle nazioni occidentali industrializzate, sono comunque obbligati a pagare, per le importazioni fossili, i prezzi del mercato mondiale – un fardello economico da 10 a 20 volte superiore a quello sopportato dalle nazioni sviluppate. In molti paesi poveri, le importazioni di prodotti energetici assorbono già l’insieme delle rendite dovute alle esportazioni. Nel 2005, il costo delle importazioni di petrolio per i paesi in via di sviluppo è aumentato di 100 miliardi di dollari, una cifra che supera di gran lunga l’insieme degli aiuti allo sviluppo concessi da tutte le nazioni industrializzate. In questo periodo, i profitti dei grandi gruppi che operano nell’oligopolistico settore dell’energia sono enormemente aumentati: nel 2005, Exxon ha realizzato un profitto di 35 miliardi di dollari, Shell di 25 miliardi e BP di 22 miliardi. E’ necessario, quindi, trovare un altro modello, che non sia basato sugli scambi internazionali di prodotti energetici.

Reazioni internazionali inappropriate

Di fronte ai problemi energetici mondiali e alla questione del riscaldamento climatico, sono state adottate, nel corso del vertice del G8 di San Pietroburgo, nel luglio 2006, alcune decisioni, volte ad uscire da questo impasse. Si tratta, però, di sforzi inutili: il rinnovato interesse, nel mondo intero, per il nucleare e la promozione del “carbone pulito” per la produzione di elettricità si basano sull’idea che il sistema energetico mondiale potrebbe restare invariato, se non si ripercuotesse sul problema delle emissioni di gas a effetto serra e del cambiamento climatico. Per questo motivo, ai paesi produttori viene chiesto con insistenza, nell’interesse della sicurezza energetica, di aumentare le quote di produzione e potenziare le reti internazionali di rifornimento, anche se tali richieste sono in contraddizione con l’obiettivo della salvaguardia del clima. Anche lo sviluppo delle energie rinnovabili viene presentato come necessario, ma, in realtà, esse svolgono un ruolo soltanto marginale nelle iniziative intraprese.

Ora, per evitare di ammettere che bisogna cambiare il modello energetico, vengono avanzate scuse e giustificazioni insostenibili. Ad esempio, è stato asserito che il potenziale delle energie rinnovabili non è sufficiente per sostituire le energie fossili o nucleari e che sarebbe troppo oneroso sviluppare le energie rinnovabili su vasta scala – come dire che le energie rinnovabili costituiscono un fardello economico e sociale inaccettabile. Alcuni sostengono, inoltre, che questo cambiamento richiederebbe troppo tempo, per cui, per i prossimi decenni, la priorità dovrebbe continuare ad essere accordata alle centrali convenzionali.

Cinque constatazioni per arrivare al 100% rinnovabile

1. Bisogna uscire dagli schemi mentali classici e confrontarsi con la realtà dei fatti, credere nelle energie locali e nel cambiamento completo della situazione energetica.

2. Le energie fossili devono essere abbandonate nel seguente ordine, che riflette l’entità dell’inquinamento da esse prodotto: innanzitutto il carbone, poi il petrolio, infine il gas.

3. Lo Stato deve dare l’esempio, con i suoi edifici, i suoi trasporti, ecc.

4. E’ necessario pianificare tutti gli interventi dando la priorità all’energia pulita.

5. E’ necessario colmare rapidamente, per consentire il passaggio verso un altro mondo energetico, il deficit conoscitivo.

Così si svilupperanno, nel settore dell’energia, impieghi locali non delocalizzabili, ovvero non legati alla geopolitica dell’energia.

Il 100% rinnovabile non è nuovo

Le possibilità di potenziare il ruolo delle energie rinnovabili nel bouquet energetico, per avvicinarsi ad un sistema basato unicamente su queste filiere, sono state evidenziate in diverse occasioni: ad esempio, già nel 1978 il gruppo di Bellevue aveva teorizzato un simile scenario per la Francia; la stessa cosa, benché ancora meno conosciuta, era stata fatta per gli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti sono stati gravemente colpiti dalla crisi petrolifera del 1973. Jimmy Carter, presidente dal 1977 al 1981, ha cercato di varare una nuova politica energetica e portare avanti, in tal modo, la politica di Richard Nixon, che, nel 1974, aveva lanciato un programma di ricerca e sviluppo delle energie rinnovabili. Nel 1975, era pronto il primo piano federale per dare inizio alla produzione di massa di pannelli solari.

Nel 1978, il piano di Jimmy Carter prevedeva che, nel 2000, il 23% dei bisogni energetici sarebbe stato soddisfatto dal solare. Viene votato un “Energy Independant Act”. In quel momento, gli Stati Uniti erano, con lo slogan “Solar America”, nettamente all’avanguardia rispetto al resto dell’Occidente.

Questo progetto, che avrebbe avuto importanti conseguenze geopolitiche, viene accettato anche dal Pentagono. Il progetto di Carter, chiamato “Energy and Defense”, si basava sul concetto “dispersed, decentralized and renewable energy sources: alternatives to national vulnerability and war”, che raccomandava, per il 2050, un approvvigionamento di energia al 100% rinnovabile per gli Usa. Gli esperti di Carter difendevano il piano e respingevano le critiche, per cui i costi sarebbero stati troppo elevati.

Essi sostenevano, inoltre, che gli unici costi direttamente legati alla produzione di energie rinnovabili sarebbero stati quelli necessari per lo sviluppo tecnologico. Il costo dei combustibili non avrebbe più dovuto essere pagato (la sola eccezione sarebbe stata la biomassa, perché il lavoro agricolo e forestale doveva essere retribuito). I costi legati all’attrezzatura sarebbero diminuiti parallelamente allo sviluppo della produzione su vasta scala e al continuo miglioramento delle tecnologie. Il costo delle energie rinnovabili, di conseguenza, sarebbe costantemente diminuito, mentre i costi diretti dell’energia convenzionale sarebbero costantemente aumentati. Le energie rinnovabili, infatti, avrebbero implicato significativi vantaggi politici ed economici: le importazioni di energie fossili sarebbero state sostituite da fonti di energia infinitamente disponibili localmente e la sicurezza energetica sarebbe stata rafforzata, con un impatto positivo sulla bilancia dei pagamenti.

Reagan rimette tutto in discussione

L’arrivo di Ronald Raegan, la cui campagna elettorale - si sa - è stata finanziata dai gruppi petroliferi americani, cambia tutto. Successivamente, né il presidente Bush senior né il tandem Clinton/Gore avrebbero ripreso il piano solare di Jimmy Carter. Le loro politiche tradizionali riflettono gli interessi delle imprese operanti nel settore del petrolio e degli armamenti, che sono tra i più influenti della scena politica americana e di cui si sono sempre trovati – e di cui si trovano ancora oggi – numerosi rappresentanti nel governo di Bush padre, di Bush figlio e di Raegan.

Fondamentalmente, nel campo della politica energetica, gli Usa non si sono mai ripresi dal drastico cambiamento di rotta intercorso tra Carter e Reagan. Ma nemmeno nel settore ambientale, della politica estera e della sicurezza. Nel momento in cui il piano di Jimmy Carter è stato rimesso in discussione, non solo gli Usa, ma il mondo intero hanno perso 25 anni, nonostante, a quei tempi, la crisi ecologica fosse già percettibile. Per sostenere gli interessi a breve termine delle compagnie energetiche, il mondo si è esposto ad un grande pericolo.

L’Europa e soprattutto la Francia sono ipocrite nel rifiutare la guerra in Iraq? In fondo, esse restano fedeli a Bush: certo, non combattono la guerra al suo fianco, ma non rimettono nemmeno in discussione il loro consumo di petrolio. Se si dice no alla guerra in Iraq, bisogna anche dire si alle energie rinnovabili. Se, oggi, l’Europa avesse il coraggio di riprendere l’idea lanciata da Jimmy Carter, l’America tornerebbe ad interessarsi a schemi energetici dimenticati.

100% rinnovabile, versione autonoma o versione aperta ?

Torniamo agli scenari “Hard” e “Soft Solar”. Bisogna tendere al 100% rinnovabile con un’indipendenza energetica totale o importare una parte del fabbisogno energetico? Ho discusso della questione con Harry Lehman, direttore dell’istituto ISUSI, Institute for Sustainable Solutions and Innovation. Il risultato di questa discussione suggerisce di concentrarsi sulle conseguenze geopolitiche generali, sui rapporti nord-sud, sui trasferimenti di tecnologia, sui principi di amicizia e aiuto reciproco tra i popoli.

Se si considera l’ipotesi del 100% rinnovabile senza importazioni, occorre ricordare che questo schema è legato ad un piano energetico di ampio respiro. Il Giappone può funzionare al 100% con energie rinnovabili, così come l’Europa a 25 e gli Stati Uniti. Secondo Harry Lehman, ci sarebbero, in America Latina, alcuni luoghi problematici, come le regioni degli altopiani. L’Africa potrebbe funzionare facilmente al 100% con energie rinnovabili, grazie all’eccellente potenziale della biomassa e a bisogni energetici complessivamente limitati. Anche per paesi grandi come la Cina e l’India il 100% rinnovabile è possibile, ma solo sviluppando centrali solari termiche ad alta potenza.

In definitiva, il 100% rinnovabile è possibile in quasi tutto il mondo, ma si pone un problema: devono continuare ad esistere, tra i diversi paesi, alcune importazioni ed esportazioni di energia, per mantenere un minimo di scambi e, quindi, facilitare l’equiparazione energetica tra Nord e Sud? Così, sarebbe tecnicamente possibile costruire una rete di elettricità rinnovabile attorno al Mediterraneo, con destinazione l’Europa. A partire dalle fonti eoliche e solari dell’Africa settentrionale, questa rete collegherebbe il Vicino Oriente, il Libano, la Turchia, il Kosovo…all’Europa. L’Europa pagherebbe le risorse rinnovabili importate, permettendo ai paesi del sud di sviluppare le loro economie. Si tratterebbe, quindi, di un partenariato per lo sviluppo. L’Europa non avrebbe bisogno di sviluppare la propria biomassa per produrre carburanti e, disponendo di un clima più favorevole rispetto ai paesi del Nord Africa, potrebbe utilizzare le superfici agricole per soli fini alimentari. Si tratterebbe, insomma, di una sorta di partenariato volto a fornire corrente elettrica in cambio di cibo.

Un partenariato simile potrebbe stabilirsi anche tra l’America del Nord e l’America del Sud, che ha un importante vulcanismo e potrebbe facilmente utilizzarlo per esportare l’energia verso il Nord. In Asia, il Giappone, che è un piccolo paese, potrebbe importare più idrogeno degli altri, evitando di doverlo produrre da sé a costi molto elevati. In definitiva, questi scambi farebbero sì che le energie rinnovabili non fossero più appannaggio esclusivo dei paesi sviluppati, ma permetterebbero anche ai paesi del sud di avvantaggiarsene.

La dipendenza energetica dei paesi del nord sarebbe, allora, del 20 o 25%. Sarebbe già un cambiamento rispetto ad oggi, perché, ora, molti paesi sviluppati sono dipendenti all’80 o al 100% dalle fonti fossili. Certo, ci sarebbe, con il 20 o il 25% di importazioni, la possibilità di un ricatto dei paesi del Sud verso il Nord, ma questa dipendenza presenterebbe vantaggi per entrambe le parti. Citiamone almeno tre:

  • Un vantaggio economico. Il 20 o 25% finale, nella ricerca del 100% rinnovabile, sarà ottenuto con più difficoltà in Europa, in Giappone e in tutti i paesi densamente popolati.
  • Si possono sviluppare schemi win-win, nel senso che, producendo corrente dal PV, dall’eolico, ecc., ci guadagnano tutti gli attori. Paesi poco sviluppati come l’Egitto, il Libano, la Macedonia, il Kosovo o la Grecia sono, ad esempio, zone molto ventilate e potrebbero diventare le grandi regioni energetiche di domani: simili partenariati permetterebbero loro di sfruttare le risorse rinnovabili.
  • Nelle regioni petrolifere di oggi, caratterizzate, come il Medio Oriente, da un forte potenziale solare, c’è anche un fattore di cooperazione da mantenere. In questi paesi - che, un giorno, si qualificheranno come le grandi potenze petrolifere del passato - le esportazioni di corrente rinnovabile permetterebbero di prepararsi senza traumi al “dopo energia fossile” e di disporre di una nuova fonte di esportazione. La virata del “dopo petrolio” è ancora più facile da effettuare, perché queste potenze petrolifere dispongono dei capitali necessari da investire nelle energie rinnovabili. L’Arabia Saudita pratica già, d’altra parte, alcuni esperimenti solari.

In conclusione

Con uno schema al 100% rinnovabile, o quasi, il mondo sarebbe più pacifico? Si, almeno nel settore dell’energia, che funzionerebbe in modo meno conflittuale e più sereno. Non si sosterrebbero più regimi dittatoriali per interessi energetici. La decisione di acquistare un surplus d’idrogeno, prodotto con fonti rinnovabili, dall’Islanda o dalla Giordania non avrebbe conseguenze rilevanti. Ci sarebbe una certa stabilità geopolitica. Gli Stati Uniti non avrebbero più motivo di nutrire propositi bellicosi contro Hugo Chavez. La Cina non si interesserebbe più all’Africa e una parte dell’aeroporto di Baku cadrebbe in disuso.

Un’ultima osservazione sull’Australia

Sembrerebbe facile poter parlare, qui, di uno scenario originale per l’Australia 100% rinnovabile. Si tratta, in teoria, di un paese eccezionale da questo punto di vista. Ora, sembrerebbe che un tale studio o un tale progetto non esistano – il che, forse, non è così sorprendente, visto che in questo paese, a bassa densità e con una popolazione distribuita in pochi grandi centri, non ci sono molti istituti attivi in campo energetico. Gli australiani si considerano, per la maggior parte, fieri esportatori di carbone, uranio, ecc. - scambi che favoriscono la crescita economica! Sembrano, quindi, ben lontani dall’immaginare e dal calcolare i vantaggi dell’autonomia energetica!

P.S. Chi volesse esplorare il camino di una torre solare, veda il film realizzato dall’Università del RMIT di Melbourne.

Fonti

Bibliografia

  • Lovins, A. (del Rocky Mountain Institute, RMI), Winning the Oil Endgame.
  • Preuß. O. (giornalista di “Financial Times Allemagne”), Energie für die Zukunft, Gabler, 2005.
  • Su tutte le piccole azioni della vita quotidiana: Schmidt-Kleek, F. (a cura di), Der ökologische Rucksack, Wirtschaft fuer eine Zukunft mit Zukunft, Hirzel Verlag, 2004.

Sitografia


Note

1. Si vedano i siti americani e le loro campagne «No blood for oil».