Pravettoni Riccardo

Soia, speculazione e speranze. Parte II [06/04/2010]

Un reportage di viaggio nella (ex) foresta del Mato Grosso

Roquet

Per tentare di comprendere quali siano gli effetti delle pressioni sul territorio, causati dalla monocoltura nelle sue diverse accezioni, è d’obbligo fare un altro passaggio di scala, quello che porta all’aldeia – il villaggio indigeno – Tsò Reprè. Questa volta il passaggio implica anche uno slittamento del punto di vista fino ad ora adottato: si abbandonano le coltivazioni e i problemi produttivi per affrontare, qui, il nesso tra la deforestazione e le popolazioni indigene costrette a fare i conti con un modello, quello della monocoltura, che le priva della loro maniera di vedere e vivere il mondo.

Incontriamo Roquet, indio Xavante – una popolazione di cacciatori-raccoglitori –, nel centro di Cuiabà, dove, a giorni alterni, si sottopone a un ciclo di dialisi. È il fratello del cacique, il capo villaggio, che accetta di raccontare come è cambiato il loro mondo in seguito alla distruzione dell’ecosistema nel quale avevano a lungo vissuto. Trapiantati in una riserva circondata da campi di soia, gli Xavante di Tsò Reprè abitano un’area da sempre occupata dai Bororo, un’altra popolazione indigena. Il ruolo degli Xavante è utile, in questa sede, per osservare direttamente e dall’interno gli effetti della deforestazione.

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La foresta è cambiata dopo l’introduzione della soia”, racconta Paulo, il capo dell’aldeia. “La nostra area di caccia si è ridotta, così come si è ridotto il numero degli animali disponibili”. Cacciare è sempre più difficile e la raccolta dei frutti selvatici non è più sufficiente per garantire il sostentamento di tutta la comunità che ci ospita. Per far fronte alla domanda di cibo, Il villaggio ha dovuto introdurre nella propria cultura una sorta di rudimentale orticoltura, racconta Paulo. Ananas e miglio sono i principali prodotti della terra, dalla quale continuano a ricavare mandioca, la base della loro alimentazione. “Il resto, quando non arriva dalla FUNAI [1] o dai salesiani, lo si deve comprare negli empori”.

La frattura creata nel modo di vivere degli Xavante si manifesta in tutta la sua profondità quando gli uomini del villaggio presenti si riuniscono per cercare di istituire, sfruttando la nostra presenza nel villaggio, il finanziamento di un progetto volto ad avviare un’attività di pastorizia, da affiancare all’orticoltura. Non si vuole, qui, mettere in discussione né le pratiche che l’aldea si è posta come obiettivi per la sopravvivenza né analizzare il livello di commistione e mescolanza di un gruppo indigeno con “il mondo esterno”. Il tentativo è quello di registrare come un gruppo minoritario e fragile, nonostante l’esperienza consolidata degli ecosistemi che abita, sia impossibilitato a perpetrare le proprie pratiche e il proprio modo di vita a causa dell’imposizione di un modello economico e culturale che ha letteralmente distrutto le basi della loro società, fondata sul rapporto simbiotico con l’ambiente di cui fa parte. In cui l’oralità è ancora il veicolo privilegiato per tramandare quello che resta di una cultura spogliata dall’esterno, in cui la conoscenza del territorio è l’elemento fondante dell’identità.

Suscita grandissimo stupore vedere come, passando di capanna in capanna per consultare “chi è più anziano e conosce meglio questo luogo”, Paulo produca una mappa ben articolata e dettagliata della zona, con il proprio villaggio in relazione a tutti gli altri attorno a completare la sua visione e percezione della Terra Indigena che abita. Ma ancora di più stupisce una frase nel discorso di Paulo, per la innocente e ingenua provocazione che reca in sé: “Ma è vero che in Africa ci sono ancora tutti quei grossi animali o è solo un’invenzione, di quelle che si vedono alla televisione? Esiste veramente, l’Africa?

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Bruciare la foresta per salvare la foresta

Le fazendas che circondano le aree indigene protette, di cui l’aldeia Tsò Reprè fornisce solo un piccolo esempio, si estendono spesso per decine di migliaia di ettari su un suolo iniettato di calce, in modo da mantenere la fertilità a un livello sufficiente per garantire la produzione agricola. Alcune fazendas si stanno lentamente mettendo in regola con le nuove normative ambientali. Osvaldo è un agronomo dell’IPAM [2] che fornisce assistenza tecnica a chi decide di regolarizzare la propria produzione e conservare aree naturali intatte sui territori che possiede. Secondo Oswaldo esiste, tra i fazenderos, chi, per volontà propria o per interesse economico, sta realmente cercando di rispettare la legislazione e restituire parte dei propri campi o allevamenti alla condizione naturale di foresta o di cerrado.

Tra queste fazende la più interessante è quella del governatore. “Maggi e’ una persona molto attenta alle proprie strategie e ha capito che, per mantenere i propri livelli di profitto, era necessario modificare la legislazione e mostrare a tutti di rispettarla. C’è, in effetti, un atteggiamento più dinamico da parte delle istituzioni – continua Osvaldo – animato, però, dal profitto e dai capitali investiti: si attuano nuove politiche per mantenere alti produzione e profitti. Il Mato Grosso e’ all’avanguardia in queste politiche grazie al dinamismo degli investitori e dei produttori, che hanno capito i mutamenti del mercato e si sono adattati, spinti dalle esigenze economiche”.

Con un’estensione che supera di poco gli 80.000 ettari, la fazenda Canguro, di proprietà del governatore, ospita una serra per la piantumazione di specie autoctone, per la riproduzione dei semi, e un centro sperimentale dell’IPAM. In questo centro incontriamo Paulo Brando, un ricercatore che si occupa di studiare gli effetti degli incendi sulla fisiologia degli ecosistemi forestali. Il governatore Maggi ha infatti messo a disposizione del gruppo di ricerca circa 50 ettari di terreno, su cui condurre esperimenti difficilmente riproducibili in laboratorio. In base a diversi parametri, vengono incendiate delle aree forestali con cadenze regolari, da uno a tre anni, per osservare gli effetti sulla vegetazione e sul comportamento e gli spostamenti della fauna.

Secondo Paulo, questa è “un’esperienza unica nel suo genere: il governatore lascia ai ricercatori la libertà di agire indisturbati e senza la minima censura sui risultati scientifici, che vengono regolarmente pubblicati”. Propaganda o meno, lo scopo di questo tipo di studi è fornire degli elementi concreti sulle pratiche di intervento da utilizzare per ricostituire aree coperte dalla vegetazione e soggette a incendi di diversa natura, siano essi accidentali o utilizzati per deforestare. Come ricorda il direttore di questo progetto, Daniel Nepstad, Blairo Maggi ha effettivamente cambiato il suo atteggiamento politico nei confronti dell’ambiente e questi esperimenti sono parte della nuova visione.

Restano, comunque, numerosi dubbi sulla “conversione” del governatore. Marina Silva è stata molto chiara su questo punto: “Chi non si converte con il cuore lo faccia con la ragione. Chi non si converte con la ragione deve essere costretto dalla legge”. E a detta di tutti – politici, imprenditori e attivisti intervistati –, il governatore Maggi è un uomo politicamente scaltro, che sa come ottenere il favore di chi ha gli occhi puntati su di lui e mantenere, così, alto il livello dei propri profitti.

Sei gradi di separazione

Il viaggio che porta nel cuore della soia matogrossense attraversa diversi livelli, che si compenetrano tra loro e smentiscono alcune idee di partenza per confermarne altre. Una tematica complessa, costituita da sei o più livelli: governo federale, governo locale, istituzioni locali, fazenderos e imprenditori, contadini, popolazioni indigene. Una tematica per alcuni versi ancora contraddittoria, viziata da un conflitto di interessi troppo evidente per passare inosservato: quello tra Maggi governatore e Maggi produttore. La soia in Mato Grosso è il simbolo di quella “distruzione creativa” [3] che distrugge gli ecosistemi, incalzata dalla politica e dall’economia, e crea (pochi) posti di lavoro; che annienta le speranze dei contadini in una riforma agraria equa e che, allo stesso tempo, costruisce città, strade e infrastrutture; che svuota la biodiversità introducendo i pericolosi modelli produttivi della monocoltura e aumenta la ricchezza (media) del paese; che cancella la diversità culturale e tenta di allargare i livelli di istruzione.

Di certo, lo sforzo del governo del Mato Grosso è, oggi, affiancato da quello delle ONG, e qualcosa sta cambiando. Non tanto nelle statistiche del desmatamento – perché è chiaro che, quando gran parte delle aree sono state deforestate, rimane poco da abbattere [4] –, ma nel discorso ambientale dominante. E nella volontà della gente a tutti i livelli analizzati, fatta la necessaria eccezione per gli Indios di Tsò Reprè, di cambiare un paradigma che si rivela, oggi, controproducente per tutti, dopo anni – è il caso di dirlo – di vacche grasse per pochi.

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Un famoso adagio dice che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”. Si spera, qui, che la BR-158 rimanga una polverosa strada di campagna.


Note

1. Fundação Nacional do Índio, organismo governativo fondato nel 1967 dalla allora dittatura militare per gestire le relazioni con i popoli indigeni.

2. L’IPAM, Istitudo de Pesquisa na Amazonia, è un organismo non governativo che, dal 1995, si pone l’obiettivo di contribuire allo sviluppo delle aree forestali, garantendo i diritti economici e sociali delle popolazioni locali.

3. Harvey, D., La crisi della modernità, Milano, Il Saggiatore, 1990.

4. “Difficile tornare ai tassi di deforestazione del 2005”, afferma Oswaldo.

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