Maria Luisa Giordano

Dagli agrumeti alle dighe. Come la mafia gestisce l'acqua in Sicilia [28/04/2010]

Il 24 aprile 2010 il Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua ha lanciato, in tutta Italia, la raccolta di firme per tre referendum abrogativi di altrettante leggi approvate in Parlamento, negli ultimi anni, volte a privatizzare la gestione del servizio idrico integrato [1].

Lotte e forme di resistenza civica alla privatizzazione (sindaci che non consegnano le reti ai nuovi gestori, sciopero delle bollette, ecc.) – trasversalmente messe in atto da associazioni, amministrazioni e singoli cittadini – esistono ormai da anni in Italia, come nel resto del mondo [2].

In Sicilia, però, queste non hanno solo il sapore della rivendicazione di un diritto fondamentale (presente nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo come estensione del diritto alla vita), ma anche quello dell'antimafia. Soprattutto dopo che le ultime settimane hanno visto alternarsi eventi a dir poco singolari: dalla dichiarazione del governatore della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, rilasciata alla fine di gennaio davanti alla commissione nazionale antimafia, sulla presenza mafiosa nella gestione dell'acqua e dei rifiuti in Sicilia alla clamorosa indagine in corso presso la procura di Catania sullo stesso Lombardo, venuta alla ribalta alla fine di marzo.

La gestione mafiosa delle risorse idriche è probabilmente uno dei più antichi esperimenti di privatizzazione. E la mafia è forse la prima organizzazione a essersi resa conto del potenziale economico dell'affare. Risultati: nessuna facilità di accesso per la popolazione e acquisizione del pieno controllo del territorio da parte dei gestori.

La gestione privata dell'acqua ha fatto della Sicilia la terra arida e assetata che è oggi, lontana anni luce dalla terra rigogliosa di cui le cronache di un passato neanche troppo lontano raccontano. La mafia ha sempre cavalcato e fatto proprie, assumendone spesso il monopolio, attività economiche che avessero due caratteristiche ben precise: essere le più redditizie sul mercato e consentire il maggiore controllo territoriale [3].

La privatizzazione dell'acqua in Sicilia, dunque, non è cominciata negli ultimi anni, ma nasce insieme alla mafia. Nella provincia di Palermo esiste un legame particolare con la coltivazione degli agrumi: nell'XIX secolo, l'irrigazione intorno a Palermo è talmente abbondante ed efficiente che gli agrumeti danno vita alla Conca d'Oro. Dopo la nascita dello Stato unitario, i proventi delle esportazioni di agrumi sul mercato nazionale e internazionale suscitano gli appetiti delle famiglie mafiose. Si sviluppa un sistema di controllo delle risorse idriche legato ai “fontanieri”, guardiani dei pozzi stipendiati dagli utenti e legati alla mafia. Non sorprende, quindi, che il primo delitto di mafia di cui si ha notizia sia legato proprio all'acqua: nel 1874 Felice Marchese, un “fontaniere”, viene ucciso nell'ambito di un conflitto tra gruppi rivali sulla competenza di alcune sorgenti [4].

Ciò che sta cambiando in questi anni è l'istituzionalizzazione del controllo mafioso sulle risorse idriche, appoggiata dalle già citate disposizioni parlamentari. Gli appoggi vengono cercati in aziende nazionali: la mafia si inserisce nell'attività di impresa e si lega in modo sempre più stretto alla politica. Il risultato concorda appieno, inoltre, con la tendenza sempre più frequente della mafia a non avviare attività economiche parallele, a non chiedere tangenti, ma a partecipare agli utili gestionali. Una piccola grande rivoluzione nell'economia mafiosa. In questo senso, la mafia opera al fianco delle più grandi multinazionali, talvolta in concorrenza e talvolta in collaborazione con loro [5].

Nel 1994, la legge Galli [6] stabilì che ogni regione istituisse degli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) per l'organizzazione del servizio idrico integrato. La Sicilia ha recepito la normativa nazionale con quasi un decennio di ritardo. Gli ATO creati in Sicilia, inoltre, non seguono il criterio previsto, ovvero, in primo luogo, il rispetto dell'unità di bacino idrografico, ma criteri politici: un ATO per provincia. Si assiste, poi, a procedure anomale di assegnazione: società nate ad hoc, gare d'appalto con un unico concorrente (in genere un raggruppamento di imprese pubbliche e private). Gli ATO vengono assegnati a società di varia natura, molte delle quali con partecipazioni di multinazionali (Veolia, Aqualia, ecc.), per un giro d'affari di oltre cinque miliardi e mezzo di euro nei prossimi trent'anni, di cui più di un miliardo sono investimenti a fondo perduto dell'Unione Europea. Si tratta, infine, di operazioni a bassissimo rischio per le imprese, perché il capitale investito è perlopiù pubblico.

Ma la diga Disperi – nel comune di Gela, provincia di Caltanissetta –, con una capienza potenziale di 23 milioni di litri d'acqua, deve fermarsi a due e mezzo perché attende da trent'anni di essere collaudata, e così la maggior parte delle dighe in Sicilia. Il caso limite è probabilmente l'ATO di Palermo: l'ex azienda municipalizzata AMAP ha ottenuto un regime di salvaguardia in base al quale potrà operare parallelamente all'ATO fino al 2021. La mafia non ha interesse a risolvere l'emergenza idrica, perché verrebbe meno una delle sue principali fonti di controllo sul territorio. E i comuni sono costretti a comprare l'acqua da pozzi privati. Il business e la politica si intrecciano, dunque, con il malaffare, in un groviglio che è quasi impossibile sciogliere.

Bibliografia


Note

1. Maggiori informazioni sui quesiti referendari si possono trovare sul sito del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua – Campagna referendaria.]]. Gli scopi sono aprire la strada alla ripubblicizzazione e dichiarare l'acqua bene non mercificabile, in particolare in seguito all'approvazione del Decreto Ronchi nel novembre 2009[[D.L. n. 135 del 2009 che riforma i servizi pubblici locali, obbligando le amministrazioni ad affidarli a gestori privati.

2. Si veda ad esempio Water Justice.

3. Cfr. U. Santino, La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubettino, Soveria Mannelli, 1995.

4. Cfr. R. Petrella, Acqua, bene comune dell'umanità, in "Alternative/i", n. 2, giugno 2001, p. 38.

5. Negli ultimi anni il mirino delle multinazionali in Sicilia si è allargato anche all'affare delle acque minerali. Un esempio tra tutti: nei supermercati siciliani si trova l'acqua “S. Rosalia” (santa patrona di Palermo, che, dunque, lega in modo molto stretto il prodotto al territorio) a marchio Nestlè.

6. Legge Galli, 5 gennaio 1994, n. 36. “Disposizioni in materia di risorse idriche”.

Sullo stesso argomento