Marianna Pino

Fuoco sui pacifisti [02/06/2010]

Molti sono ancora i punti oscuri su quello che è avvenuto all’alba del 31 maggio, ma la sconcertante gravità dell’attacco delle forze militari israeliane, che hanno aperto il fuoco su una delle sei navi della Freedom Flotilla, cariche di pacifisti, dirette a Gaza è sotto gli occhi di tutti. Alcune fonti parlano di dieci vittime, altre di diciannove, e di sicuro sono numerosi anche i feriti, circa una trentina.

A bordo della Freedom Flotilla viaggiavano circa settecento attivisti e volontari di svariate nazionalità, membri di diverse Ong, tra cui la Coalizione del Free Gaza Movement (FG), la European Campaign to End the Siege of Gaza (ECESG), Insani Yardim Vakfi (IHH), The Perdana Global Peace Organisation, Ship to Gaza Greece, Ship to Gaza Sweden, l’International Committee to Lift the Siege on Gaza. L’obiettivo dichiarato delle organizzazioni era di forzare il blocco israeliano di Gaza, per portare aiuti umanitari (10 mila tonnellate tra alimenti, medicine e altri generi di prima necessità) alla popolazione di Gaza e sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale in merito alla violazione dei diritti umani e alle sofferenze cui una popolazione di quasi un milione e mezzo di persone è sottoposta da anni [1].

Netanyahu, dal Canada – dove si trova in visita ufficiale –, plaude l’operato dell’esercito e gli altri capi del governo israeliano difendono il diritto alla salvaguardia della sicurezza del proprio Stato, accusando i pacifisti di trasportare armi sulle navi e di aver reagito in modo violento all’arrivo dei militari. Le Ong rispondono che l’attacco è avvenuto a circa 70 miglia marine dalla costa in piene acque internazionali, una palese violazione delle convenzioni internazionali. Inoltre, prima di salpare da Cipro e dagli altri porti, le imbarcazioni hanno dovuto sottoporsi ai rigorosi controlli delle autorità, e non trasportavano affatto armi.

Su una sola delle navi della Flotilla è stato aperto il fuoco, la “Mavi Marmara”, battente bandiera turca. Il fatto non ha tardato a provocare le dure reazioni diplomatiche del paese: il presidente Erdogan non esita a parlare di un “atto di terrorismo di Stato” e l’ambasciatore turco a Gerusalemme è stato immediatamente richiamato. Un duro colpo, questo, alle relazioni tra i due paesi, tradizionalmente alleati, ma che, negli ultimi anni, hanno visto un rapido peggioramento. È almeno dalla guerra in Libano del 2006 e dall’operazione “Piombo fuso” a Gaza di dicembre 2008 che la Turchia ha, infatti, preso le distanze, condannando duramente la politica israeliana nei confronti dei palestinesi ed operandosi attivamente per il cessate il fuoco. Il recente accordo siglato da Turchia, Brasile e Iran per lo scambio di uranio impoverito sembra testimoniare un cambiamento strategico da parte del governo turco, che ha già visto, ad esempio, il riavvicinamento di quest’ultimo alla Siria e il superamento della tensione che storicamente caratterizzava le relazioni tra i due paesi.

A livello internazionale, per il momento sono piovute critiche e condanne da più parti. Dura la reazione nel mondo arabo, a partire da Abu Mazen che, dopo aver duramente condannato il “massacro” israeliano, ha indetto tre giorni di lutto, nei Territori palestinesi. Da Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, a Obama, presidente degli Stati Uniti, in molti si definiscono “scioccati”, “sgomenti”, “rammaricati”. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, riunitosi di emergenza nella serata del 31, ha espresso il proprio rammarico per la perdita di vite umane in seguito alle operazioni militari di Israele nei confronti del convoglio marittimo diretto a Gaza per scopi umanitari, e ha condannato questi atti, che hanno portato all’uccisione di almeno dieci civili e al ferimento di molti altri [2]. Ha chiesto inoltre un’inchiesta “credibile e trasparente” sull’accaduto. Il Consiglio ha anche sottolineato che la situazione a Gaza non è sostenibile, ribadendo l’importanza dell’attuazione delle risoluzioni in precedenza formulate (1850 e 1860), e riaffermato la necessità di un flusso sostenuto e regolare di beni e di persone da e per Gaza, così come di un libero approvvigionamento di aiuti umanitari alla enclave.

Ma quali saranno le conseguenze pratiche della condanna del comportamento di Israele? Finora le risoluzioni degli organismi internazionali e gli appelli al rispetto dei diritti umani non hanno sortito grandi effetti. Israele continua ad appellarsi al diritto di difendere la propria sicurezza nazionale. E d’altronde la Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha approvato all’unanimità, a inizio maggio, l’ingresso di Israele. Ma, come ricorda Luisa Morgantini, ex vice presidente del Parlamento Europeo, “tra i principi fondativi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico vi è il rispetto dei diritti umani e della legalità internazionale – considerati pre-requisiti essenziali per poterne fare parte –, e tra i suoi principali obiettivi vi è quello di promuovere e sostenere lo sviluppo e la cooperazione economiche globali”. Critica, quindi, l’ingresso di Israele nell’organizzazione, “che, ancora una volta, viene così ricompensato, invece di pagare il prezzo per le continue violazioni dei diritti umani e della legalità internazionale compiute ai danni della popolazione palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza”, si legge sul suo sito web [3].

In questo momento altre due navi della Flotilla, rimaste indietro per guasti tecnici, sono in avvicinamento. Sulla “Rachel Corrie”, così battezzata in onore dell’attivista pacifista morta a Rafah nel 2003 opponendosi a un bulldozer intenzionato a distruggere case palestinesi, viaggiano il Nobel per la pace Mairead Macguire e Hedy Epstein, sopravvissuta all’Olocausto. Pare che le due imbarcazioni, nonostante quello che è avvenuto, siano intenzionate a provare a loro volta a forzare il blocco di Gaza, per portare finalmente gli aiuti alla popolazione. Israele, da parte sua, si dice pronto a respingere anche queste imbarcazioni.


Note

1. Si veda il sito del Free Gaza Movement.

2. Security Council, SC/9940.

3. Si veda il sito web di Luisa Morganitini.

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