Speciale Sudafrica 2010

Il momento è arrivato. Fra due giorni, con il calcio d’inizio nello stadio di Soccer City a Soweto, si aprirà ufficialmente il Mondiale di calcio sudafricano. Come per ogni mega-evento sportivo, il circo mediatico e televisivo ci catapulterà negli stadi del Sudafrica, per assistere a partite, approfondimenti, discussioni tecniche e programmi sportivi. Ci mostreranno anche le infrastrutture nuove di zecca, gli stadi avveniristici che non hanno nulla da invidiare ai più moderni impianti al mondo. Ci parleranno del Sudafrica, con la sua bellezza, la sua natura spettacolare, la sua storia di oppressione e conquista della libertà.

Tuttavia, siamo convinti che non vedremo tutto quello che c’è da vedere. L’immagine che ci verrà restituita durante il prossimo mese sarà quella di un Sudafrica che “ce l’ha fatta”, della “nazione arcobaleno” che si è ormai lasciata alle spalle gli spettri dell’apartheid e della segregazione razziale. Sentiremo parlare di un Paese di successo, in grado di costruire stadi all’avanguardia e di garantire la sicurezza di giocatori, tifosi e turisti. A quanto pare, questo Mondiale è un evento la cui rilevanza va al di là di quella sportiva. Il governo sudafricano ha puntato moltissimo su questa Coppa del Mondo per riuscire a mostrarsi come un Paese africano diverso dagli altri, lontano dai drammi che affliggono le altre nazioni del continente.

Il Sudafrica è certamente un Paese molto particolare nel panorama africano, a partire dalla storia di razzismo e segregazione che ha guidato la politica della nazione fino agli anni ’90. Nonostante la retorica odierna si concentri sulla pacificazione post-1994, non si deve dimenticare che la lotta di liberazione del Sudafrica è stata caratterizzata dalle azioni di guerriglia dell’African National Congress (ANC) e della sua ala militare (Umkhonto we Sizwe), dagli scioperi e dalle manifestazioni represse brutalmente dalla polizia, dall’enorme pressione regionale ed internazionale. Il National Party è stato costretto a sedersi al tavolo delle trattative perché l’apartheid era divenuto ormai insostenibile e le township ingovernabili.

Il passaggio dal regime di minoranza bianco alla democrazia rappresentativa è stato di certo un risultato politico fondamentale per il Sudafrica ed è stato gestito dal primo governo eletto di Nelson Mandela con un chiaro intento pacificatore. Tuttavia, i negoziati fra l’ANC e il National Party hanno plasmato la forma futura dello Stato sudafricano senza intaccare alla radice le basi economiche della ricchezza nazionale, e senza mettere in discussione il dominio dei bianchi nell’economia. Non solo le ricchezze minerarie sono rimaste saldamente in mano all’elite bianca, ma anche la proprietà della terra non è stata messa seriamente in discussione. Alcune scelte radicali che avrebbero mutato gli equilibri economico-sociali e portato ad una maggiore uguaglianza, come la riforma agraria, sono state posticipate in modo indefinito.

Nel Sudafrica di oggi la “better life for all” che l’ANC aveva promesso alla fine dell’apartheid non si è ancora realizzata. Secondo i dati OCSE, la disuguaglianza economica nel paese è aumentata dal 1993 ad oggi e secondo studi dell’Università di Cape Town il Sudafrica è la nazione con le più grandi disuguaglianze al mondo. Il nuovo governo di Jacob Zuma si sta muovendo senza troppa convinzione per contrastare la pandemia di AIDS, in un paese in cui ci sono più di 5 milioni e mezzo di persone che vivono con HIV su una popolazione totale di circa 50 milioni.

Con una crescita negativa del 1,8% nel 2009, la situazione economia del paese è tutt’altro che rosea. Più di un quarto della popolazione è disoccupata e per molti l’unica speranza di un lavoro occasionale rimane la migrazione dalle aree rurali verso le città. Come conseguenza, la povertà nelle zone urbane è aumentata dalla fine dell’apartheid e la cronica crisi abitativa sta raggiungendo livelli impressionanti (c’è una carenza di 2,1 milioni di alloggi). Secondo le stime di UN-HABITAT (2005) quasi un terzo della popolazione urbana vive in un alloggio “informale”, cioè in una baracca, in un edificio occupato e fatiscente, oppure per strada.

Naturalmente la Coppa del Mondo di calcio non porterà alcun cambiamento nelle condizioni di vita dei sudafricani più poveri. Anzi, per molti la preparazione del Mondiale ha significato sgomberi dalle proprie case, divieto di movimento e impossibilità di portare avanti le proprie attività di sussistenza. In molti movimenti sociali di base la frustrazione è forte, e ci si chiede perché il governo abbia potuto spendere 33 miliardi di rand (circa 3,5 miliardi di euro) per costruire e rinnovare gli stadi, di fronte alle condizioni in cui versa una grossa fetta di cittadini sudafricani. Le manifestazioni di protesta e malcontento che gruppi e organizzazioni vorrebbero organizzare, tuttavia, non saranno permesse dal governo: durante il Mondiale, non si deve mostrare un Sudafrica insoddisfatto.

Oltre agli stadi, il governo sudafricano ha investito anche in polizia, sicurezza, autostrade, aeroporti, linee ferroviarie di lusso. Il Paese ha bisogno di “far cambiare la percezione del Sudafrica nel mondo”, come ha detto Helen Zille, premier del Capo Occidentale e leader dell’opposizione. Questa esigenza ha spinto le autorità a tentare di nascondere le contraddizioni che affliggono il paese. La triste abitudine di “ripulire” le città in vista dei mega-eventi non ha trovato nella “nazione arcobaleno” una eccezione. Le politiche “anti-poveri” che il governo sudafricano sta attuando da molto tempo hanno subito una intensificazione e trovato una giustificazione nella retorica della Coppa del Mondo.

Le aree centrali delle città, in particolare zone turistiche e vicine agli stadi, saranno “zona rossa” per i venditori di strada (un’attività che in Sudafrica dà lavoro a quasi un milione di persone); a Cape Town il famigerato campo di transito di Blikkiesdorp, una città di lamiera simile ad un campo di prigionia, è diventato la discarica dove la municipalità ha trasferito tutti i soggetti sgraditi, come senza tetto, bambini di strada, abitanti di baraccopoli sgomberate; nelle città in cui si giocheranno le partire, le zone vicino agli impianti sportivi hanno visto salire il valore degli immobili e i proprietari hanno da tempo iniziato a sfrattare gli inquilini (abusivi o regolari) che vivevano negli edifici.

Il Mondiale sudafricano è e sarà soprattutto questo. Non è chiaro come questa Coppa del Mondo potrà portare orgoglio e unità ad una nazione divisa, come sostiene l’arcivescovo Desmond Tutu. Questo dossier cercherà di mostrare quel Sudafrica che esiste e resiste al di là della retorica e della pubblicità, con le sue contraddizioni e i suoi aspetti meno conosciuti.

Il dossier pubblicherà articoli di studiosi, giornalisti e attivisti sudafricani, italiani e internazionali. Le immagini di Alessandro Sala, fotografo freelance in questo momento in Sudafrica, accompagneranno questo mese cercando di mostrare quello che le televisioni non faranno vedere. Le mappe preparate dall’equipe di Cartografare il Presente inquadreranno la storia e le contraddizioni della “nazione arcobaleno”, con alcuni zoom sulle principali città sudafricane.