Azzopardi Julian

Calcio e sviluppo nelle comunità povere del Sudafrica [11/06/2010]

Traduzione di Francesco Gastaldon

Per molti ragazzi delle township povere del Sudafrica “il calcio è il pane quotidiano”, afferma Ma Mary [1]. E’ qui che i sogni di celebrità e ricchezza si scontrano con la dura realtà di un paese in cui il tasso di disoccupazione supera il 25% e che presenta una società tra le più ineguali al mondo in termini di reddito familiare, secondo i dati 2009 dell’Indice di Sviluppo Umano (HDI) del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP).

Con il Mondiale di calcio 2010 che si disputa in Sudafrica dall’11 giugno all’11 luglio, si è discusso molto dell’eredità di un torneo che, secondo le stime, è già costato complessivamente al governo sudafricano fra i 50 e i 65 miliardi di rand (fra 6,5 e 8 miliardi di dollari). La FIFA ha anche dichiarato che la prima Coppa del Mondo africana ha già fruttato più di 3 miliardi di dollari solo in contratti con gli sponsor e diritti televisivi, superando del 25% gli incassi del Mondiale 2006 in Germania. Con circa 3 milioni di persone che guarderanno le partite negli stadi o nei parchi attrezzati, il Mondiale 2010 è già stato ribattezzato il più grande evento sportivo del mondo. Il suo successo, il suo impatto sulle vite di quelli che parteciperanno e di quelli che assisteranno, andrà ben oltre gli stadi e giungerà fin dentro i sogni di una intera nazione. L’evento rappresenta l’apice del processo di transizione del Sud Africa, dalla segregazione e dall’apartheid verso l’accettazione e il riconoscimento internazionali. Ma ci si chiede anche se il torneo manterrà davvero le promesse di miglioramento delle condizioni sociali ed economiche per la maggioranza dei 47 milioni di Sudafricani. Una speranza che Ma Mary considera “solo una favola”.

Dalla sua baracca, fatta di assi di legno piegato e con il pavimento di linoleum irregolare, nella township di Lamontville a Durban, è difficile vedere i benefici dell’organizzazione del Mondiale, dato che “la maggior parte dell’attenzione si è focalizzata su altri quartieri”. Suo figlio Steven spiega che stanno aspettando da sette anni l’alloggio RDP (gli alloggi a basso costo sovvenzionati dal governo) che era stato promesso loro, ma, nonostante ciò, è felicissimo che leggende del calcio come Didier Drogba, Samuel Eto’o e Cristiano Ronaldo giochino vicino a casa sua. Una sensazione che condivide anche il suo amico Paul. Il giovane ammette che la vita nella township è dura, ma afferma – forse in modo un po’ romantico – che gli ha permesso di apprezzare il fatto che la Coppa del Mondo di calcio si giocherà comunque nel suo paese. Questo “mi incoraggia anche ad allenarmi con più impegno per diventare un calciatore professionista, così, forse, un giorno potrò giocare anch'io nella Coppa del Mondo”. Una speranza che sembra essere condivisa da centinaia di migliaia di giovani nelle township.

Per Ma Mary, tuttavia, nessuna gioia sportiva potrà cancellare il fatto che, ad oggi, “non c’è alcun impatto tangibile” che si possa vedere nella sua comunità. Si appella alle autorità perché non dimentichino le radici della società. “Si ricordino dei giovani delle baraccopoli, perché loro sono il futuro della nazionale di calcio e del paese”. E con la maggioranza dei giocatori della nazionale provenienti dalle associazioni sportive locali delle township, ai confini delle zone segregate dell’apartheid, la sua frase è vicina alla verità come un rigore al novantesimo minuto è vicino alla vittoria.

La convinzione che l’intervento della FIFA o del governo nelle township sia solo “una favola” è espressa da molti genitori e figli nei luoghi in cui i preparativi per il torneo non hanno portato alcuno sviluppo. Un uomo disoccupato, padre di una ragazza di 17 anni che partecipa ad un progetto Football for development organizzato da una ONG locale, sostiene che “sono stati realizzati alcuni interventi infrastrutturali per la Coppa del Mondo, ma più sotto forma di pubbliche relazioni. Per mostrare che ce la potevamo fare, piuttosto che per realizzare un obiettivo o per rispondere a un bisogno [e nessuna di queste motivazioni ha trovato applicazione nella sua comunità]. Il problema è ciò che succederà dopo il Mondiale, specialmente per quanto riguarda i posti di lavoro. Non sappiamo nulla di eventuali progetti che rimarranno in piedi”.

Nonostante tutto questo, il morale è ancora alto dovunque nel paese. Quando esploderà il suono delle vuvuzela (le trombette sudafricane), tra i cori d’incitamento e i canti a sostegno dei Bafana Bafana (la squadra sudafricana), otto bambini di Lamontville, Endendale e altre township avranno la possibilità di giocare una loro versione della Coppa del Mondo al FIFA Football for Hope Festival di Soweto, la più grande township sudafricana, vicino a Johannesburg. Tuttavia, resta ancora da vedere se i Sudafricani più poveri beneficeranno di qualche cambiamento dopo il fischio finale, a Johannesburg, dell’11 luglio. Il Presidente Jacob Zuma ha chiesto pazienza, perché gli effetti del Mondiale non si vedranno necessariamente alla fine del torneo, e forse neppure entro la fine dell’anno. Il Presidente della FIFA Sepp Blatter è certo che il Mondiale porterà speranza. Ma, con un centinaio di scioperi e proteste in tutto il paese, dall’inizio del 2010, su questioni salariali, contratti di lavoro e la scarsa fornitura di servizi pubblici e infrastrutturali, la pazienza dei Sudafricani sembra sul punto di esaurirsi. Che la speranza sia l’ultima a morire è una convinzione che molti vorrebbero vedere trasformata in qualcosa di più di una semplice favola.


Note

1. Interviste condotte nell’aprile 2010. I nomi sono stati modificati per proteggere l’identità degli intervistati.

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