Pravettoni Riccardo

Diverse tonalità di verde. Gli agrocarburanti in Mato Grosso [27/06/2010]

Tra le fonti di energia considerate rinnovabili, in molti – tra Stati e industrie del settore – puntano sugli agrocarburanti. I cosiddetti combustibili verdi potrebbero, però, rivelarsi meno rinnovabili di quel che si pensa.

 

Tra le fonti di energia considerate rinnovabili, in molti – tra Stati e industrie del settore – puntano sugli agrocarburanti. I cosiddetti combustibili verdi potrebbero, però, rivelarsi meno rinnovabili di quel che si pensa. In un caso di studio localizzato in Mato Grosso si cerca di evidenziare i punti che rendono opaco il verde attribuito agli agrocarburanti, mettendo in luce quella che potrebbe essere una forma di daltonismo ambientale.

Ai margini di uno dei più importanti e fragili ecosistemi mondiali, il grande business degli agrocarburanti vede fiorire nuove opportunità di crescita. Il cuore ecologico in questione, la foresta amazzonica, sta continuando, suo malgrado, ad alimentare la produzione di combustibili derivanti da biomasse, intendendo, con questa espressione, la trasformazione di piantagioni di vario tipo in combustibili solidi, liquidi o gassosi destinati a sostituire i tradizionali combustibili fossili.

Generalmente gli agrocarburanti vengono intesi come combustibili liquidi utilizzati nel settore dei trasporti. Gli agrocarburanti devono la loro fortuna e la crescente domanda internazionale al fatto che si sostituiscono ai derivati del petrolio nell’alimentazione dei veicoli a motore, consentendo, in teoria, una minore emissione di gas serra rispetto ai combustibili tradizionali. E favorendo, almeno sulla carta, il rispetto dei limiti imposti dalla legislazione in materia di emissioni. Ma il minor tenore di gas serra emesso dagli agrocarburanti è confermato se si considera la sola combustione: in altre parole, dai tubi di scarico le quantità di anidride carbonica misurabili sono inferiori rispetto a benzina e gasolio. Altri interconnessi fattori, però, indicano che, se si considera l’insieme dei processi che ne costituiscono il ciclo di vita, gli agrocarburanti hanno effetti più profondi sia sulle emissioni nell’atmosfera sia sugli ecosistemi in cui vengono coltivate le materie prime necessarie alla loro produzione [1]. Tra queste, le più diffuse, per estensione e utilizzo, sono la soia e la canna da zucchero.

Il Brasile è il secondo produttore mondiale di agrocarburanti, dopo gli Stati Uniti, con un volume annuo pari a circa 30 milioni di litri: di questi, il 90% è costituito da etanolo ricavato dalla distillazione della canna da zucchero e il restante 10% si ottiene dalla trasformazione di piante oleose in biodiesel, tra cui la soia è la coltura più utilizzata. La produzione e il consumo di etanolo da canna da zucchero sono ampiamente radicati net tessuto economico brasiliano, mentre la conversione della soia è un fenomeno relativamente nuovo, nato con il Programma Nazionale per il Biodiesel lanciato dal governo brasiliano nel 2005. Il Mato Grosso vanta la più alta produzione di soia tra gli Stati brasiliani, con un volume pari a 17 milioni di tonnellate e un valore commerciale di circa 5 miliardi di dollari [2]).

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Lo sviluppo di politiche ambientali che incentivano la produzione dei cosiddetti carburanti verdi ha sancito una enorme possibilità di profitto per i produttori di soia brasiliani, che hanno iniziato a destinare quote di produzione sempre più ampie alla trasformazione della soia in biodiesel. Le fluttuazioni del mercato e dei prezzi della carne e del petrolio hanno reso, quindi, più o meno vantaggioso, a seconda dei casi e delle congiunture, produrre e commercializzare biodiesel, la cui offerta è più che quintuplicata dal 2006 al 2009. Il legame tra coltivazione di soia, fluttuazione dei mercati, politiche nazionali ed internazionali per la riduzione dei gas serra è tanto stretto quanto drammatico, perché si basa – o meglio si scarica – sugli ecosistemi e sui suoli utilizzati per la produzione di quello che, per i fazenderos brasiliani, è un vero e proprio oro giallo.

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Nel Mato Grosso settentrionale, i tassi di deforestazione hanno registrato incrementi vertiginosi fino al 2005. Creare spazio per bestiame e piantagioni di soia è stato uno degli imperativi degli investitori e dei latifondisti dell’area, che hanno potuto contare sull’appoggio sia dal governo federale sia di quello statale e sui capitali stranieri, prevalentemente delle multinazionali del settore agroalimentare statunitense (tra cui Cargil AMD e Monsanto). Uno degli aspetti più interessanti di questo complesso fenomeno risiede, quindi, nel fatto che la componente “verde” di questa fonte di energia non è affatto legata ai vantaggi ambientali che dovrebbero derivare dal suo impiego, quanto, piuttosto, al colore delle banconote che la sua commercializzazione genera in abbondanza, a detrimento di un ulteriore “verde”, quello dei biomi che vengono distrutti o irrimediabilmente compromessi.

Si è ricordato in precedenza della radicazione della soia nei suoli e nei silos dell’economia agricola del Mato Grosso: un fattore fondamentale per capire come questo tipo di energia sia trainato, più che dalle necessità ambientali di una nazione o della comunità internazionale, dai produttori e dai distributori di soia in questo caso o di altre colture in realtà differenti [3].

Seguendo quest’ottica, non è un caso che dal 2003 il governatore dello Stato del Mato Grosso, Blairo Maggi, sia contemporaneamente il proprietario della Amaggi, azienda brasiliana leader nel settore della produzione e della commercializzazione della soia, che fa di lui il più grande produttore individuale di soia al mondo. Naturalmente il mercato del bestiame resta dominante anche dopo l’introduzione di una nuova destinazione per milioni di tonnellate di soia. Anzi, la compenetrazione tra agricoltura, allevamento ed energia si fa sempre più stretta e necessaria. Se, per la coltivazione della soia, l’obiettivo è la vendita su un mercato il più possibile differenziato – per approfittare dei vantaggi dovuti all’oscillazione dei prezzi e alle politiche ambientali, per accedere ai diversi incentivi offerti dai sistemi agropastorale ed energetico –, si riescono a spiegare contraddizioni e conflitti di interessi legati al governatore Maggi e alla bancada ruralista della quale è esponente e rappresentante.

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Le sconfinate fazendas del Mato Grosso offrono, quindi, profitti altrettanto ampi a chi decide di investire nella produzione di agrocarburanti derivati dalla soia: il settore presenta, infatti, margini di sviluppo molto elevati proprio tra questi campi. Sebbene la generazione di biodiesel non abbia, in questa regione, un’estensione paragonabile a quella di altre realtà – con Unione Europea, Stati Uniti e Argentina ai vertici delle statistiche e il Brasile “solo” al quarto posto –, gli investimenti si stanno moltiplicando e anche l’interesse dei fazenderos più tradizionalisti si sta spostando, per approfittare delle opportunità che offre la nuova domanda mondiale di “energia verde liquida”. È allora interessante vedere da vicino come le future strategie energetiche trovino applicazione nel territorio e si concretizzino materialmente attraverso l’analisi di un caso di studio che, condotto nella parte orientale del Mato Grosso, coinvolge, in misura diversa, i principali attori del progetto di sviluppo degli agrocarburanti: soia, bestiame, proprietari terrieri e degradazione degli ecosistemi. Si tratta di un progetto in fieri che rappresenta il cambiamento in atto e che potrebbe essere precursore di una serie di interventi analoghi nella regione.

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La BR-158 si stende dritta nel caldo torrido della stagione secca, e da Barra do Garcas taglia, per cinquanta chilometri, i campi spogli dopo la stagione del raccolto. Al cinquantunesimo chilometro la torre di un impianto industriale segnala l’arrivo imminente alla fazenda Sao Carlos, 10.000 ettari di estensione, posseduta e gestita dall’imprenditore italiano Mario Buri. Più dei pavoni e della vegetazione lussureggiante che circonda la casa padronale colpisce l’accecante riflesso degli impianti, non ancora in funzione, della centrale di produzione di biodiesel, in fase di collaudo. La fazenda Sao Carlos inizia la sua attività commerciale con l’allevamento di capi bovini importati dal Piemonte e incrociati con zebù indiani per ottenere una razza più resistente alle condizioni climatiche brasiliane e più redditizia per i mercati nazionali ed esteri. La centrale di biodiesel si innesta proprio in questo contesto: l’idea è quella di utilizzare la soia, il cotone e, in misura minore, la jatropa per alimentare sia la produzione dell’agrocombustibile sia il pascolo, i circa diecimila capi di bestiame, con i residui vegetali ottenuti dal primo procedimento. I numeri sono notevoli per una centrale di piccole dimensioni: 200.000 tonnellate all’anno di biodiesel, per la cui generazione si utilizzerà un’area coltivata a soia pari a circa 300.000 ettari, ai quali si aggiungono 50.000 tonnellate all’anno di semi di girasole e 200.000 tonnellate di sego bovino, oltre a un non meglio specificato utilizzo di jatropa. Un progetto ambizioso voluto fortemente dallo stesso Buri e dalle autorità locali, in un partenariato italo-brasiliano volto a finanziare l’operazione per dare il via al primo impianto del genere in un’area dominata dal pascolo e dalle coltivazioni di soia e cotone.

Oltre a questo impianto, un ben più ambizioso – e problematico – progetto è al vaglio dell’imprenditore italiano. Con investimenti pari a un miliardo e trecento milioni di euro, “attualmente l’investimento maggiore nello Stato del Mato Grosso” ricorda Buri, è stata approvata recentemente dal Governatore Maggi la costruzione di una serie di distillerie per la produzione di etanolo. Attraverso un consorzio internazionale – il consorzio Bioenergia – e una rete di produttori locali si prevede l’installazione di tre centrali in serie per la generazione di etanolo da canna da zucchero, con una capacità a pieno regime di 1.200.000 metri cubi all’anno. Le centrali attingeranno da un bacino produttivo locale, con una estensione pari a 137.000 ettari e una produzione di canna da zucchero che, dagli iniziali 4 milioni di tonnellate, arriverà, entro il 2018, a 6 milioni per ognuna delle centrali. La provenienza della canna da zucchero dovrà essere certificata entro un raggio di 30 chilometri dalle distillerie, una delle quali situata proprio nella stessa fazenda di Buri – allo stesso tempo promotore del progetto, investitore e produttore del consorzio. Storicamente il Mato Grosso non è un produttore di canna da zucchero, l’esigua (rispetto alla soia) quantità di canna che annualmente si ottiene proviene dal centro dello Stato e non rientra, quindi, nelle distanze previste dalle linee guida del governo. Si rende, di conseguenza, necessario l’impianto di canna da zucchero nelle terre che circondano le future distillerie, creando le condizioni per la creazione di un nuovo regime monocolturale che affianca quello, consolidato, della soia. Sebbene lo stesso promotore del progetto ci tenga ad assicurare che “non ci sono, in quest’area, le condizioni per lo sviluppo della monocoltura su vasta scala come nel sud del paese”, l’apertura di un nuovo polo per la produzione di etanolo e le infrastrutture logistiche che si verranno a creare lasciano supporre l’opposto.

L’essenza prettamente agricola del luogo e la lontananza da qualsiasi centro industriale rilevante pone il problema del trasporto degli input necessari alla produzione e della successiva distribuzione del prodotto finito. La BR-158 che conduce alla fazenda è una strada a due corsie, che, nella stagione del raccolto, si sobbarca il transito degli autoarticolati, uno ogni dieci minuti, inadeguata per sostenere un ulteriore carico. Il problema delle infrastrutture è molto sentito in Mato Grosso, uno dei nodi attorno al quale governo e ambientalisti si battono da tempo. La costruzione di nuovi assi di comunicazione stradali, ferroviari e canali di navigazione per facilitare il transito di materie prime e la commercializzazione dei prodotti finiti è, infatti, il centro di un dibattito che contrappone da un lato le istituzioni che intendono aprire, migliorando la logistica, nuovi assi per lo sviluppo economico e lo sfruttamento delle risorse, dall’altro le associazioni per la difesa degli ecosistemi locali, già degradati e sottoposti a una pressione eccessiva. E non è solo la realizzazione materiale delle infrastrutture a contribuire alla distruzione degli equilibri ecosistemici: la maggiore accessibilità garantita dai nuovi assi genera un effetto attrattivo che incrementa la pressione sugli stessi ecosistemi, contribuendo contemporaneamente a un aumento demografico e a un incremento nello sfruttamento delle risorse. Il che, tradotto, significherebbe un incremento della deforestazione e un ulteriore impoverimento dei suoli. È chiaro come, al di là delle implicazioni di carattere scientifico dell’efficacia degli agrocarburanti come soluzione o rimedio al riscaldamento globale, le esternalità generate dallo sviluppo di una struttura industriale come questa, che ricordiamo essere solo un esempio concreto nell’ampio panorama brasiliano, possano risultare sconvenienti nel bilancio ambientale complessivo.

La supposta rinnovabilità degli agrocarburanti qui considerati – di una fonte energetica, cioè, che comporta, per esistere ed essere commercialmente sfruttabile, una serie di pesanti ripercussioni sull’ambiente in cui viene prodotta – non è un concetto facile da accettare. E le ombre che proiettano sull’ambiente mettono in discussione tanto il “verde” con cui si accompagnano quanto quello degli ecosistemi di cui si servono.

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Note

1. Si veda a questo proposito Agrocarburanti: soluzione o problema?

2. IBGE, dati relativi alla produzione per il 2008.]]. Come l’etanolo per gli Stati del sud del Brasile, la soia è la coltura che ha dettato le condizioni economiche del sistema agrario matogrossense, imponendo forsennati ritmi di deforestazione e conversione nell’uso dei suoli e decimando i biomi originari della regione. La radicazione è estremamente forte nella parte centro-settentrionale del paese e questo elemento è una delle chiavi per comprendere la portata del fenomeno. La soia prodotta in Mato Grosso è stata e viene ancora oggi utilizzata, nella maggior parte dei casi, per alimentare lo sterminato numero di capi di bestiame (60 milioni solo nella regione amazzonica[[Greenpeace, Rapporto Amazzonia arrosto. L’impronta ecologica dell’allevamento bovino nello stato del Mato Grosso.

3. Il mais, ad esempio, per l’economia statunitense.]]. La coltivazione di soia nei vasti latifondi delle pianure brasiliane è un procedimento altamente automatizzato e, per essere redditizia per il produttore, l’ingente produzione che ne deriva deve essere indirizzata verso un mercato capace di assorbirla. L’invenzione di un altro sbocco, di un’altra domanda, di un ulteriore mercato oltre a quelli esistenti è, secondo una teoria che qui si vuole sostenere, un modo per allargare il giro d’affari delle aziende che controllano la produzione. Questa relazione non è esclusiva della soia né tanto meno del settore agro-energetico, ma si applica a gran parte del modello produttivo agricolo capitalistico, per il quale risulta vero il paradosso secondo cui l’utile è più importante del fine[[Si pensi, ad esempio, alla conversione di calorie vegetali in animali: per ogni caloria animale prodotta allevando bestiame sono necessarie 10 calorie di cereali o vegetali.

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