Tissington Kate

La lotta è qui e tutti dobbiamo stare a sentire [03/07/2010]

Traduzione di Francesco Gastaldon

Il 2009 ha visto la celebrazione e le frustrazioni di vari movimenti sociali di poveri sudafricani, e dei loro legali, fuori dalla Corte Costituzionale sudafricana. Erano lì quando sono state pronunciate le sentenze su cinque casi relativi ai diritti socio-economici che coinvolgevano i poveri di tutto il Paese – fra cui le sentenze Joe Slovo (Cape Town), Mazibuko (Johannesburg) e Abahlali (Durban).

 

Un dibattito sul ruolo della legge nelle battaglie per la giustizia sociale

Questi casi giuridici hanno scatenato dibattiti e discussioni infuocate sia sulla sostanza dei procedimenti sia sull’efficacia di intraprendere la strada giudiziaria – a rischio di compromettere altre strategie – per comunità e movimenti sociali che mettono radicalmente in discussione l’implementazione delle politiche pubbliche da parte dello Stato. Nella maggior parte dei casi queste politiche hanno come risultato lo spreco di denaro pubblico e la mancata distribuzione di case, acqua, elettricità, servizi igienici a quella parte di popolazione che ne avrebbe più urgentemente bisogno. Ancora più importante, questi fallimenti significano spesso un problema di accesso ai servizi di base, alla sicurezza dei diritti di proprietà di terra e abitazioni, e ai mezzi di sussistenza per le persone povere e marginalizzate che vivono in Sudafrica.

Nonostante siano rilevanti, i dibattiti sull’efficacia dei processi per i diritti socio-economici perdono di vista le sfumature delle ragioni per cui alcuni individui, comunità e movimenti sociali portano avanti sfide giudiziarie; inoltre, non si coglie quello che una vittoria o una sconfitta in tribunale significa nell’ottica di una battaglia più ampia e per coloro che la portano avanti.

Un dibattito simile si era svolto anche durante la lotta contro l’apartheid – se fosse utile e desiderabile utilizzare i tribunali come campo di battaglia, e se altri metodi di lotta non fossero migliori. Senza dubbio, gli obiettivi sono cambiati molto da quell’epoca. Ora viviamo in una società democratica e non razziale (almeno ufficialmente) dove i nemici sono la povertà, l’ineguaglianza, il crimine e la corruzione – tutti fenomeni intercorrelati che fanno parte di un problema più ampio, il tipo di società in cui vorremmo vivere e come realizzarla.

La gente che manifesta riceve attenzione

Oltre a quella della Corte Costituzionale, ci sono altre voci, articolate in spazi diversi. Non tutti i poveri sono così organizzati e colti, non tutti hanno la possibilità e la volontà di accedere al lusso di un patrocinio legale pro bono come i gruppi elencati sopra. L’accesso dei poveri al sistema della giustizia, nonostante esistano leggi e istituzioni che lo supportano, è ancora una delle sfide maggiori. La democrazia può, tuttavia, essere esercitata con diverse modalità – votare alle elezioni, partecipare alle strutture dei partiti, sottoscrivere petizioni per il governo locale, andare in tribunale, utilizzare i mezzi di comunicazione, organizzare proteste in piazza. Sono tutte espressioni legittime di una insoddisfazione e di un dissenso all’interno del sistema di democrazia partecipativa.

Per i milioni di persone che, nel paese, vivono ancora in condizioni di precarietà e senza accesso ai servizi di base, che devono affrontare governi municipali e locali disinteressati o governati della élite, le due opzioni di chiamare il numero verde istituito dal Presidente Zuma o scendere nelle strade a manifestare sono le ultime disponibili quando tutte le altre sono esaurite. In uno studio recentemente condotto della TNS Research Surveys fra i residenti delle aree metropolitane, più della metà degli abitanti (52%) è insoddisfatta dei servizi che le autorità locali forniscono. Nel 2007 la percentuale era del 27%. I residenti di Balfour, Ramaphosa, Diepsloot e Olievenhoutbosch sono fra quelli che sono scesi in piazza più di recente per esprimere il loro malcontento, portando avanti le cosiddette “proteste per la fornitura dei servizi”, che alcuni commentatori politici hanno giustamente descritto come proteste contro l’incapacità delle autorità di ascoltare e di rispondere alle richieste che vengono dal basso, piuttosto che proteste relative alla fornitura dei servizi in sé e per sé.

Le attuali inquietudini sul fatto che i manifestanti danno fuoco a scuole e cliniche, o che lanciano pietre, potrebbero trovare una risposta nel fatto che questa violenza scaturisce da una società profondamente diseguale, dalla distanza dei politici dalla gente comune e dalla mano pesante che la polizia usa nei confronti di chi protesta.

L’incontro tra gente affamata, disillusa e arrabbiata da un alto, una polizia brutale e senza controllo dall’altro è in genere una ricetta per il disastro. Nel nuovo regime politico queste proteste sono diventate violente e hanno visto personaggi del calibro di Zuma, Sexwale, Malema e Chabane paracadutarsi nelle township e negli insediamenti informali per dare un segnale, magari passando la notte sul posto e promettendo azioni contro i politici locali accusati di malgoverno. Questa strategia può avere un effetto a breve termine per i residenti di una comunità e mostrare la presenza di parte dei leader politici nazionali, ma è un modo di intervenire troppo specifico per essere sostenibile e significativo in un contesto in cui è in crisi il ruolo del governo locale in Sudafrica, per quanto riguarda i temi della partecipazione e dell’accountability. Recentemente, sembra esserci una volontà politica condivisa di affrontare la crisi del malgoverno locale e i problemi ad esso connessi con l’intervento diretto. Questi sono di certo gesti apprezzabili da parte dei nostri leader nazionali, ma malgrado ciò resta da vedere quanto questi interventi nazionali siano efficaci.

In ogni caso, ci vorrà tempo e ci saranno di certo altre proteste. Scendere nelle strade per farsi sentire è quello che è successo nei tre casi citati prima – Joe Slove, Mazibuko e Abahlali –, e in tutti e tre i casi la via della protesta è stata scelta quando tutte le altre opzioni erano state esaurite. Anche fare causa al governo è sempre una delle ultime opzioni, perché è un metodo di lotta lungo e costoso che può non avere successo e che può risultare in una nuova giurisprudenza indesiderata.

Tuttavia, per alcuni gruppi e comunità nel Paese – come i residenti della baraccopoli di Joe Slovo, il Forum Anti-Privatizzazione (APF) e Abahlali baseMjondolo (AbM) –, rivolgersi ai tribunali per portare avanti alcune lotte specifiche è stato necessario in circostanze particolari, rispettivamente l’opposizione a uno sgombero di massa, l’installazione di contatori d’acqua prepagati e una legislazione provinciale repressiva. Tutti questi movimenti hanno intrapreso battaglie legali consapevoli delle conseguenze di una sconfitta e consapevoli del fatto di tenere viva una lotta più ampia.

Un’analisi dei recenti casi legati ai diritti socio-economici presso la Corte Costituzionale

Joe Slovo

Nel caso Joe Slovo migliaia di residenti dell’insediamento informale di Joe Slovo a Cape Town hanno lottato contro il trasferimento forzato verso Delft per fare posto al progetto abitativo N2 Gateway Housing Project, che avrebbe dovuto essere realizzato dalla società, oggi scomparsa, Thubelisha Homes. I residenti hanno perso in tribunale, e la Corte ha ordinato che lo sgombero avvenisse dopo un “coinvolgimento significativo” delle varie parti per discutere i dettagli dello sgombero stesso, specificando che ogni residente avrebbe dovuto ricevere un alloggio temporaneo nel campo di transito (TRA) di Delft.

La Corte Costituzionale ha considerato lo sgombero una misura ragionevole e legata all’interesse generale, perché l’obiettivo era (apparentemente) quello di facilitare la distribuzione di case popolari. Ciò nonostante, gli abitanti di Joe Slovo sono riusciti a prendersi una rivincita e la Corte deve aver provato un certo imbarazzo quando è emerso, dopo la sentenza, che l’intero progetto era di fatto impraticabile e che sarebbe stato finanziariamente e tecnicamente impossibile spostare migliaia di persone, nonché un suicidio politico per la nuova amministrazione del Capo Occidentale. L’ordine di sgombero è rimasto quindi in sospeso; al momento, questo progetto è nuovamente in corso di valutazione e sono in atto alcuni piani per effettuare un miglioramento di Joe Slovo in loco.

Questa battaglia degli abitanti delle baraccopoli, nonostante la sentenza sfavorevole della Corte, ha aperto un grande dibattito sul progetto N2 Gateway, sull’importanza della localizzazione e dell’accesso ai mezzi di sussistenza e ai servizi sociali per i poveri, sui problemi nel processo di distribuzione delle case e sulle implicazioni socio-economiche (e sull’immenso peso finanziario gravante sullo Stato) del trasferimento delle perone in aree temporanee, senza alcun piano reale per dare loro una sistemazione permanente in futuro.

Mazibuko

Nel caso Mazibuko, c’è stata una battaglia legale di quattro anni contro i contatori d’acqua prepagati (PPMs) che erano stati installati d’autorità a Phiri, Soweto, e contro l’inaccessibilità ad una fonte basica di acqua gratuita nella città di Johannesburg. La Corte Costituzionale ha accettato la difesa dell’amministrazione cittadina, giudicando le sue politiche e la loro implementazione come ragionevoli. E’ stato scritto molto su questa sentenza e sulle sue conseguenze sulla giurisprudenza sui diritti socio-economici, visto che la Corte ha rifiutato apertamente di pronunciarsi sulle scelte specifiche della municipalità o di stabilire una minima quantità di acqua gratuita da fornire agli abitanti di Phiri. Inoltre, la Corte ha accettato la dubbia versione dell’amministrazione circa il fatto che fosse avvenuta una “vasta consultazione” e un processo di coinvolgimento degli abitanti. E’ chiaro che il modo in cui i PPMs erano stati installati risultava molto problematico, e che le persone non avevano avuto né la possibilità di scegliere se usufruire di un contatore d’acqua ordinario, né erano state consultate sulle reali conseguenze della fornitura d’acqua nel programma Operazione Gcin’amanzi (Risparmiare Acqua).

Il problema di imporre dispositivi di risparmio idrico e severi meccanismi di controllo alle persone povere per quantità relativamente piccole di acqua, quando il governo e le industrie sono i più grandi utilizzatori non paganti e l’agricoltura e i consumatori “di lusso” continuano a sprecare acqua, rimane. La situazione senza senso per cui i poveri che hanno accesso all’acqua restano senza a metà del mese e devono andarla a prendere in una baraccopoli vicina, rimane. L’inefficienza del governo locale nel portare avanti migliorie e manutenzioni regolari, e nel riparare per tempo le perdite di acqua, è ancora un serio problema nella città di Johannesburg.

La lotta delle comunità di tutto il Paese per avere accesso ad acqua sufficiente ed economica continua, nonostante la sconfitta alla Corte Costituzionale. La questione sollevata durante il dibattimento ha conquistato almeno la luce dei riflettori, e il dibattito nazionale sull’alleviamento della povertà e sulla fornitura di acqua si è notevolmente intensificato.

Abahlali

La sentenza più recente della Corte Costituzionale è quella in cui Abahlali baseMjondolo (AbM) ha messo in discussione la costituzionalità del KwaZulu-Natal Prevention and Elimination of Reemergence of Slums Act (detto Slums Act). In questo processo, il movimento degli abitanti delle baraccopoli di Durban ha contestato lo Slums Act, che dava vasti poteri ai ministri provinciali per costringere i proprietari di terreni e immobili e le municipalità ad avviare procedimenti di sgombero contro gli occupanti abusivi. AbM ha sostenuto che questa legge provinciale sovrapponesse le sue competenze al PIE Act (Legge per la prevenzione degli sgomberi illegali, ndt), che offre garanzie procedurali agli occupanti abusivi e dichiara che devono essere prese in considerazione tutte le condizioni e le circostanze rilevanti prima di procedere con un ordine di sgombero, in particolare se gli occupanti non hanno una sistemazione alternativa. Lo Slums Act, di fatto, aggirava queste garanzie e, invece di rendere lo sfratto l’ultima strada da intraprendere, faceva dello sgombero un obbligo imposto dall’alto – apparentemente con l’obiettivo di accelerare la costruzione di nuove case.

La Corte ha giudicato la sezione della legge che consentiva questi “irragionevoli ed eccessivi” poteri come incostituzionale, rendendo inutilizzabile questa legislazione. La sentenza legittima l’idea corrente per cui gli sforzi dello Stato volti ad eliminare gli insediamenti informali a tutti i costi sono sbagliati, e per cui devono essere trovate delle soluzioni percorribili insieme alle comunità interessate.

Se il giudizio è stato ben accolto da AbM e da altri abitanti delle baraccopoli nel paese (altre leggi simili, ora, non verranno introdotte in altre province), è purtroppo di poco conforto per quei membri del movimento AbM che sono stati cacciati con violenza dalle loro abitazioni a Kennedy Road, Durban, dopo alcuni violenti attacchi lo scorso settembre, un mese prima del pronunciamento della Corte. Questa aggressione organizzata contro il movimento, probabilmente a causa del suo essere non allineato, della sua forza crescente e della sua audacia nel criticare le élite locali e nel portare il governo in tribunale, è molto allarmante. La sfacciata e violenta repressione di un movimento come AbM da parte di gruppi legati ad alcuni partiti ha causato indignazione e condanne sia localmente che internazionalmente, e ha ripercussioni più ampie sulla democrazia in Sudafrica. Più di recente, alcuni attacchi simili si sono verificati nei confronti dei leader del Movimento dei Senza Terra (LPM), nel Gauteng.

Note conclusive

Questo tipo di repressione si sta verificando in tutto il Paese, spesso con la complicità della polizia. Per ogni protesta o caso di tribunale che finisce in prima pagina, non si contano i gruppi, i comitati o le lotte organizzate che vengono stroncate dalle élite politiche locali, la corruzione del governo locale, i soldi sprecati in progetti di sviluppo da cui i poveri non traggono alcun beneficio, le tensioni fra le comunità o nelle comunità – spesso per scontri intorno a risorse che le autorità considerano “fornite dallo Stato” e lasciate in eredità a pochi fortunati, con un gesto di benevolenza.

Lo slogan “niente per noi o su di noi senza di noi” ha molta forza. Si articola con casi di tribunale, petizioni e proteste. Sottolinea il fatto che la democrazia e lo sviluppo possono essere sostenibili solo se vengono dal basso. E che le persone vogliono essere coinvolte e dire la loro per quanto riguarda la natura, la localizzazione e la priorità dei progetti di sviluppo. Ci saranno ancora vittorie e sconfitte in tribunale, e le persone continueranno a scendere nelle strade se non avranno altri modi per farsi sentire. Queste persone stanno cercando di dire qualcosa.

Le nostre baracche sono le nostre case e hanno una funzione, anche se posso essere considerate un pugno in un occhio nel panorama cittadino.

Sappiamo che ci sono corruzione e appalti irregolari che avvengono nella nostra municipalità e che i soldi destinati a noi stanno sparendo.

Abbiamo ascoltato queste promesse vuote per gli ultimi dieci anni.

Dobbiamo essere vicini a scuole, ospedali e opportunità di lavoro.

Ci vengono tagliate l’acqua e l’elettricità ogni mese e noi non possiamo permetterci di pagare di più.

Apprezzeremo ciò che ci darete se saremo trattati con rispetto indipendentemente dal partito politico a cui apparteniamo, dal luogo in cui siamo nati e da quanti soldi guadagniamo – date alle nostre voci il peso che date alle vostre.

E’ nel nostro interesse starle a sentire.