Morandi Monica

Uguaglianza di genere e pluralismo giuridico nel Sudafrica post-apartheid [12/07/2010]

La fine dell’apartheid e l’avvento della democrazia costituzionale nel 1994 hanno aperto la strada alla diffusione in Sudafrica di una “cultura dei diritti umani”, basata sulla promozione e sul rispetto di una serie di diritti e di libertà fondamentali che pertengono ad ogni cittadino – ad ogni “individuo” – senza distinzioni di sorta, in particolare senza distinzioni di razza, di classe e di sesso. I soggetti che, almeno dal punto di vista formale, sembrano avere beneficiato maggiormente di questa trasformazione sono le donne africane, la cui mobilitazione contro il regime bianco, prima a fianco degli uomini in senso anticoloniale e poi in quanto donne per la promozione dell’eguaglianza di genere, è ormai ampiamente documentata. Negli anni ‘90 l’impegno del paese nei confronti della popolazione femminile è risultato evidente prima di tutto nell’emanazione di una Costituzione tra le più women friendly mai elaborate a livello internazionale, contenente una serie di garanzie a tutela dell’equità di genere in ambito politico, legale e sociale.

Eppure, nonostante questa novità, una reale affermazione dei diritti delle donne, che vada oltre i proclami della Costituzione per conseguire un’uguaglianza di tipo sostanziale, sembra essere ancora lontana in Sudafrica. Questa situazione è dovuta non solo all’elevato tasso di violenza di genere, soprattutto di tipo sessuale, una piaga sociale risultata, ad oggi, impossibile da debellare, o alle pesanti condizioni socio-economiche in cui versano le donne rurali – la maggioranza della popolazione femminile sudafricana –, colpite da alti livelli di povertà, malnutrizione e analfabetismo, ma anche per la situazione di “pluralismo giuridico” che il paese presenta a livello normativo. A fronte della legislazione statale, infatti, che tende a recepire la normativa internazionale sui diritti umani e conseguentemente i trattati internazionali sui diritti delle donne (ad esempio la CEDAW, ratificata nel 1995), nonché a implementare nel paese una serie di politiche di genere, esistono norme cosiddette “consuetudinarie”, pilastri giuridici di apparati tradizionali governati da attori noti come traditional leaders , che resistono al cambiamento sociale. Questi attori, radicati soprattutto nei contesti rurali dove la giustizia di Stato fatica ad arrivare, di norma promuovono un diritto di tipo tradizionale o religioso, basato su una visione fortemente conservatrice dell’identità della donna e della sua posizione in società, rifacendosi a valori di tipo comunitario dove i diritti pertengono ai membri delle comunità in relazione a ben codificati doveri, e solo dall’adempimento di tali doveri comunitari dipende il godimento dei diritti medesimi.

Sebbene nel riconoscere legalmente il diritto consuetudinario la Costituzione lo assoggetti ai principi sanciti dal Bill of Rights, tra i quali figura quello dell’equità di genere, negli ultimi anni la presenza di ordinamenti giuridici differenti e concorrenti è risultata essere alla base di aspri conflitti e dispute legali che hanno rallentato di molto il processo di promozione dell’emancipazione femminile. Di seguito è presentato uno dei casi più emblematici di questo conflitto, Bhe vs Magistrate of Khayelitsha del 2004, che la Corte costituzionale, avente giurisdizione finale sui problemi costituzionali, è stata chiamata a risolvere. Al centro della controversia è il diritto successorio tradizionale, valido per la popolazione africana come previsto dal Black Administration Act del 1927, e in particolare la regola della primogenitura maschile, che esclude le donne dalla possibilità di ereditare e quindi controllare i beni di famiglia, in genere la terra, la casa e il bestiame. Il regime successorio è uno degli ambiti del diritto tradizionale dove lo status legale di minori soggetti alla tutela maschile accordato alle donne ha prodotto i suoi effetti più nefasti, precludendo per lungo tempo alla popolazione femminile africana la possibilità di conseguire indipendenza economica e limitandone il potere negoziale in ambito famigliare.

Nel caso in esame, l’applicante, la signora Bhe, rimasta vedova con due figlie minorenni, ricorse in giudizio contro la decisione del magistrato competente di assegnare il patrimonio di famiglia al padre del deceduto che, secondo il diritto tradizionale, risultava essere l’unico erede legittimo dei beni. La High Court, inizialmente competente, e la Supreme Court of Appeal a cui il suocero fece ricorso, stabilirono l’incostituzionalità dell’art. 23 del Black Administration Act, che devolveva alla legge consuetudinaria la regolamentazione delle successioni legali per gli africani. La manovra, se, da un lato, decideva la vittoria della signora Bhe, dall’altro non intaccava la validità della regola della primogenitura maschile, che pertanto continuava a sortire i suoi effetti laddove applicabile. La Corte costituzionale, chiamata in causa per confermare le decisioni dei due gradi di giudizio precedenti, non esitò invece a dichiarare incostituzionale la regola stessa della primogenitura, aprendo la strada ad una radicale modifica del regime successorio tradizionale. Particolarmente rilevanti sono le motivazioni della decisione.

Tenendo conto degli sviluppi occorsi negli anni più recenti in ambito sociale e famigliare, e asserendo la necessità per il diritto di adeguarsi ai mutamenti degli aggregati umani che rappresenta, la Corte ha trovato la regola della primogenitura ormai desueta ed incapace di riflettere le nuove condizioni sociali del Sudafrica post-apartheid, dove, soprattutto nelle comunità urbane, le famiglie nucleari hanno massicciamente sostituito le tradizionali famiglie estese e i membri non vivono più tutti insieme, sovente abbandonando il nucleo famigliare per prendere altre strade. In questo nuovo contesto particolarmente evidenti sono stati i cambiamenti dei ruoli di genere, in virtù dei nuovi tipi di attività economica svolta dalle donne e dei nuovi modelli proprietari e famigliari in cui esse sono inserite. Di conseguenza, ha sottolineato la Corte, quell’originaria funzione di preservazione del patrimonio famigliare della regola della primogenitura, a cui faceva da contraltare il dovere dell’erede di provvedere al sostentamento dei membri della famiglia, si è trasformata in un chiaro pregiudizio nei confronti della popolazione femminile, perché ha mantenuto i tratti patriarcali dell’esclusione delle donne senza però offrire loro i benefici che derivavano dai valori di solidarietà e responsabilità che originariamente la regola stessa implicava. Considerando, infine, la filosofia razzista e segregazionista che aveva portato all’emanazione del Black Administration Act nel suo complesso, la Corte concluse senza esitazione che la norma della primogenitura era incostituzionale, poiché violava palesemente i principi di uguaglianza e non discriminazione e di rispetto della dignità umana.

Dal punto di vista formale la vittoria per le donne fu grande. Emanando una sentenza rivoluzionaria nel panorama legale sudafricano, la Corte costituzionale è arrivata a modificare la norma consuetudinaria sulla successione legale per armonizzarla agli standards internazionali sui diritti delle donne, in altre parole, tenendo fede ai propositi trasformativi del nuovo ordine democratico, ha modificato la struttura stessa del diritto per rendere più equa per le donne la società che il diritto stesso è deputato a regolare. Questa sentenza è risultata importante non soltanto a livello teorico e normativo, perché ha stabilito una volta per tutte la relazione che sussiste tra diritto consuetudinario ed uguaglianza di genere, ma anche per le implicazioni pratiche che ha comportato: a seguito della decisione in Bhe, nel 2008 un progetto di legge sul regime successorio è stato sottoposto ad esame parlamentare ed è stato definitivamente trasformato in legge l’anno successivo. Il Reform of Customary Law of Succession and Regulation of Related Matters Act del 2009 abolisce il principio consuetudinario della primogenitura maschile, dando alle donne sposate secondo il rito tradizionale e alle loro figlie gli stessi diritti degli uomini ed equiparandole, così, alle donne sposate secondo il rito civile.

Tuttavia, recenti studi e ricerche hanno messo in luce l’ambivalenza dei risultati che la sentenza Bhe ha conseguito nel migliorare le condizioni delle donne africane, poiché i progressi ottenuti in ambito giuridico non sono stati accompagnati da equivalenti progressi nel miglioramento delle condizioni di vita delle donne, in particolare di quelle rurali. Almeno due fattori hanno contribuito a questo risultato ambivalente:

  • la differenza di classe delle donne sudafricane e il gap esistente tra le donne urbane e quelle che risiedono in aree periferiche e rurali. La legge può essere uno strumento utile nelle città e nei centri, dove le donne sono in genere più educate e più consapevoli dei progressi legislativi e dunque dei diritti di cui godono. Ma per le donne rurali, generalmente illetterate, l’accesso all’informazione giuridica è molto difficoltosa, cosa che le rende quasi sempre ignare dei loro diritti e degli strumenti giuridici attraverso cui farli valere.
  • l’organizzazione del sistema giudiziario sudafricano, composto da una miriade di corti locali sparse su tutto il territorio, governate da autorità tradizionali e deputate a prendere la maggior parte delle decisioni, mentre le sentenze della Corte costituzionale, di norma chiamata in causa per dirimere questioni riguardanti i diritti umani o problemi costituzionali, sono in numero limitato. La bassa qualificazione giuridica di magistrati e autorità locali e, spesso, la loro manifesta volontà di non modificare lo status quo sono due limiti che incidono pesantemente sull’efficacia del diritto statale nelle comunità. A riprova di questo, una ricerca condotta nel 2006 da giuristi sudafricani ha mostrato che la sentenza Bhe, a distanza di due anni, non aveva praticamente conseguito risultati sul piano concreto: i magistrati locali continuavano ad applicare le norme consuetudinarie in ambito successorio e l’accesso delle vedove ai beni del marito defunto continuava ad essere mediato dall’erede maschio e dalla sua disponibilità a conferire loro parte del patrimonio.

Si può concludere che, ad oggi, i meccanismi giuridici implementati in Sudafrica pur necessari – costituiscono un punto di partenza imprescindibile per qualunque stato che voglia dirsi democratico! – non sono stati sufficienti a promuovere una reale emancipazione delle donne africane, perché non sono riusciti a scardinare quelle disuguaglianze strutturali – sociali, economiche, culturali – che stanno alla base della loro discriminazione. A questo punto si apre il più ampio problema di cosa è cittadinanza in Sudafrica e cosa bisogna fare per realizzarla. Pur nella complessità del tema, almeno una lezione risulta chiara, ossia che “cittadinanza” non può essere intesa come un mero set di diritti garantiti in Costituzione, ma deve riguardare la possibilità di accesso alle risorse anche dei settori più svantaggiati e marginali della società, come le donne rurali e comunitarie.

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