Elisabetta Borzini

Davide diventa Golia. Evoluzione delle relazioni economiche sino-africane [21/07/2010]

L'autorevole rivista Foreign Affairs ha dedicato la copertina del suo ultimo numero alla grande mappa del potere cinese. Secondo Robert Kaplan, autore dell'articolo "The geography of Chinese power" , il percorso oggi intrapreso da Pechino nel contesto dell’economia mondiale è ben delineato: mentre l’espansione imperialista del XIX secolo si è svolta prevalentemente sull’asse nord-sud, oggi si consolida in direzione est-ovest.

La Cina, motore dei cosiddetti BRIC, espande le sue sfere d’influenza in modo da garantirsi il supporto di paesi ad alto potenziale produttivo ma ancora a basso reddito, adottando una politica di fidelizzazione che consente di consolidare rapporti economici a medio e lungo termine. Pechino, egemone nel Far East, tende ad inserirsi nelle economie di contesti anche molto lontani pur di accumulare le risorse necessarie per il proprio sviluppo. Il caso dell'Africa è emblematico in tal senso, basti pensare al modo in cui gli enormi giacimenti di minerali e petrolio presenti in Zambia, Repubblica Democratica del Congo, Angola e Sudan – solo per citare gli esempi più noti – hanno attirato gli appetiti della Cina. La presenza cinese in Africa viene spesso definita come soft power a indicare la flessibilità e al contempo la solidità con cui Pechino ha permeato mercati abbandonati o sconosciuti alle grandi potenze e continua a espandersi, sia sui mercati di approvvigionamento sia su quelli di sbocco, senza l’utilizzo di forze armate.

L'articolo di Robert Kaplan, per ragioni di prospettiva analitica, trascura l'esame degli impatti che l'approccio espansionistico cinese determina su scala nazionale e locale. Questo aspetto assume, invece, un'importanza fondamentale nel contesto africano e merita di essere approfondito.

Le relazioni economiche tra Cina e Africa germinano nel secondo dopoguerra grazie al terreno fertile creato da Europa, Russia e Stati Uniti, che sottovalutano il potenziale cinese favorendone il libero dispiegamento. La trama di scambi commerciali e diplomatici intessuta dalla Cina in Africa durante gli anni della Guerra Fredda contribuisce a costruire quel vantaggio competitivo che oggi pone il gigante asiatico in testa nella corsa per la conquista delle risorse africane. L’inizio della fruttuosa e duratura partnership tra Africa e Cina si basa sulla complementarietà dei bisogni degli attori e sulla reciproca capacità di soddisfarli. Ma, prima di raggiungere l’assetto attuale, le relazioni economiche sino-africane attraversano diversi stadi evolutivi.

Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del Novecento, quando anche l'Africa si trova suddivisa in sfere d’influenza nell'ambito della contrapposizione tra Alleanza Atlantica e blocco comunista, la presenza cinese nel continente è altalenante: Pechino detiene risorse finanziarie e tecnologiche troppo limitate per proiettarsi con decisione fuori dai propri confini, mentre il suo sistema politico interno è ancora in divenire.

Dopo l’ondata di riforme promosse da Mao Tse-tung, che impegnano la popolazione cinese in uno sviluppo intensivo e integrale dal 1966 al 1969, la Cina entra sulla scena africana finanziando la costruzione della TaZara nel 1976. La linea ferroviaria tra Tanzania e Zambia permette alle miniere dello Zambia di esportare il rame senza dover passare attraverso il Sudafrica negli anni dell’Apartheid. La Repubblica Popolare, considerata dai protagonisti del conflitto mondiale come una semplice comparsa, durante gli anni Ottanta si inserisce silenziosamente nei mercati tralasciati da Europa e Stati Uniti e consolida la propria crescita con picchi di incremento annuo fino al 16% del Pil.

In quegli anni, forte anche di una connotazione ideologica che le attribuisce un ruolo marginale nell’economia mondiale, la Cina si inserisce con efficacia nel continente africano attraverso il sostegno fornito a alcuni movimenti di liberazione e il perseguimento di obiettivi di lungo termine. Grazie a questa strategia, Pechino si afferma nella cooperazione sud-sud, che favorisce l’interscambio tra paesi in via di sviluppo, e consolida la propria posizione soprattutto nell'Africa subsahariana.

Nel 1982, con la visita del Primo Ministro Zhao Ziypang a undici Stati africani, la Repubblica Popolare estende la propria sfera di influenza attraverso un approccio di tipo cooperativo. Zhao promuove i principi di convivenza pacifica e pone le basi per l’avvio di rapporti commerciali che, negli anni a venire, porteranno alla definizione del cosiddetto “modello angolano”. Le relazioni tra Cina e Africa hanno inizialmente una connotazione di supporto: la forza del legame che Pechino riesce a stabilire deriva proprio dalla gratuità su cui fonda i primi rapporti economici con gli Stati africani.

La Cina riesce a cambiare passo in Africa e a guadagnare terreno rispetto all'Europa e agli Stati Uniti, ma anche nei confronti delle agenzie internazionali, imponendo come unico requisito per le relazioni bilaterali il rispetto dei cinque principi di coesistenza pacifica: non ingerenza nel governo dello Stato e del territorio, divieto di dichiarazione di guerra, non interferenza negli affari internazionali, mutuo beneficio dalle relazioni economiche e convivenza pacifica.

Attraverso questo approccio cooperativo semplificato, Pechino si garantisce un vantaggio competitivo importante prendendo il posto di quelle organizzazioni che invece vincolano gli interventi al possesso di prerequisiti etico-politici, come la presenza di un governo democratico, il rispetto dei diritti umani, la trasparenza e la lotta alla corruzione da parte dei paesi candidati agli aiuti.

L’approccio cinese, non aderente al concetto di cooperazione nella sua accezione occidentale, punta sulla fornitura inizialmente gratuita di risorse che le organizzazioni internazionali, per stimolare le popolazioni locali a produrre autonomamente, di norma non distribuiscono (fatta eccezione per le emergenze umanitarie). Se tale forma di sussidio alimentata da mezzi di produzione cinese è spesso preferita dai capi di Stato africani, sul lungo periodo essa conduce l’Africa, e soprattutto gli Stati subsahariani, verso una condizione di dipendenza. Pechino si garantisce una posizione dominante creando un circolo vizioso che può essere alimentato solo dall’esterno.

L’economia cinese sfrutta il periodo di forte turbolenza politica ed economica successivo alla caduta del Muro per subentrare a Stati Uniti e Russia, che, con la fine della Guerra Fredda, si ritirano gradualmente dal mercato africano. Lo scontro trentennale tra i due blocchi ha comportato un ingente drenaggio di risorse e né gli Stati Uniti, orientati verso la smaterializzazione della produzione e il potenziamento del settore terziario, né l'Unione Sovietica, ormai al collasso, hanno interesse ad investire nello sviluppo del continente africano.

Approfittando del periodo di transizione compreso tra l’uscita di scena delle grandi potenze e l’avvento di una rete capillare di organizzazioni non governative e agenzie internazionali, la Cina penetra in Africa attraverso un intervento graduale e mediato dal governo di Pechino, che si presenta come primo grande organo di cooperazione.

Negli anni Novanta, l’Europa e gli Stati Uniti devono prendere atto della capillarità con cui la Repubblica Popolare ha permeato l’Africa e del suo ritmo di crescita, che la obbliga ad espandersi ulteriormente a caccia di risorse. In questo decennio di transizione, la Cina da economia emergente diventa motore economico del Far East e consolida la posizione di partner economico dominante con i paesi in via di sviluppo.

Il 2000 segna il completamento di questa fase, detta di going out. In ottobre viene istituito il Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) con la partecipazione del Ministro del Commercio Cinese e dei capi di Stato di 44 nazioni africane, che si incontrano a Pechino per delineare la strategia economica tra Africa e Cina. Il FOCAC si riunisce ogni tre anni per aggiornare gli obiettivi, dare vita a nuovi tipi di cooperazione e rafforzare le relazioni commerciali tra Africa e Cina.

La consacrazione della Cina sullo scenario neocoloniale africano è completata all’inizio del XXI secolo. Nel 2009 il fatturato sugli scambi Cina-Africa supera già i 106 miliardi di dollari, cifra che appare ancora più impressionante considerando la progressione esponenziale dei numeri in un solo ventennio. Intorno al 1990 gli investimenti cinesi in Africa ammontavano a poche decine di milioni di dollari, 72 milioni nel 1993, 350 milioni nel 1997 e, all’inizio del nuovo millennio, avviene il balzo dai milioni ai miliardi. Con un discorso pronunciato nel 2009, il presidente cinese Hu Jintao definisce gli africani “amici”, piuttosto che “fornitori”, e sancisce il definitivo approdo ad una politica di investimenti spinti che veste i panni della cooperazione.

I paesi africani interessati da stretti rapporti con la Cina sono quelli più dotati di materie prime ad alto valore (Angola, Repubblica Democratica del Congo, Zambia, Mozambico, ecc.), ma nella rete cinese cadono anche tutte quelle nazioni che, di volta in volta, offrono appetibili mercati di sbocco ai prodotti made in China. La strategia cinese in questi casi – ad esempio Lesotho, Swaziland e Malawi – è quella della cooperazione aid and trade, cioè la penetrazione nel mercato sotto forma di aiuti umanitari gratuiti che escludono i produttori locali meno competitivi e le organizzazioni internazionali. Diversamente dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale o dall'Unione Europea, la cui politica prevede un intervento iniziale che consenta poi l’autosostentamento delle attività economiche, Pechino entra senza condizioni sui mercati africani e spazza via la concorrenza. Una volta divenuta egemone, la presenza cinese inizia a stabilire relazioni economiche fortemente orientate al profitto. Questo sistema è efficace in quanto supportato da una solida rete istituzionale; organi come la Exim Bank (China’s Export and Import Bank) sostengono finanziariamente il “modello angolano” con cui la Cina irrompe nei nuovi mercati.

Il “modello angolano”, estensione commerciale della politica cooperativa cinese, si basa sul principio del credito finanziario. La Cina ha enormi risorse monetarie da impiegare in Africa, unite alla necessità di acquisire materie prime e trovare un mercato per i propri prodotti. Specularmene, l’Africa, seppur ricca di materie prime, è spesso priva delle tecnologie che le permetterebbero di sfruttarle. Questa complementarietà nei bisogni è il fulcro della leva sino-africana: Pechino offre la costruzione di infrastrutture e grandi opere a fronte dello sfruttamento esclusivo delle risorse minerarie e petrolifere. Inoltre la Cina impone che tutti gli interventi siano realizzati con l’impiego di materiali e capitale umano cinesi, riducendo l'indotto locale e impedendo ogni avanzamento competitivo alle economie nazionali.

L’abbondanza delle risorse naturali africane, avendo attirato nel corso della storia l’attenzione e le intenzioni predatorie delle nazioni più sviluppate, è stata definita come resource curde, la «maledizione delle risorse». Di tutt'altro si è trattato per la Cina, che, da ultima arrivata, ha beneficiato anche delle scoperte fatte dalle ex-potenze coloniali ed è entrata sul mercato con un obiettivo più definito e meno dispendioso.

Grandi compagnie minerarie e petrolifere cinesi come Sinopec, China Minmetals e CNOOC, talvolta attraverso lo sfruttamento selvaggio del territorio e della forza lavoro e la creazione di joint ventures con i governi locali, hanno conquistato le roccaforti minerarie africane senza generare un adeguato livello di sviluppo per le popolazioni locali. L'assenza di tutela per la salute e la sicurezza dei lavoratori da parte delle compagnie cinesi ha anche causato incidenti gravi, come quello avvenuto nell'aprile del 2005 in Zambia presso la miniera di Chambishi.

Dal punto di vista sociologico, il “modello angolano” potrebbe essere paragonato alla strategia di acquisizione dell'epoca colombiana. Come la Spagna con i nativi americani, la Cina tende ad offrire beni e servizi di valore limitato ma di grande impatto visivo (moderni palazzi presidenziali, centri commerciali, autostrade) a fronte di uno sfruttamento capillare delle risorse locali. Pechino crea una immagine di sé quasi paternalistica, come di un gigante che elargisce chiedendo in cambio solo il superfluo, ciò che la maggior parte delle comunità africane non sarebbe comunque in grado di sfruttare. I prestiti cinesi, che negli ultimi anni hanno raggiunto cifre esorbitanti, sono concessi alle nazioni africane a tassi agevolati e con la clausola di restituzione sotto forma di materie prime. Nel 2006 i crediti cinesi diretti a Nigeria, Angola e Mozambico hanno superato gli otto miliardi di dollari, più della quota destinata all'intera Africa subsahariana da parte di Banca Mondiale, Francia e Stati Uniti messi insieme. Nello stesso anno la Exim Bank ha finanziato progetti in Africa per quindici miliardi di dollari, mentre nel 2007 solo per la Repubblica Democratica del Congo ha elargito un finanziamento di nove miliardi.

Dopo decenni di aiuti all’Africa, Pechino oggi diventa il suo maggiore creditore ed è naturale domandarsi se questo sistema potrà funzionare sul lungo termine. L’approccio economico cinese prevede il finanziamento contro materie prime e si basa su un ciclo produttivo destinato a crescere in modo esponenziale. Il sussidio che la Cina continua ad offrire agli Stati africani, pur sembrando insostenibile, è in realtà una misura autofinanziata di sfruttamento territoriale. Soltanto la capillare opera di infrastrutturazione nell’Africa subsahariana, promessa e in parte già realizzata dalla Cina, ha in qualche modo sopito le critiche del Fondo Monetario Internazionale nei confronti di investimenti tanto massicci e speculativi.

Nei rapporti con Pechino, l’Africa subsahariana viene rappresentata dalla Southern African Development Community (SADC), una comunità economica di libero scambio, istituita nel 1980 in contrapposizione al potere segregazionista del Sudafrica. La SADC, nata con un ruolo difensivo nei confronti dell’egemonia sudafricana nella regione subsahariana, mira inizialmente a facilitare il commercio all’interno dell’area, rendendo gli Stati membri meno dipendenti da Pretoria. Il coordinamento della cooperazione tra i membri è promosso dalla natura stessa della comunità, che attribuisce ad ogni nazione uguale potere indipendentemente dall’apporto economico che ciascuna garantisce.

L’area SADC subisce un profondo mutamento nel 1994, quando, dopo la fine dell’Apartheid, la Repubblica Sudafricana viene inclusa e si accende il dibattito sul ruolo della comunità in mancanza del suo naturale antagonista. Con l’ingresso di Pretoria, il fine primo è infatti venuto meno, ma, davanti al panorama mondiale che mostra la supremazia statunitense affiancata da quella di un’Europa sempre più solida e l’ascesa di Cina e India, si sceglie di mantenere in vita la SADC, per sostenere i suoi membri nella competizione con gli altri paesi emergenti.

L'area geografica corrispondente alla SADC, dove oggi si concentra la maggior parte degli investimenti cinesi, comprende alcuni dei giacimenti petroliferi, auriferi e diamantiferi più importanti del mondo. Qui la presenza cinese è massiccia e ben organizzata, ma anche le cifre globali parlano chiaro. Nel 2009 circa ottocentomila cinesi residenti in Africa possiedono oltre due milioni di ettari di terreni. In aggiunta ai grandi investimenti effettuati dal governo di Pechino e dalle sue State Owned Entreprises nei settori agricolo, minerario ed industriale, si registra la presenza sempre più capillare e radicata sul territorio africano di piccole e medie aziende cinesi.

Il consolidamento del settore privato cinese in Africa è un effetto dell’importante migrazione cominciata alla fine degli anni Novanta. Il fenomeno potrebbe essere paragonato all’emigrazione delle famiglie indiane sulle coste orientali africane all’inizio del XX secolo, al seguito degli operai impiegati nella costruzione delle ferrovie. Oggi la comunità cinese, poco propensa all’integrazione con le culture locali e supportata dalla sostanziale esclusività sul mercato africano, tende ad allargarsi notevolmente, beneficiando delle esternalità positive – abbondanza di materie prime e vasto mercato di sbocco –, ma anche a ripiegarsi su se stessa, approfittando di una solida costruzione sociale che provvede all’intero processo produttivo.

Anche le piccole e medie aziende cinesi si stabiliscono soprattutto nei paesi africani più appetibili per l'industria estrattiva, a dimostrazione del fatto che se un effetto moltiplicatore locale esiste, esso favorisce soprattutto quella costellazione di piccole imprese che si muovono al seguito dei grandi investimenti di Pechino nel settore minerario e petrolifero.

Così si spiega la presenza cinese in Angola e Zambia, ma anche il caso della Repubblica Democratica del Congo (RDC) è emblematico in questo senso. I rapporti diplomatici tra Pechino e Kinshasa sono stati consolidati dal flusso continuo di sovvenzioni cominciato nel 1972. In seguito, con l’ufficializzazione delle relazioni economiche sino-africane, la Cina ha avviato una politica di finanziamento contro materie prime sbilanciata in termini monetari che ha indebitato la RDC, per poi aprire un nuovo flusso di fondi utile a imporre la presenza cinese nelle fasi di pianificazione, costruzione e gestione del 70% dei progetti. L’Angola, primo produttore di petrolio in Africa e quarto al mondo, è dal 2008 il maggiore partner della Cina nel continente. Il 24% del commercio sino-africano e il 16% delle importazioni cinesi di petrolio passano per Luanda. Anche grazie all'instabilità politica della Nigeria, le riserve petrolifere angolane hanno attirato diversi investitori internazionali e, tra questi, i cinesi si sono distinti, investendo attraverso joint ventures sull’ampliamento delle aree di estrazione e dando prova della propria pervasività sia come investitori sia come contractors per i vari tenders internazionali.

Se l'enorme disponibilità di risorse finanziarie ha sicuramente facilitato l’accesso degli investimenti della Cina in Africa, anche la politica della non interferenza ha giocato un ruolo importante. La propensione cinese al superamento della democrazia in ragione del profitto non ha certo facilitato la solidarietà di interessi tra i governi africani e le relative comunità locali. Davanti ad iniziative che spesso danneggiano l’ambiente e le comunità, solo in rari casi – come è accaduto in Zambia per il settore minerario o in Tanzania per lo sfruttamento delle risorse forestali – le autorità minacciano di revocare le licenze di sfruttamento o criticano apertamente le imprese cinesi. Nel momento storico attuale, inimicarsi la Cina o prenderne distanza può essere una mossa azzardata per qualsiasi paese africano, soprattutto in mancanza di partner altrettanto solidi, pragmatici e disposti ad ignorare la condotta più o meno democratica dei governi.

Oltre a penetrare nel mercato africano conquistandone gli attori e a consolidare relazioni diplomatiche sul lungo termine, la Cina ha tratto vantaggio dalla povertà dell’Africa offrendo a popolazioni con ridotto potere di acquisto beni a basso costo che nessuna economia occidentale avrebbe potuto commercializzare con profitto. Per questo motivo, a parte rare eccezioni come quella del Mouvement de Libération du Congo – ribellatosi agli accordi che il proprio governo stava stringendo con Pechino nel 2007 proprio per il rischio di dipendenza che poteva derivarne –, la maggior parte delle comunità africane vede, paradossalmente, nella capacità di intervento cinese la ricetta più efficace per il proprio sviluppo.

L'azione della Cina in Africa è oggi difficilmente arginabile, poiché non esistono contrappesi del suo calibro a frenarne l'ascesa. Inoltre, come lo stesso Fondo Monetario Internazionale riconosce, in termini di infrastrutture e servizi la Cina fa quello che nessuna altra organizzazione avrebbe modo di fare. Tuttavia, il prezzo che l’Africa deve pagare è evidentemente alto e, se all’espansione imperialista cinese non si affiancheranno la garanzia dello sviluppo locale, la tutela dei diritti umani e il rispetto dell'ambiente, il prezzo continuerà a crescere, alimentato da un’ottica di profitto sempre più estrema e sempre più distante dalle reali esigenze delle comunità africane.

Bibliografia

Sullo stesso argomento