Sara Ferrari

Cosa resta dei mondiali in Sudafrica: tra media action, libertà di stampa a rischio e scioperi [30/09/2010]

Quattro agosto 2010. Il centro di Cape Town appare fin troppo quieto. Qualcuno dice che somiglia a una città addormentata, a una città svizzera (ci sarebbe qui da aprire un dibattito sugli stereotipi che accompagnano l’immagine dell’Africa in Europa e viceversa…) dopo le folle e le vuvuzelas che hanno riempito il mese del Mondiale. Un periodo che si presume resterà nelle memorie collettive sudafricane, forse, si ipotizza, creando nuove dinamiche nel caleidoscopio identitario della “Nazione Arcobaleno”.

Passando davanti alla sede del Cape Times, il quotidiano locale, una ragazza mi ferma chiedendomi se so del lancio di "Lead South Africa". No, non ne sono a conoscenza, del resto la notizia del giorno riguarda i quindici anni di sentenza d’arresto a Jackie Selebi per affari di corruzione (arresto non esecutivo, quindi all’atto pratico Selebi in galera non ci è mai andato). Selebi è stato il direttore della polizia sudafricana, ex presidente dell’Interpol, oltre che ambasciatore sudafricano all’Onu negli anni novanta. E’ stato accusato di corruzione per aver preso tangenti da Glen Agliotti, trafficante di droga dai modi mafiosi.

Ma torniamo a Lead SA. Come apprendo dal lancio dell’iniziativa,che occupa una pagina del Cape Argus (versione pomeridiana del Cape Times), Lead SA si propone di essere un movimento di “semplici cittadini sudafricani liberamente associati” che partendo dal successo della Coppa del Mondo 2010 cerca di veicolarne le eredità positive verso concrete azioni future. Si legge nel Manifesto di Lead SA “This respect that the world has for extraordinary South Africa is still there. You can see it in the faces of tourists and foreign audiences who stand in awe of our triumph. […] And looking back at our recent incredible achievement in successfully hosting the world, they understand that if we could accomplish that, we can accomplish anything […]”. Certo, l’organizzazione del Mondiale è stata eccellente. Poco importa d’altronde che, per ospitare i parcheggi dei campi d’allenamento, diverse famiglie dalle parti dell’Athlone Stadium siano state spostate dalle loro case senza troppi complimenti; oppure che dalle parti di Sea Point e Green Point - dove la vista del Cape Town Stadium ricorderà a futura memoria l’anno di grazia 2010 - tanti homeless siano stati regolarmente allontanati (a onor di cronaca ciò avveniva piuttosto regolarmente anche prima della World Cup come racconta il film documentario “Sea Point Days” di François Verster).

Lead SA mi pare interessante non tanto per i concetti di fondo che si propone di tradurre in azione (l’Ubuntu, il superamento definitivo dell’apartheid tramite la catarsi collettiva dell’evento sportivo, il nuovo ottimismo pan-africano in stile Obama “Yes We Can”, concetti sentiti e risentiti, spesso anche con eccessi retorici, durante la permanenza nel Sudafrica del Mondiale di calcio) ma perché è un movimento che parte dai media tradizionali e arriva a utilizzare i nuovi media per comunicare e proporre azioni comuni.

Il Cape Argus che ha lanciato l’iniziativa a Città del Capo fa parte di Indipendent News and Media, sorta di multinazionale dell’informazione con sede a Dublino, con a capo Sir Anthony O’Reilly, ex giocatore di rugby e primo miliardario d’Irlanda, status conquistato anche grazie al ketchup (era capo della Heinz, marca simbolo della salsa rossa). Il gruppo comprende diversi fra i maggiori quotidiani sudafricani in lingua inglese, come il Mercury di Durban, il Pretoria News , il The Star di Johannesburg, oltre che diverse radio. Lead SA usa Facebook, Twitter, Youtube, per comunicare e creare rete fra gli iscritti. Anche il calcio fa la sua parte. Infatti, come nella foto pubblicata sul Cape Argus, si scopre un palleggio fra il capitano dell’Ajax Cape Town e due calciatori rispettivamente del Santos e del Vasco da Gama con in bella mostra la maglietta di Lead SA. La pagina Facebook del movimento per ora conta sulle ventiduemila segnalazioni di approvazione (al 30 agosto 2010) e segnala marce pubbliche, discussioni sugli argomenti più svariati e il supporto al miglioramento del sistema scolastico sudafricano. Resta sempre il divario digitale, specchio di diseguaglianze più profonde e strutturali, fra chi può essere informato usando il suo computer portatile e, scegliere di partecipare ad azioni collettive promosse dai media, e chi ha a disposizione come unico mezzo di informazione una radiolina a pile, come avviene nella township di Imizamo Yethu, a qualche chilometro da Camps Bay, zona dalle lussuose ville sull’oceano del Capo.

Nel Sudafrica del post-Mondiale si teme anche per la libertà di stampa e per essa si sciopera. Il dibattito sul rischio di un tribunale della stampa è molto acceso, soprattutto da quando il Governo ha proposto di modificare le leggi relative alla libertà d’informazione: la proposta consiste nell’istituzione di un tribunale che abbia il potere di assegnare pene fino all’incarcerazione di giornalisti ed editori che “vadano contro l’interesse nazionale” o che gettino in cattiva luce Zuma e compagnia. Il Presidente ha ricevuto lettere da parte dell’International Press Institute e da un comitato americano di cui fa parte il New York Times e altri colossi dell’informazione a stelle e strisce, lettere che lo invitano a fermarsi sulla questione e a non mettere a rischio libertà e democrazia, conquiste recenti del Paese, di cui la libertà di stampa è specchio e baluardo. L’Anc (African National Congress) difende la causa del Governo dicendo che i mass media sudafricani si sono autoeletti guardiani della democrazia e che il tribunale vuole essere uno strumento di controllo questi guardiani a beneficio della società. "Can a guardian be a proper guardian when it does not reflect the society it claims to protect and represent?" Ha chiesto al Paese Zuma interrogato sull’argomento.

Così anche i giornalisti manifestano per difendere la loro libertà di parlare e scrivere, andando ad unirsi alla schiera degli scioperanti post-Mondiale 2010. Più di un milione di persone tra medici, personale sanitario, insegnanti, dipendenti pubblici varia mansione ha scioperato per settimane bloccando il Paese.. Gli scioperanti chiedevano aumenti salariali (nell’ordine dell’8,7%) e aiuti per la casa che il Governo dice di non poter affrontare, proponendo invece un 7% di aumento. nel tentativo di garantire un servizio minimo l’esercito è stato inviato negli ospedali ed è stato istituito un numero telefonico speciale di aiuto e protezione verso i non scioperanti minacciati dai colleghi.

Questo accadeva nel mese di agosto nel Sudafrica post-Mondiale, un Sudafrica che dopo aver cercato di mostrarsi in ottima forma sotto i riflettori delle tv del mondo, si ritrova a centrocampo nel tentativo di pareggiare con le proprie contraddizioni.

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