Angela Santese

Mentre i negoziati sono in stallo, il Sahara Occidentale diventa nuovamente un campo di battaglia [02/12/2010]

Da più di trent’anni il Sahara Occidentale è teatro di una grave crisi internazionale: dopo essersi liberato dal giogo della colonizzazione spagnola, è stato occupato illegittimamente dal Marocco e tale situazione permane tuttora, nonostante sia in flagrante contrasto con il diritto internazionale e con le risoluzioni Onu in materia di autodeterminazione dei popoli.

All’inizio di ottobre un gruppo di saharawi ha deciso di attuare una protesta sotto forma di disobbedienza civile contro l’occupazione marocchina del loro paese: si sono accampati nel deserto nella zona di Agdaym Iziz, a circa 15 chilometri da Layoun, principale città del Sahara Occidentale. L’accampamento, che inizialmente vedeva solo alcune centinaia di saharawi, alla fine del mese di ottobre era arrivato a raccogliere circa 20mila persone, trasformandosi nella più grande forma di disobbedienza civile attuata dal popolo saharawi. La protesta era una denuncia per il deterioramento delle condizioni di vita nella zona ed era volta ad avanzare in particolare una serie di rivendicazioni: in primo luogo, la possibilità per i saharawi che vivono nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco di non essere discriminati rispetto ai coloni marocchini e di avere eguali opportunità di accesso a diritti quali casa e lavoro; in secondo luogo chiedevano la ripresa delle trattative per la convocazione del referendum sull’autodeterminazione del territorio che oramai è atteso dal 1975 e che è stato ostacolato in vari modi dalla monarchia aluita; infine l’accampamento era una espressione di solidarietà e un modo di ribellarsi alla condizione dei circa 200.000 saharawi tuttora in esilio nei campi profughi situati in prossimità di Tindouf , in territorio algerino.

Nonostante la protesta fosse pacifica, il Marocco è intervenuto utilizzando metodi di polizia. Il campo è stato circondato da un muro e sono stati istituiti posti di blocco per impedire i rifornimenti di viveri e medicine, e soprattutto per evitare che altre persone vi si installassero. La tensione per la situazione venutasi a creare e la volontà del Marocco di procedere in maniera intransigente sono apparse in tutta la loro evidenza già il 24 ottobre, quando Nayem Elgarhi, 14 anni, è stato ucciso dalla polizia, durante un tentativo notturno di rifornire il campo di viveri. La situazione è precipitata definitivamente l’8 novembre: secondo alcune testimonianze poliziotti e coloni marocchini avrebbero fatto irruzione nel campo distruggendo circa 3mila tende. In base a quanto riportato dalle agenzie di stampa, lo sgombro dal campo da parte delle autorità marocchine sarebbe avvenuto utilizzando gas lacrimogeni e idranti, mentre le tende sarebbero state bruciate o abbattute utilizzando i bulldozer. Le versioni sul bilancio dello sgombro sono naturalmente contraddittorie: il Fronte Polisario sostiene che vi siano stati 13 morti, 70 feriti e 65 persone arrestate, mentre secondo le autorità marocchine i morti sarebbero solo sei, di cui quattro poliziotti. Dopo lo sgombero del campo, le violenze sarebbero continuate a Layoun, dove gli scontri avrebbero provocato altri morti e feriti, sul cui numero non esistono dati certi.

Nonostante la presenza, come sempre in questi casi, di versioni contrastanti sul bilancio dello sgombero e sulle vittime degli scontri, due dati appaiono certi. In primo luogo, le autorità marocchine hanno cercato di limitare le informazioni su quanto accaduto, impedendo ad un gruppo di cronisti spagnoli di arrivare a Layoun e cercando di provocare un blackout mediatico, che effettivamente si è verificato per alcune ore. In secondo luogo, lo sgombero del campo è avvenuto il giorno in cui a Greentree, Long Island, sotto l’egida dell’Onu, si apriva il terzo round di negoziati tra il Polisario e la monarchia marocchina, alla presenza delle delegazioni di Algeria e Mauritania. Il sospetto è che il raid sia avvenuto allo scopo di creare problemi nell’ambito del già complesso processo negoziale e di protrarre ulteriormente una situazione che permane da ben 35 anni.

Nel 1975, dopo la repentina decolonizzazione spagnola del Sahara Occidentale, il re marocchino Hassan II lanciò la sua “marcia verde”, ribattezzata “marcia nera” dal popolo saharawi, per occupare un territorio che definiva come una provincia marocchina del Sahara Occidentale. Il popolo saharawi ha avviato da quel momento una strenua lotta di resistenza contro l’occupazione del Marocco, fino a quando nel 1991 ha accettato il cessate il fuoco proposto dall’Onu, in cambio della celebrazione, che si sarebbe dovuta verificare di lì a breve, di un referendum per l’autodeterminazione. Il Marocco però non ha mai permesso lo svolgimento del referendum, e ha di volta in volta rigettato le varie proposte volte ad una risoluzione della crisi, di fatto provocando lo stallo nei negoziati. Partendo da questi presupposti non ci si aspettava certo che questo terzo round di trattative avrebbe prodotto risultati rilevanti: i negoziati internazionali restano estremamente complessi, e il Marocco non è ancora disposto a celebrare un referendum il cui esito, potrebbe potenzialmente sancire il suo ritiro da un territorio in cui vi sono miniere di fosfati e che si affaccia su un tratto di mare estremamente ricco dal punto di vista delle risorse ittiche.

L’esito di questo ultimo round di negoziati, sotto l’egida dell’Onu, nella persona dell’inviato personale del segretario generale per il Sahara Occidentale, Christopher Ross, è l’impegno delle parti ad incontrarsi nuovamente nel mese di dicembre allo scopo riesumare il processo negoziale. La monarchia aluita ha sempre assunto una posizione intransigente nei negoziati, manifestando la volontà di accettare una sola posizione, la sua, ovvero la concessione al Sahara Occidentale di una qualche forma di autonomia nel quadro dell’indiscussa sovranità marocchina. La riprova ulteriore di tale atteggiamento è stata la sua reazione violenta e sproporzionata a quella che si configurava come una legittima azione di disobbedienza civile. Questa volta però i metodi di polizia marocchini non sono passati sotto silenzio, come di solito avviene per le questioni che riguardano la situazione dei saharawi, ad eccezione di alcune Ong che denunciano costantemente, da un lato le condizioni di vita drammatiche dei saharawi rifugiati nei pressi di Tindouf, e dall’altro le non meno drammatiche condizioni di vita dei saharawi del Sahara Occupato, che subiscono ogni giorno le discriminazione delle autorità marocchine e vedono calpestata la loro libertà di espressione. Questa volta la violenza marocchina ha prodotto in primo luogo, una serie di manifestazioni di solidarietà a favore del popolo saharawi, tra cui quelle di Roma, Madrid e Londra, e in secondo luogo, le dichiarazioni di alcuni governi europei, tra cui quello italiano e spagnolo, che attraverso i loro rappresentanti hanno espresso preoccupazione per i risvolti violenti assunti dalla crisi. È già un buon risultato per una crisi e per un popolo di solito dimenticato dai media, dall’opinione pubblica e dalla comunità internazionale. Comunità internazionale che ha una grave responsabilità nei confronti di quella che resta una grave crisi internazionale irrisolta, in cui si è lasciato che uno dei principi alla base della comunità internazionale stessa, l’autodeterminazione dei popoli, soggiacesse alla ferrea legge del più forte, in questo caso il Marocco, foraggiato dagli aiuti militari e finanziari di alcuni governi occidentali, tra cui quello statunitense.