Noel Luli

Udhë të mbarë Shqipëri! – Buon viaggio Albania! [08/12/2010]

La liberalizzazione per l’Albania del regime dei visti con i paesi Schengen.

L’8 novembre 2010 il Consiglio dei Ministri dell’Interno dell’Unione Europea ha deciso di togliere il regime dei visti per i cittadini dell’Albania e della Bosnia ed Herzegovina, in possesso di un valido passaporto biometrico. Nonostante lo scetticismo espresso da Francia ed Olanda sul numero crescente dei richiedenti asilo (vedi la seconda parte dell’articolo) il voto è stato unanime. Tirana si è svegliata il giorno seguente piena di panelli del traffico in miniatura che indicavano la distanza fino alle capitali dei paesi della zona Schengen, e il verde dei semafori rappresentava la lettera “O” della scritta EurOpa. Questo passo è un successo enorme, secondo qualcuno un regalo (direi tutte e due) per i cittadini albanesi. Il regime senza visti è una pietra miliare e un importante momento storico per questa nazione che solo due decenni fa era il paese più isolato d’Europa.

I muri delle poche ambasciate dell’Europa dell’Ovest presenti a Tirana scavalcati per chiedere asilo politico, subito dopo la caduta del muro di Berlino; le ondate dei famigerati “gommoni” stracolmi di persone che attraversavano illegalmente lo Ionio o l’Adriatico; il flusso di immigrati che raggiungevano il territorio greco attraversando il confine a sud e a sud-est, negli anni novanta; le interminabili code davanti alle porte delle ambasciate per avere un visto, soprattutto nell’ultimo decennio; oggi siamo in attesa dell’entrata in vigore del nuovo regime senza visti: per arrivare a questo punto, la strada è stata lunga.

L’Albania è passata da una situazione, in cui, durante il regime comunista, il confine era una zona proibita, impossibile non solo da attraversare ma anche da guardare (il “Kloni”, una striscia di 3-5 km di larghezza che si estende lungo tutta la linea di confine, serviva a questo scopo), a quella di oggi , quando basta comperare un biglietto d’aereo, autobus o nave, timbrare il passaporto al valico di frontiera e poi muoversi liberamente attraverso i diversi paesi della zona. In un certo senso, l’isolamento ha definito una parte importante della nostra identità. Nel 1991, il 75% degli Albanesi era nato durante il regime comunista, senza aver conosciuto quindi un’altra epoca o contesto. Dagli anni novanta, circa un terzo degli Albanesi vive all’estero, principalmente nei due paesi dell’area Schengen più vicini, Grecia e Italia. La decisione di togliere il regime dei visti darà sicuramente la possibilità ai membri delle famiglie divise di vedersi più facilmente, oltre ad accorciare la distanza psicologica abbattendo l’enorme barriera burocratica e discriminatoria che li separava (in alcuni casi, la decisione di dare o meno un visto turistico si basava su criteri del tutto soggettivi). Il problema della riconciliazione di due mondi diversi, nato dalla rottura creatasi e divenuta sempre più visibile dagli anni novanta tra la Diaspora e gli albanesi che vivono in Albania, persisterà ancora.

Sicuramente, l’eliminazione dei visti promuoverà un processo di riunificazione, ma, soprattutto, darà la possibilità alle nuove generazioni di albanesi di allargare la loro visione del mondo. L’Albania è uno dei paesi più giovani d’Europa, con un’età media di trent’anni. Quasi un quarto degli albanesi vive all’estero, circa l’80% di questi vive in Grecia o in Italia. La caduta del regime dei visti è un enorme sollievo materiale e mentale per le famiglie albanesi la cui vita è legata in un modo o nell’altro ai paesi dell’area Schengen: per i genitori o i parenti dei giovani che studiano, vivono o lavorano all’estero, sarà molto più facile andarli a trovare, farsi personalmente un’idea dell’ambiente, delle persone, del posto dove i loro cari vivono. Allo stesso tempo, gli albanesi che vivono all’estero potranno viaggiare liberamente attraverso la zona Schengen, senza restrizioni. Ad esempio, in Italia, dove abitano circa 400.000 albanesi, ci vogliono diversi mesi per rinnovare il “permesso di soggiorno”: durante questo periodo lo straniero non può viaggiare verso gli altri stati Schengen, e inoltre deve passare per lo stesso valico di frontiera sia in uscita che in entrata quando va nel proprio paese d’origine (tutte cose che poteva fare con un permesso di soggiorno non scaduto e che potrà fare a partire da metà di dicembre, quando il nuovo regolamento senza visti entrerà in vigore). Altri scenari quali andare all’estero per un intervento medico urgente, che non si può effettuare all’interno del proprio paese, o visitare un parente malato all’estero saranno distanti solo un biglietto, anche comprato all’ultimo minuto, non dovendo più preoccuparsi dei tempi che le procedure dei visti imponevano.

Vi sarà anche un risparmio economico considerevole. Secondo i dati dell’ultimo anno (2009) del rapporto sullo “Scambio dei dati statistici sui visti uniformi rilasciati dai paesi membri dell’EU, dalle missioni diplomatiche e dalle sedi consolari”, gli Albanesi risparmierebbero più di 4 milioni di euro spesi per i visti di breve durata (visti Schengen di tipo C). Secondo uno studio [1] di Bushati, Gjipali e Qorri, la cifra raddoppia se vengono presi in considerazione i costi aggiuntivi come: il notaio, appuntamenti presi tramite call center, documenti e certificazioni varie.

C’è il timore abbastanza diffuso che la rimozione del regime dei visti comporterà un aumento esponenziale di richiedenti asilo provenienti dall’Albania verso i paesi dell’Europa Occidentale. Secondo Eurostat, il numero delle domande di asilo provenienti dall’Albania è passato da 1.310 nel 2008 a 2.035 nel 2009, ma questo rappresenta meno dello 0,8% delle richieste totali. Tra le più di 262.000 domande di asilo del 2009, quelle provenienti dai Balcani Occidentali contavano per meno dell’8% del totale. Tuttavia, secondo dati ufficiali, solo nei mesi di luglio e agosto si sono contati 1.333 richiedenti asilo da paesi balcanici che godevano già del regime senza visti (in vigore dal dicembre 2009 per Macedonia, Montenegro e Serbia). Le loro destinazioni principali sono Svezia, Belgio, Germania e Svizzera dove si trovano le più grandi comunità di emigrati albanesi dell’ex-Yougoslavia. La Svezia, per esempio, quest’anno ha visto il numero crescere a più di 4.000 il numero di richiedenti asilo serbi, rispetto a poco più di 400 durante lo stesso periodo nell’anno scorso. Da Gennaio a fine Ottobre di quest’anno i richiedenti asilo della Macedonia in Belgio sono arrivati a essere 903, salendo così al settimo posto tra le nazionalità che cercano asilo in questo paese. Nello stesso periodo la maggior parte proveniva dalla comunità rom, ma sono numerosi anche quelli di etnia albanese. Secondo il Segretario di Stato Belga per la Migrazione e l’Asilo, Melchior Wathelet, l’effetto peggiore e indesiderabile che si possa creare con il nuovo regime senza visti per i Balcani Occidentali nel loro insieme, o solo per i paesi “problematici” (non vi è ancora una posizione chiara sulla questione), sarebbe, per usare le sue parole, “l’aumento dei falsi domandanti asilo [persone con richieste d’asilo non fondate], che verrebbero a cercare asilo in Europa [per delle ragioni economiche], ed è proprio quello che non vorremo vedere verificarsi”. D’altro canto, la precedente esperienza con la Serbia e la Macedonia è stata utile a prevenire che questi problemi possano verificarsi con l’Albania e la Bosnia. Sono già in corso alcune campagne mediatiche promosse dalle autorità nazionali che mettono in guardia i propri cittadini sul fatto che il regime senza visti nell’UE non deve essere usato per cercare asilo o lavoro.

Il fenomeno dei richiedenti asilo dalla regione non è nuovo; ha profonde radici storiche, politiche ed economiche. Per quanto riguarda gli Albanesi nell’ex-Yougoslavia, sono stati sistematicamente discriminati, marginalizzati e spinti a lasciarla in modo permanente. Mentre, gli albanesi all’interno dell’Albania hanno sofferto sotto il regime comunista di stampo stalinista guidato da Hoxha (Odgia), isolato dal resto del mondo. Sicuramente, dopo la disgregazione della Yugoslavia e la caduta del comunismo in Albania, spetta agli stessi albanesi migliorare le proprie condizioni socio-economiche. Le regioni della valle del Presheva in Serbia, la regione di Kumanovo-Lipkovo e Suto Orizari in Macedonia, da dove sono venuti i richiedenti asilo per ragioni economiche, sono le aree più povere ed hanno il più alto tasso di disoccupazione dei rispettivi paesi. Nel periodo dal 1999 al 2001 esse sono state teatro di scontri etnici. La disoccupazione e l’informazione fuorviante sono il cuore di questi problemi.

L’Albania sta conducendo da tempo un’intensiva campagna di informazione su cosa significhi viaggiare senza visti nei 28 paesi Schengen. Su questa questione, il lavoro della Commissione Europea non è ancora terminato. Continuerà a monitorare questi paesi e farà report ogni sei mesi sull’andamento del regime senza visti, una decisione che è stata presa durante l’incontro dell’8-9 novembre. Nel grande panorama del processo d’integrazione europea, questo è un passo tecnico all’interno di più vasto insieme di riforme politiche, economiche e sociali di cui l’Albania ha bisogno per raggiungere gli standard europei.

Certamente la strada verso l’Europa è ancora lunga. Avere la possibilità di visitare un paese dell’Unione Europea come turista per massimo tre mesi non è la stessa cosa dell’avere la possibilità di viverci e lavorarci. Ma facciamo un passo alla volta. E per adesso, Udhë të mbarë Shqipëri – Buon viaggio Albania!


Note

1. Ditmir Bushati, Gledis Gjipali and Ilir Qorri, Towards a visa free regime, Agenda Institute, Balkan Trust for Democracy, Tirana, December 2007

Sullo stesso argomento