Sudano Giulia

Giordania: le riforme non possono più aspettare [06/03/2011]

L’ondata di manifestazioni che ha investito il nord-Africa ed il Medio Oriente nelle ultime settimane non ha risparmiato la monarchia hascemita di re Abdullah II.

A differenza, però, delle proteste susseguitesi in Tunisia, Egitto, Yemen e Libia, i manifestanti giordani non hanno mai richiesto il cambio di regime di re Abdullah, ma piuttosto le dimissioni del primo ministro Samir Rifai e l’attuazione di un programma di riforme per affrontare i problemi economici e sociali del paese.

Sul piano politico, le richieste, che i cittadini continuano ad avanzare ogni venerdì dopo la preghiera, consistono nel limitare lo strapotere del re, rendendo il governo espressione della maggioranza parlamentare e non del volere del monarca, e nel modificare la legge elettorale. L’attuale meccanismo di voto, basato sul principio “one person-one-vote”, tende a favorire il voto di appartenenza tribale rispetto a quello ideologico, andando a particolare discapito del Fronte di Azione Islamico, braccio politico dei Fratelli Mussulmani. Inoltre, la ripartizione degli attuali distretti elettorali favorisce le zone maggiormente popolate da transgiordani, abitanti originari all’est del fiume Giordano, rispetto a giordani di origine palestinese. Di conseguenza, il cambiamento della legge elettorale e l’indizione di nuove elezioni rappresentano due delle principali componenti delle riforme politiche che i manifestanti attendono.

Sul piano economico, si chiede invece di ridurre i prezzi dei beni di prima necessità e di fronteggiare l’aumento crescente dell’inflazione, della disoccupazione e della povertà, che stime ufficiose spingono fino alla soglia del 30% della popolazione. Inoltre, l’aumento nel corso degli ultimi anni della pressione fiscale, legato all’attuazione delle riforme neoliberali, ha contribuito ad aumentare la sperequazione economica fra ricchi e poveri. Le proteste si sono concentrate anche sulle denunce di un sistema fortemente caratterizzato da corruzione, nepotismo e favoritismi, da cui traggono benefici alcuni gruppi ristretti, a danno della maggioranza della popolazione, che vuole ottenere pari opportunità per tutti i cittadini. Negli ultimi anni, re Abdullah ha favorito l’emergere di nuove élites economiche e di tecnocrati e ha permesso loro di gestire l’implementazione dell’agenda di riforme neoliberali, che è stata in realtà trasformata in una fonte di guadagni e rendite personali per una cerchia ristretta di persone. Ciò ha determinato il progressivo risentimento dei capi delle tribù beduine, storicamente alleate della monarchia hascemita, che hanno visto ridurre sia il proprio ruolo di primario referente politico della monarchia, a differenza del precedente regno di re Hussein, sia la quantità di risorse economiche da ridistribuire all’interno della propria tribù.

Un’importante peculiarità di alcune proteste avvenute in seguito alla nomina del nuovo primo ministro, Marouf Bakhit, il 1 febbraio, è da rinvenire nelle critiche presentate alla famiglia reale, che ha sempre rappresentato una linea rossa inviolabile. La regina Rania è stata, infatti, apertamente accusata di corruzione in una lettera firmata da 36 rappresentanti delle principali tribù beduine indirizzata al re, il quale a sua volta, ha subito delle contestazioni durante una visita a Mafraq, nel nord del paese il 13 febbraio. È importante sottolineare che gli artefici di quest’ultima protesta siano stati degli appartenenti alla tribù Bani Hassan, attore di primo piano all’interno dell’esercito e delle agenzie di sicurezza del paese.

Tali episodi, sebbene isolati, sono l’espressione di un malcontento diffuso nella popolazione, come dimostra l’eterogeneità dei protagonisti delle proteste, a cui hanno preso parte attivisti indipendenti, membri del Fronte di Azione Islamico (FAI), partiti di sinistra, sindacalisti, associazioni di categoria e studenti universitari. L’aperta manifestazione di dissenso di diversi membri delle principali tribù beduine, alcuni dei quali appartenenti all’esercito e ad agenzie di sicurezza, evidenzia la serietà della condizione economica, politica e sociale che re Abdullah dovrà affrontare, dal momento che tribù e forze armate hanno sempre costituito due pilastri fondamentali del regime hascemita.

Il nuovo governo di Marouf Bakhit ha esordito con l’eliminare l’obbligo di richiedere il permesso preventivo alla polizia per poter svolgere assemblee e ritrovi pubblici e nell’avviare il processo che dovrebbe condurre alla riforma dell’attuale legge elettorale. Questi primi provvedimenti non sembrano essere percepiti dai cittadini come veri e decisivi passi in avanti, per realizzare le riforme promesse. Zaki Bani Rsheid, un esponente del FAI, ha dichiarato, nel corso delle ultime manifestazioni, che “il regime ha bisogno di comprendere che deve procedere con le riforme se vuole sopravvivere e che più tempo aspetta a procedere, più forti diventeranno le richieste di cambiamento”. Per re Abdullah è giunto dunque, il momento di realizzare autentiche riforme politiche ed economiche per poter mantenere la stabilità del proprio regime. La stagione delle promesse è terminata.