Annetti Francesca

Il Medio Oriente cambia, la politica statunitense no: Obama ed il conflitto israelo-palestinese [08/06/2011]

L'andamento dell'ormai pluridecennale conflitto israelo-palestinese ha occupato una parte di grande rilievo nel discorso pronunciato dal Presidente Obama al Dipartimento di Stato americano lo scorso 19 Maggio, suscitando da più parti numerose reazioni. Nella parte conclusiva del suo intervento, Obama ha sottolineato come i profondi cambiamenti in atto nell'intera area medio-orientale rendano quanto mai urgente la necessità di giungere ad una conclusione pacifica del confronto, rilanciando l'ipotesi di una serie di negoziati da concordare fra le parti. Come piattaforma di partenza il Presidente ha proposto la soluzione che prevede due stati per due popoli, da raggiungersi attraverso la garanzia della sicurezza di Israele e del suo diritto all'autodifesa e la definizione per la Palestina di confini stabili e permanenti entro cui esercitare la propria sovranità, secondo la formula “a viable Palestine, a secure Israel”.

Sarebbero pertanto la sicurezza e l'accordo sui confini i due elementi sulla base dei quali far ripartire il processo di pace in stallo ormai da troppo tempo. Proprio sulla diatriba dei confini si è concentrata maggiormente l'attenzione di analisti e commentatori. Secondo le parole del Presidente infatti, i confini del futuro stato di Palestina dovrebbero essere definiti con riferimento a quelli antecedenti al 1967, prima cioè della guerra dei Sei Giorni e della conseguente occupazione dell'area palestinese da parte israeliana, con scambi di territori stabiliti fra le due parti. Il riferimento formale ed esplicito del Presidente USA ai confini del 1967 è stato visto da numerosi osservatori come un cambiamento profondo della politica statunitense verso un maggior avvicinamento alle posizioni palestinesi, ed ha scatenato la dura opposizione di Israele, con il premier Netanyahu che ha immediatemente respinto al mittente qualsiasi ipotesi di ritorno ai suddetti confini, definendoli “indifendibili”.

Ma si tratta veramente di una svolta radicale nel rapporto fra i due alleati e nel ruolo americano nella regione? E quali gli effetti sul processo di pace? Come lo stesso Obama ha precisato pochi giorni dopo nel suo intervento presso la conferenza della potente lobby filo-israeliana AIPAC (American Isreal Public Affair Committee) nel tentativo di ricucire lo strappo consumatosi con Israele e rassicurare l'elettorato filo-israeliano in vista delle presidenziali del 2012, la sua proposta non era quella di ripristinare la situazione antecedente al Giugno 1967, bensì quella di cercare un accordo che partendo da tali confini tenga in considerazione i mutamenti, soprattutto demografici, avvenuti sul terreno negli ultimi decenni, secondo una posizione già discussa nei precedenti tentativi di negoziato e sostenuta anche da precedenti amministrazioni USA.

Nessuna inversione di tendenza quindi sull'appoggio fornito dagli Stati Uniti ad Israele, d'altronde evidente anche da altri elementi emersi dal discorso dello scorso Maggio. Riferendosi all'intenzione dei palestinesi di proclamare a Settembre la creazione dello stato di Palestina presso l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Obama ha infatti dichiarato che nessun supporto verrà fornito a quelli che ha definito “tentativi unilaterali di delegittimazione di Israele”, allineandosi successivamente con quest'ultimo nel ribadire che la riconciliazione fra Fatah e Hamas e la presenza del partito islamista in un eventuale governo di unità rappresentino un ostacolo alla pace, nonostante negli ultimi anni seguiti alla presa al potere di Hamas a Gaza nel 2007 siano state proprio le divisioni intra-palestinesi ad essere usate come pretesto per non proseguire nelle trattative data la mancanza di un interlocutore unico da parte palestinese. Infine, mentre il diritto di Israele alla difesa è una delle basi imprescindibili di qualsiasi accordo, il futuro stato di Palestina dovrebbe, secondo il Presidente, essere smilitarizzato.

Insomma, nessuna effettiva novità nelle posizioni statunitensi, e nessuna svolta sulla ripresa delle trattative di pace. La proposta di Obama non fornisce alcun incentivo alle parti perché si riavvicinino al tavolo dei negoziati e lascia aperte numerose questioni, prima fra tutte proprio quella della definizione dei confini. A questo proposito inoltre, fatta eccezione per un breve accenno riguardo ai motivi dello stallo del processo di pace, nessuna menzione è stata fatta alle colonie israeliane che invece continuano ad aumentare in Cisgiordania; Netanyahu e la sua coalizione di estrema destra persistono nella colonizzazione dei territori palestinesi, continuando a rinviare qualsiasi prospettiva di pace con l'obiettivo di porre la comunità internazionale di fronte ad una annessione de facto di una vasta porzione dell'area che sarebbe da destinarsi alla Palestina, mentre Obama sembra aver rinunciato agli appelli per il congelamento degli insediamenti, rimasti fino ad ora inascoltati. Infine, nessuna soluzione è stata avanzata sulle problematiche del futuro di Gerusalemme e dei profughi palestinesi, che Obama ha suggerito come questioni da risolversi in una fase successiva, anche se alcune indicazioni implicite sulla posizione statunitense a riguardo trapelano dal discorso; nessun cenno è stato infatti dedicato all'incremento degli insediamenti israeliani a Gerusalemme Est ed il richiamo fatto ad Israele come “Stato degli ebrei” pone una pesante ipoteca sul possibile rientro dei profughi. La loro presenza, infatti, altererebbe la composizione demografica dello stato in favore della componente araba, alterando così il carattere ebraico dello Stato stesso.

La svolta che molti hanno letto nel riferimento ai confini del 1967, il cui obiettivo secondo alcuni sarebbe stato proprio il tentativo di prevenire la dichiarazione di indipendenza palestinese in sede ONU, non è quindi avvenuta e il discorso del Presidente non sembra aver ravvivato le speranze di una effettiva ripresa dei negoziati di pace. Obama ha perso l'occasione di riscattarsi dopo la delusione delle aspettative create dal discorso al Cairo e la deludente posizione tenuta nei confronti delle rivolte che hanno infiammato e continuano ad infiammare il mondo arabo.

Ma se da una parte la politica statunitense non appare in grado di catalizzare un reale cambiamento nella condizione del conflitto, dall'altro la cosiddetta “Primavera Araba”; sta sconvolgendo gli equilibri esistenti in Nord Africa ed in Medio Oriente, ed il vento di rinnovamento soffia anche in Palestina. Ciò è evidente per esempio dallo stesso accordo di riconciliazione fra Hamas e Fatah, maturato nel contesto delle rivolte arabe che hanno giocato un ruolo di primaria importanza nel renderne possibili le premesse, o nell'apertura del valico di Rafah da parte di un Egitto che cerca sempre più di marcare una profonda discontinuità con il precedente regime di Mubarak. E non solo. Spinti dagli avvenimenti che li circondano, un numero crescente di palestinesi sta dando vita a manifestazioni pacifiche per chiedere la fine dell'occupazione e la soluzione del conflitto: così ad esempio lo scorso 15 Maggio, giorno della commemorazione della Nakba (“catastrofe”), la cacciata dei palestinesi dalla Palestina storica dopo la proclamazione dello stato di Israele nel '48, migliaia di palestinesi e di attivisti arabi hanno marciato pacificamente verso i confini di Israele da Siria, Libano e Giordania in nome del diritto al ritorno, andando incontro alla dura repressione israeliana che ha causato decine di morti e centinaia di feriti. Oppure, ancora, lo scorso 5 Giugno, quando le manifestazioni previste per la celebrazione dell’anniversario della Naksa (“ricaduta”), ovvero il ricordo della sconfitta araba nella guerra dei Sei Giorni, hanno visto la polizia israeliana aprire il fuoco contro le migliaia di persone che si dirigevano verso Israele per continuare quelle che sono state soprannominate le “prove del ritorno”, uccidendo 20 attivisti nelle alture del Golan e ferendone altre centinaia. Ma le proteste non si fermano anche all’interno dei territori, dove ad esempio famosa è divenuta la protesta di Bilin, piccolo villaggio della West Bank dove ogni venerdì vanno in scena manifestazioni contro l’occupazione ed il muro di separazione, e all’interno della stessa Israele, dove anche alla vigilia dell’anniversario della Naksa migliaia di attivisti sono scesi in piazza per protestare contro le politiche del governo Netanyahu verso i palestinesi. Anche gli occhi della comunità internazionale sono sempre più puntati verso la questione israelo-palestinese; sono in aumento infatti le nazioni che hanno riconosciuto lo stato di Palestina, e l'iniziativa di settembre presso le Nazioni Unite potrebbe accendere i riflettori sulla questione in misura ancora maggiore, così come potrebbe l'annunciato arrivo a Gaza di una nuova Freedom Flotilla.

La voglia di libertà, di giustizia e di dignità sta insomma scuotendo il mondo arabo sotto l'attenzione degli osservatori internazionali, ed i suoi effetti iniziano a farsi sentire anche in Palestina. Il Medio Oriente sta cambiando, ed è giunta l'ora per gli Stati Uniti di riconoscerlo. Nelle parole e nei fatti.

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