López Izquierdo Nieves, Labanti Federico

L’ambiente sacrificato del bacino di Maracaibo (I parte) [20/11/2011]

Gli sforzi per una equa ripartizione delle risorse promossa dal presidente Chávez con la Rivoluzione Bolivariana, sebbene abbia ottenuto importanti conquiste sociali nell’ambito sanitario ed educativo, hanno lasciato in secondo piano le gravi conseguenze dello sviluppo economico sull’ambiente: l’elevata contaminazione dell’acqua e dell’atmosfera e la forte diminuzione delle specie vegetali e animali, fondamentali per il sostentamento delle comunità rurali e peschiere, sono i principali problemi ambientali che affronta la popolazione della zona.

 

All’estremità occidentale del Venezuela si estende il bacino idrografico del Lago di Maracaibo, un sistema geografico e naturale unico al mondo. La ricchezza delle risorse superficiali e sotterranee (acqua, minerali, idrocarburi, e terre molto fertili) così come la posizione strategica che occupa, hanno convertito la regione, coincidente in gran parte con lo stato di Zulia, nel motore economico del paese dagli inizi del XX secolo. I beneficiari di questo privilegio sono state storicamente le compagnie straniere che assieme ad una ristretta élite venezuelana hanno gestito le principali attività economiche.

Sede della PDVSA, Maracaibo
Sede della PDVSA, Maracaibo
Bidonville nel comune di San Francisco
Bidonville nel comune di San Francisco

Il Lago di Maracaibo non è un lago

La capitale dello stato di Zulia, la città di Maracaibo, sorge nella costa occidentale del lago, all’altezza dello stretto omonimo. Con circa 3 milioni e mezzo di abitanti la metropoli concentra il 70% della popolazione di tutto il bacino e si espande in una successione di “barrios” (quartieri) privi di pianificazione e in molti casi dei più basilari servizi urbani.

«Maracaibo è una città idrofoba, costruita dando le spalle al lago. Oggi del lago prevale una visione urbana, centralista, che parte dalla “capitale” – ci spiega Nicanor Cifuentes, biologo e professore all’Università Bolivariana di Zulia – invece bisognerebbe capire il lago nella sua complessità, nella relazione tra le varie parti del sistema: la sierra, la pianura, i fiumi che lo alimentano e il territorio che atraversano…tutto è interconnesso. Tutti parliamo del “Lago di Maracaibo”, ma non è propriamente un lago bensì un estuario».

Le acque salate del Mar dei Caraibi confluiscono senza soluzione di continuità nella Baia di El Tablazo e da lì, attraverso lo stretto, si riuniscono con le acque dolci che arrivano dalle montagne.

«L’equilibrio è molto fragile e a forza di dragare il canale per permettere il passaggio delle grandi navi, si sta rompendo. Il canale dragato facilita l’ingresso di grandi quantità d’acqua salata e come conseguenza nel centro del lago, sul fondo, si è formato un “cono anoxico”, una zona cioè senza ossigeno in cui riescono a sopravvivere solo alcuni batteri anaerobici».

Nonostante queste difficili condizioni le caratteristiche morfologiche di questo complesso sistema geografico favoriscono l’eliminazione delle sostanze contaminanti. «Nel lago entrano enormi quantità d’acqua, la più importante, il Rio Catatumbo, contribuisce con 3.000 litri al secondo. Quest’acqua “nuova” purifica e ossigena il lago. I laghi chiusi “invecchiano”, si eutrofizzano, ma in questo caso la connessione con il mare e il flusso costante di acqua dolce e salata, permette di sopportare una forte carica contaminante…però stiamo esagerando, quello che manca qui è la volontà politica per riorganizzare le attività economiche, soprattutto l’industria petrolifera, e costruire impianti di trattamento delle acque di scarico».

I residui liquidi domestici si aggiungono a quelli industriali, alle fughe di petrolio, ai fertilizzanti e ai pesticidi impiegati massicciamente nei campi. «Ci sono diversi impianti di trattamento ma sono insufficienti, sono calcolati per una quantità di popolazione che in poco tempo viene ampiamente superata».

Torri di perforazione di fronte a Cabimas, Lago di Maracaibo
Torri di perforazione di fronte a Cabimas, Lago di Maracaibo
Citta di Maracaibo
Citta di Maracaibo

Agricoltura industriale e petrolio: economia contro natura

Sin dai primi tempi della colonizzazione un prospero impero commerciale basato sui prodotti agricoli per l’esportazione come il caffè e il cacao, si è sviluppato in queste terre straordinariamente fertili, dove i venti alisei provenienti da nord-est e raccolti dalla sierra andina concentrano la piovosità. Grandi aziende agricole hanno progressivamente occupato gran parte delle terre disponibili, espandendosi a detrimento della foresta e delle popolazioni indigene.

«Con la deforestazione – prosegue Nicanor – scomparendo alberi e radici, il terreno diventa molto vulnerabile all’erosione. Le piogge e le correnti superficiali portano via l’humus e con esso trascinano anche gli agrochimici. In questo modo nel lago finiscono grandi quantità di glifosato, mercurio, vanadio ecc. finiscono nel lago.»

La presenza del petrolio nella regione era già nota dai suoi antichi abitanti che lo usavano come impermeabilizzante e lo chiamavano mene, "escremento del diavolo", in lingua indigena. Nel 1916 cominciarono le missioni esplorative delle compagnie petrolifere americane ed europee alla ricerca dell'oro nero, ma fu nel 1922, con l'esplosione del pozzo Los Barrosos, vicino a Cabimas, che si confermò l'enorme potenziale petrolifero contenuto nel sottosuolo: durante 10 giorni il pozzo liberò un getto incontrollabile di oltre 90.000 barili giornalieri di greggio di ottima qualità. A partire da allora l’industria del petrolio è diventata il fulcro economico della regione e di tutto il paese. «Quando comincia lo sfruttamento del petrolio si estende l’idea di poter fare “molti soldi in poco tempo e con poco lavoro”. Non c’è più bisogno di produrre nulla, coi soldi del petrolio possiamo importare ciò che vogliamo. Cominciarono ad arrivare multinazionali francesi, tedesche, americane che richiedevano mano d’opera a basso costo. Arrivarono molti lavoratori da altre parti del Venezuela e dopo la Seconda Guerra Mondiale si aggiunsero anche immigrati europei. Zulia si convertì in una zona di integrazione ma allo stesso tempo si complicò enormemente la situazione sociale ed ambientale».

Nelle acque poco profonde del lago si accumularono in pochi anni migliaia di pozzi di estrazione e condotti sommersi. «Nel fondo del lago giacciono 45.000 chilometri di oleodotti e gasodotti, molti ormai inutilizzati. Dicono che se si togliesse tutta l’acqua dal lago rimarrebbe un enorme piatto di spaghetti di metallo. Alcune zone sono più controllate di altre, i palombari scendono a cauterizzare i tubi ma comunque ci sono fughe di ogni tipo, non solo di petrolio, ma anche di metalli pesanti. C’era persino un personaggio divenuto famoso, il Guasco, che rubava pezzi di tubo dal lago e li rivendeva come ferri vecchi. Il presidente di PDVSA, Rafael Ramírez, nel 2008 ha dichiarato che sarebbe iniziato un processo di rimozione delle tubature in disuso. Pare ci siano compagnie cinesi e iraniane interessate all’acciaio che si potrebbe recuperare dal fondo del lago, ma da allora non si è più saputo nulla».

L’industria petroliera è una fonte di inquinamento massiccio diversificata: fughe, incidenti, ma anche la pulizia delle navi – in particolare nella Baia del Tablazo – nonostante il divieto formale del Ministero dell’Ambiente. L’abbassamento del terreno lungo la costa orientale, tra Santa Rita e Lagunillas, è un’altra conseguenza devastante de l’estrazione intensiva.

La ricchezza nascosta della Sierra di Perijá: carbone di eccellente qualità

Buona parte dei fiumi che alimentano il lago di Maracaibo nasce nel ramo più settentrionale della Cordigliera delle Ande, la Sierra di Perijá. La catena montuosa segna la frontiera norte tra Colombia e Venezuela e ospita diverse comunità indigene. A queste si sono aggiunti gruppi di guierriglieri colombiani, che trovano nella foresta un ottimo rifugio a emtrambi i lati del confine, e numerosi contadini, sempre colombiani, che fuggono dai guerriglieri, dai paramilitari e dai narcotrafficanti.

Dal 1978 la Sierra di Perijá è Parco Nazionale, per la ricchezza di specie animali e vegetali che ospita. Anche il sottosuolo è particolarmente ricco: bauxite, barite, fosfato e rame rimangono per ora intatti sotto il denso manto della vegetazione, mentre l’estrazione del carbone, iniziata negli anni ’80, ha provocato serie conseguenze sia all’ambiente che alle comunità della regione.

«Attualmente ci sono due miniere aperte, separate dal Rio Guasare – ci racconta Lusbi Portillo, antropologo e presidente del collettivo ecologista Homo et Natura – Entrambe contribuiscono alla distruzione del fiume e della zona circostante. La Mina Norte è la più piccola, con un’estrazione massima di 1 milione di tonnellate l’anno, e molti problemi economici. Ora appartiene interamente allo Stato venezuelano sotto la gestione di Corpozulia (Corporazione per lo Sviluppo della Regione Occidentale). Dall’altra parte del fiume c’è la Mina Paso Diablo, con circa 7 milioni di tonnellate di carbone estratto all’anno. Questa appartiene principalmente alla Interamerican Coal Holding, con una partecipazione di Corpozulia».

Villaggio palafittico di Santa Rosa de Agua, Maracaibo.
Villaggio palafittico di Santa Rosa de Agua, Maracaibo.
Baia del Tablazo
Baia del Tablazo

Nella sede centrale di Corpozulia, Carmen Tudares, del dipartimento Ambiente, ci spiega: «Il nostro carbone è di eccellente qualità, con un’alta capacità calorifica e un basso contenuto di zolfo, caratteristiche che lo rendono molto appetitoso per il mercato internazionale, soprattutto per la produzione di energia. Parte degli introiti che Corpozulia riceve dallo sfruttamento delle miniere sono reinvestiti in progetti di interesse sociale, di sviluppo agricolo, ecc. Non posso però darvi maggiori informazioni, perché si tratta di una regione molto delicata essendo vicina alla frontiera. Dati più specifici dovreste chiederli al Ministero della Difesa. Dovete capire che si tratta di informazioni confidenziali e che abbiamo già avuto molti problemi con gruppi di ambientalisti, associazioni indigene e anche con l’università. È da molti anni che siamo nella mira degli ecologisti».

Il Professor Lusbi Portillo lotta da 25 anni in difesa dei diritti delle popolazioni indigene della regione. Nel 2005 ha organizzato insieme a varie associazioni indigene e ambientaliste una marcia a Caracas, riuscendo a concentrare di fronte al palazzo di Miraflores, sede della Presidenza, più di 5.000 persone che chiedevano al Presidente Chávez l’annullamento dei progetti di sfruttamento del carbone. «Non ci ha concesso molta attenzione – ride ironico Lusbi – perché quello stesso giorno aveva una visita molto più importante: Diego Armando Maradona!»

L’apertura delle miniere costituisce di per sé un ostacolo alle comunità locali: «Le miniere isolano i villaggi – continua Lusbi Portillo – Santo Domingo, Sierra Maestra, Santa Fe… stiamo parlando di più di 300 persone. Il terreno attorno alla miniera è recintato, strada di accesso compresa, così che per poter andare in città gli abitanti che stanno dall’altro lato devono chiedere il permesso per passare all’interno della miniera. Normalmente gli consentono di passare due giorni alla settimana, ma se c’è qualche emergenza, qualcuno ammalato o cose così, impiegano un sacco di tempo per poter uscire, devono chiedere il permesso, aspettare che aprano il cancello…».

Inoltre il ruscello Paso Diablo, che serviva i villaggi, è stato deviato e in poco tempo si è seccato quasi completamente: «Sono scomparse le sorgenti e l’acqua che rimane è molto contaminata, non possono coltivare i campi e non sanno più dove pescare. Corpozulia dice che la miniera crea posti di lavoro, però la verità è che ci lavorano solo pochi privilegiati, che certamente sono pagati bene, ma che scontano questo privilegio con danni alla salute…tutti finiscono con problemi ai polmoni e il massimo che è arrivata a fare la compagnia per proteggerli è stato dargli un bicchiere di late da bere all’uscita».

Le proteste di indigeni e ambientalisti hanno portato a qualche risultato, almeno sulla carta: la compagnia ha presentato vari progetti di “miniere giardino”, cioè miniere sotterranee che rispettano lo strato superficiale del terreno. «I giardini pensili di Babilonia! – ride nuovamente Lusbi – sono anni che ci raccontano questa storia. Ci siamo informati sul tipo di miniera che vorrebbero fare, ne hanno fatte dello stesso tipo in Germania e le hanno dovute chiudere perché provocavano scosse nel terreno e lesioni agli edifici».

Una volta estratto dalla miniera il carbone prosegue il suo percorso verso i porti via camion, lungo strade secondarie in pessimo stato. «Quando la produzione di carbone è alta i camion circolano 24 ore al giorno, costantemente. Le strade, che sono già pessime, peggiorano ancora sotto il peso dei camion carichi e ciò provoca molti incidenti. Anche le case ai lati della strada risentono del passaggio di tanti camion e molte sono piene di crepe. Ogni volta che un camion si scontra o si ribalta in una curva vengono rilasciate nell’atmosfera grandi quantità di polvere di carbone che la gente del posto sarà costretta a respirare per molto tempo. Hanno anche proposto di cambiare i vecchi camion che si usano adesso per camion ermetici, perché in realtà i camion rilasciano le polveri durante tutto il percorso. I camion ermetici però non si sono mai visti».

Una volta arrivato al porto il carbone è triturato e caricato su chiatte che lo trasferiscono fino al porto galleggiante Bulk-Wayuú, da dove viene nuovamente trasferito nelle grandi navi che lo trasporteranno alla destinazione finale, in genere Stati Uniti o Europa. «Nel lago ci sono quattro porti carboniferi. Dal porto La Ceiba esce il carbone colombiano di Cerrejón, che arriva su chiatta dal Rio Catatumbo e poi attraverso il lago. Gli altri tre porti gestiscono il carbone del Guasare. Tutti questi porti sono costruiti vicino ai centri abitati, in modo che la polvere di carbone arriva a cadere sulle case. Il porto di Santa Cruz de Mara è il più tecnologico e il più attivo. Fu costruito per un flusso di trecentomila tonnellate annuali, oggi ne escono quasi 7 milioni e mezzo».

Sviluppi futuri: nuovo porto, nuove miniere, aumento della produzione?

Dal 1995 si paventa la possibilità di costruire un porto in acque profonde nel Golfo di Venezuela. Il progetto ha cambiato varie volte di nome e di contesto, ma l’idea è andata consolidandosi nonostante i cambiamenti politici ed economici che il paese ha vissuto in questi anni. Che si chiami Puerto América o Puerto Simón Bolívar, che venga costruito nell’isola di San Carlos o nella Guajira, secondo i diversi ministri che lo hanno sostenuto, questo progetto servirebbe a concentrare tutta l’attività portuaria in un solo punto e liberare così il lago dal traffico delle grandi navi: «Il golfo è un’area fondamentale per varie specie marine – sostiene Lusbi – vi si annidano tartarughe, vi depositano le uova gamberi ed è un corridoio di migrazione dei cetacei. La costruzione del porto la farebbe finita con tutto questo. Inoltre sarebbe un’opera ingegneristica costosissima e complicatissima da realizzare perché lungo la costa del Golfo la profondità naturale massima è di 8 metri e dovrebbero quindi dragarne molti altri».

Questo enorme porto fa parte dell’asse andino dell’IIRSA (Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana) e servirebbe anche come collegamento all’altro megaprogetto di infrastrutture dell’America Latina, il Puebla-Panamá. Lusbi Portillo si mostra molto scettico dinanzi alla prospettiva auspicata dalle istituzioni che il porto di acque profonde permetterà di prescindere dai quattro attuali porti carboniferi sparsi nel lago: «Se realmente li volessero chiudere non si capisce perché ne stanno ampliando alcuni, come porto La Ceiba. In realtà pare proprio che Puerto América sia un anello ulteriore del piano di espansione dell’attività carbonifera dello Stato Zulia».

Di fatto il miglior carbone della zona, quello di “eccellente qualità”, è soprattutto quello che giace nei bacini dei fiumi Socuy e Cachirí. I progetti di apertura di nuove miniere in queste zone hanno sollevato forti polemiche. Gli effetti potrebbero, infatti, essere ancora più devastanti che in altri contesti, dal momento che comprometterebbero la qualità dei corsi d’acqua che alimentano i bacini Manuelote e Tulé, i principali fornitori della città di Maracaibo e di altri centri urbani.

Durante una conferenza stampa a Caracas, il 24 maggio del 2006, Chávez, riguardo alla possibilità di aprire nuove miniere nello Zulia, ha dichiarato: «Se non c’è un metodo che mi venga dimostrato che realmente non distrugge la foresta né contamina queste popolazioni… se non me lo dimostrano quel carbone rimarrà sottoterra, non lo tireremo fuori da lì». Lusbi Portillo replica: «Lo ha già detto sei o sette volte! Però per il momento quello che ha fatto è stato autorizzare un aumento della produzione da 8 a 12 milioni di tonnellate annuali. Secondo alcune dichiarazioni rilasciate a Radio France dal viceministro all’ambiente, Sergio Rodríguez nel 2009, pretendono addirittura arrivare a estrarne 36 milioni di tonnellate all’anno e per arrivare a tanto devono per forza aprire nuove miniere. In aggiunta, è stato appena sottoscritto un accordo con la Cina per aumentare la produzione di acciaio venezuelano di 300 volte entro il 2018, e quell’acciaio si produce con carbone zuliano».

La conclusione del processo di demarcazione delle terre indigene è un’altra ferita aperta in questa regione ed è anch’essa intimamente collegata con lo sfruttamento del carbone dal momento che la restituzione delle terre ai “proprietari nativi” come recita la Costituzione bolivariana di 1999, supporrebbe la revoca definitiva delle concessioni ancora in atto.

La "Rivoluzione Bolivariana" propone un modello di sviluppo incentrato sugli interessi del "pueblo", cioè sulla distribuzione della ricchezza, il rispetto delle economie locali e dell'ambiente, patrimonio comune per eccellenza. Lo sfruttamento selvaggio del petrolio e del carbone zuliano sono solo due esempi delle contraddizioni tra gli slogan propagandistici del governo e le politiche effettive che vengono realizzate sui territori. Il degrado ambientale infatti difficilmente viene preso in considerazione come fonte di diseguaglianze e impoverimento delle fasce più fragili di popolazione. I successi ottenuti nei Centri di Salute, nell'educazione e col richiamo generico alla democrazia partecipativa, non riusciranno mai a compensare il peggioramento delle condizioni di vita di chi è costretto a vivere in contesti così deteriorati.

L'intero bacino del lago Maracaibo, per la concentrazione di attività ad alto impatto che storicamente ha ospitato, è un coacervo di situazioni locali altamente problematiche. Rimanendo a nord, sulle coste della Baia del Tablazo, la popolazione indigena degli Añú viveva in perfetta simbiosi con l'ambiente lagunare. Nella seconda parte del reportage entreremo nello specifico delle difficoltà che stanno vivendo due enclave di questa popolazione, nella laguna di Sinamaica, paradiso naturale che non riesce più a sfamare i suoi abitanti, e a Santa Rosa de Aguas, villaggio palafitticolo risucchiato nel delirio urbanistico di Maracaibo.



Una prima versione di questo reportage è stata pubblicata in "Visions cartographiques", blog de "Le monde Diplomatique", 12 luglio 2012.

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