Rudan Paola

Al di là del mito. O di Bolívar prima del bolivarismo [20/09/2011]

Fotografie di Federico Labanti

«È necessario sottomettere con la forza quei popoli che ostinatamente fanno la guerra alla libertà». Le parole pronunciate da Simón Bolívar nel 1813 per giustificare il conferimento all’esercito dei poteri sulla provincia filo-spagnola di Barinas, in Venezuela, sembrano accordarsi più facilmente a un «esportatore» della democrazia dei giorni nostri che non alla figura mitica del Libertador, ancora oggi invocata per legittimare una specificità o un’anomalia politica sudamericana rispetto al corso della storia d’Occidente. Proprio per questo esse permettono di dar conto dell’importanza di Bolívar non in chiave apologetica, ma alla luce del quadro storico e sociale nel quale si sono dispiegate la sua riflessione e la sua azione politica.

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Figlio di un proprietario terriero schiavista creolo, passato attraverso l’esperienza del viaggio e del libertinaggio nell’Europa cosmopolitica del tardo ‘700, Bolívar ama presentarsi come l’eroe romantico che, prima di divenire colui che porta l’ordine, vive in prima persona il disordine esistenziale. Dopo la morte prematura della moglie Maria Teresa de Toro si dà a una vita dissoluta, segnata dal tedio e dalla mancanza di prospettiva almeno fino al 1805, quando lo spettacolo grandioso dell’incoronazione di Napoleone re d’Italia a Milano spinge il futuro Libertador a giurare che non si sarebbe concesso pace finché non avesse conquistato la libertà delle colonie sudamericane dal giogo spagnolo e, con essa, la gloria. Anche questo episodio ha legittimato, in sede storiografica, il troppo semplice accostamento del Libertador a Napoleone, il quale però ha indubbiamente determinato per lui non solo una svolta biografica, ma anche politica. È l’invasione della penisola iberica da parte dell’esercito francese nel 1808, infatti, a innescare quel processo di portata globale che avrebbe condotto all’indipendenza dell’America del sud. Nelle colonie, le Giunte per la conservazione dei diritti di Ferdinando VII, costituitesi in tutto l’impero per difendere la legittimità del sovrano che aveva abdicato in favore di Giuseppe Bonaparte, sono il luogo di uno scontro tra posizioni moderate, tese a conquistare margini di autonomia politica, e le più radicali istanze indipendentiste. Bolívar si schiera sin dal principio a favore di questa prospettiva. Inviato a Londra dalla Giunta di Caracas per ottenere il sostegno della Gran Bretagna ai progetti autonomistici dell’elite creola, egli persegue in realtà l’obiettivo dell’emancipazione sudamericana riconducendo in patria dall’esilio Francisco de Miranda, el Precursor delle lotte per l’indipendenza. Sotto la sua guida, Bolívar subisce la disastrosa sconfitta di Puerto Cabello, in seguito alla quale consegna Miranda all’esercito spagnolo con l’accusa di tradimento. Questo controverso episodio, al centro di un dibattito nel quale interviene anche Karl Marx con la voce Bolívar, curata per l’American Cyclopaedia, dà il senso della forte conflittualità nella quale si dispiega la guerra di liberazione. Già all’indomani della dichiarazione di indipendenza nel 1810, infatti, la guerra civile esplode segnalando la mancanza di unità tra coloro che per l’indipendenza avrebbero dovuto combattere uniti. Sono gli effetti del dominio coloniale: a guidare la lotta per l’emancipazione è un’elite economica che aveva costruito il proprio potere sullo sfruttamento delle castas (le diverse figure “etniche” e giuridiche dell’ordine sociale coloniale) e degli schiavi; per parte loro, le classi subalterne continuano a sostenere – nel timore di una più forte subordinazione sotto gli auspici dell’uguaglianza – i privilegi e le protezioni vigenti nel sistema monarchico. La consapevolezza dell’assenza di quel popolo che pure, almeno nominalmente, aveva dato il via alla guerra di indipendenza dichiarandosi sovrano, spinge Bolívar a elevare la schiavitù da condizione oggettiva a simbolo della arretratezza politica degli abitanti dell’America del sud: «Stabilire in poco tempo la libertà in un paese di schiavi» è un’opera al di sopra di ogni potere umano. Egli attraversa perciò il teatro della storia proponendosi come colui che avrebbe realizzato l’impossibile missione liberatrice, una figura sovrumana che consapevolmente, nei suoi numerosi discorsi e proclami, si rappresenta in termini messianici. Bolívar attinge a piene mani al repubblicanesimo di Jean Jaques Rousseau per giustificare le misure straordinarie adottate per creare ex novo il cittadino dal caos della guerra civile, e impone l’imperativo indipendentista anche attraverso la minaccia della guerra a muerte, ovvero della condanna capitale di tutti coloro che non si fossero schierati con l’esercito repubblicano. Nonostante l’esplicito disprezzo nei confronti di Robespierre, il Libertador dà vita nell’America del sud a un’esperienza che, ideologicamente e storicamente, è assimilabile a quella del Terrore giacobino. Per costringere gli americani del sud a essere liberi, egli assume nel 1813 poteri dittatoriali e li mantiene fino alla morte, avvenuta nel 1830.

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Rendere libero un popolo di schiavi, costituire il popolo assente. In questa luce vanno letti i due disegni costituzionali di cui Bolívar è autore: quello per il Venezuela del 1819, rigettato nelle sue parti fondamentali che prevedevano l’istituzione di una Cámara de Censores; quello per la Bolivia del 1826, centrato sul Poder Moral, mai entrato in vigore. L’ineffettualità di questi progetti non li rende meno rilevanti per comprendere la prospettiva del Libertador. Il loro testo deve essere interpretato avendo riguardo per l’attività di governo fondata sull’uso di decreti che caratterizza tutta la sua lunga dittatura. Le sue politiche di redistribuzione della terra e di espropriazione dei beni ecclesiastici tentano di depotenziare la forza conservatrice dell’elite economica e della Chiesa – uno dei principali poteri di governo nell’era coloniale – a vantaggio delle castas collocate al fondo della gerarchia sociale, il cui apporto militare era fondamentale al conseguimento dell’indipendenza. L’investimento massiccio nell’educazione pubblica (cui lo spinge, tra gli altri, Jeremy Bentham, suo infaticabile corrispondente) serve a disciplinare gli individui alla “libera obbedienza”. Un obiettivo conseguibile, secondo Bolívar, solo se fosse stata raggiunta l’indipendenza materiale delle nuove repubbliche dal sistema di relazioni internazionali segnato dall’ascesa economica e politica degli Stati Uniti. Il progetto di unione subcontinentale nel quale Bolívar è impegnato rileva la sua lucida comprensione delle dinamiche mondiali e al contempo indica il punto più alto della sconfitta biografica e politica del Libertador di fronte alla forza espressa dalle elite coloniali, delle quali egli non può comunque fare a meno per realizzare il sogno dell’indipendenza. Se si guarda al di là del mito di Bolívar, cioè alla sua storia, il governo per decreti, la dittatura e le istituzioni morali previste dai suoi disegni costituzionali sono – proprio in virtù della radicale conflittualità nella quale si dispiegano – un punto prospettico utile per decifrare la funzione disciplinare e di dominio che sta dietro al linguaggio dei diritti, della libertà, della sovranità popolare, dunque della democrazia, adottati dal Libertador. Poiché si richiama a un popolo la cui costituzione materiale non è riconducibile a unità, il riferimento bolivariano alla democrazia deve essere pensato alla luce delle divisioni sociali che attraversano il suo soggetto, riportando al centro dell’analisi le pratiche costituzionali, giuridiche e disciplinari che servono a governare quelle divisioni. Andare alle radici dei processi di costituzione dello Stato e della democrazia in America Latina, riconsiderare Bolívar prima del bolivarismo anche quando quest’ultimo assume le vesti del Movimiento Bolivariano Revolucionario 200 o delle Misiones Bolivarianas di Hugo Chávez, significa allora riportare al centro dell’analisi storico-costituzionale i rapporti sociali, al di là di ogni rappresentazione unitaria del popolo. Significa operare un’inversione prospettica così da vedere che, prima di essere un’anomalia o una via alternativa al sentiero dell’Occidente, l’America Latina è quel luogo che, mentre ambisce a realizzarne le aspirazioni, dell’Occidente mostra con evidenza anche tragica le interne contraddizioni.