Ricci Serena

Burundi: il processo di pace sull’orlo del baratro? [06/10/2011]

Domenica 18 settembre 36 persone sono state uccise in un bar della periferia della capitale Bujumbura ad opera di “banditi armati” non identificati vestiti da poliziotti. La notizia, riportata dalle maggiori testate internazionali come BBC, New York Times, Al Jazeera International, fa balzare la mente indietro, fino ai tempi della guerra civile. In molti temono un ritorno all’instabilità dopo appena un anno di pace – reale o apparente.

Il Burundi è un paese che a partire dagli anni ‘60 è stato flagellato da ricorrenti guerre civili, che hanno visto opporsi la maggioranza hutu (85% della popolazione) e la minoranza tutsi (14%) [1]. L’ultima di queste crisi ha avuto formalmente termine nel 2000, quando i principali partiti tutsi e hutu firmano gli Accordi di Arusha. Questi accordi prevedono la formazione di un governo di transizione che rispetti una ripartizione equa del potere fra hutu e tutsi.

Nel 2005 si tengono le elezioni democratiche che vedono la vittoria di Pierre Nkurunziza e del suo partito hutu CNDD-FDD (Conseil National pour la Défence de la Démocratie – Forces pour la Défence de la Démocratie). Il processo di pace rimane tuttavia incompleto, poiché un gruppo di ribelli (FNL – Forces de Libération Nationale) continua a portare avanti azioni violente di destabilizzazione fino al 2009, anno in cui firma un cessate il fuoco e diviene anch’esso partito politico. Nel 2010 si tengono in un arco di tre mesi le elezioni comunali, presidenziali, legislative e collinari. I risultati delle votazioni comunali, con il CNDD-FDD ampiamente in testa, però sono criticate per brogli da tutti i partiti all’opposizione (riunitisi in giugno nella coalizione ADC-KIBIRI – Alliance des Démocrates pour le Changement). Questi chiedono l’annullamento del voto e boicottano le elezioni presidenziali di giugno ritirandosi dalla competizione, mentre un numero consistente di leader inizia a lasciare il paese per timore di essere assassinato o imprigionato. Nkurunziza, rimasto l’unico candidato al voto, vince con il 91,6% dei voti [2], aprendo la strada ad un sistema monopartitico.

E’ necessario tener presente che quest’ultimo turno elettorale è stato segnato da numerosi tentativi di destabilizzazione, che si sono manifestati attraverso attacchi a esponenti dei due schieramenti, intimidazioni, lanci di granate, omicidi [3]. Tutto ciò fa parte di una strategia tesa alla minimizzazione del significato e della portata di questi attacchi poiché il governo, non legittimandone gli autori, preserva un’apparenza di falsa stabilità data dall’assenza di minacce alla sua autorità. Dall’altro lato, sempre più numerosi sono i casi di arresto, tortura e di uccisione di personaggi legati alle FNL e all’MSD (Mouvement pour la Solidarité et la Démocratie, anch’esso facente parte dei partiti di opposizione). Le modalità con cui sono portati a termine questi omicidi spinge il BINUB (Bureau Intégré des Nations Unies au Burundi) e l’Unione Europea ad accusare la polizia di esecuzioni extra-giudiziali. Nel frattempo, attivisti della società civile e giornalisti vengono arrestati o subiscono intimidazioni perché indagano su temi giudicati sensibili alle autorità burundesi; un ricercatore di Human Rights Watch è stato espulso dopo la pubblicazione nel maggio 2010 di un rapporto sulla violenza politica in Burundi. La libertà di espressione sta diventando rapidamente un privilegio di pochi. Eppure, già dal lontano 2005 il CNDD-FDD aveva tentato di mettere a tacere i partiti di opposizione tramite omicidi, arresti arbitrari ed espulsioni di diversi membri, così come tramite l’imposizione del divieto di assemblea per i suddetti partiti. Anche i media erano diventati oggetto di misure repressive per sopprimere eventuali critiche al governo.

Nel settembre 2010, 14 corpi sono trovati senza vita vicino al fiume Ruzizi, al confine con la RDC e 7 altri sono stati uccisi all’interno del paese a colpi di kalashnikov. Tra maggio ed agosto 2011 sono stati documentate 125 esecuzioni extra-giudiziali ai danni di ex ribelli hutu [4].

Ora l’opinione pubblica burundese e internazionale inizia ad interrogarsi sulla credibilità del processo di pace e sulle conseguenze dell’autoritarismo del suo capo di stato e del governo. In molti vedono l’uccisione di queste persone innocenti una dichiarazione dielle forze ribelli, quasi a voler dire che il sistema verrà sovvertito, che il paese e gli attori internazionali dovranno prendere atto della loro esistenza, che le autorità dovranno smettere di occultare i segni di questa fonte di destabilizzazione politica. Il timore che il Burundi sprofondi in una nuova guerra civile si diffonde, in una nazione in cui le armi sono tuttora presenti nelle case dei cittadini, nascoste “per sicurezza” in qualche angolo. Tali preoccupazioni si accavallano ai vari problemi legati alla malnutrizione, all’insicurezza alimentare, allo scarso sviluppo economico, alla povertà diffusa, all’analfabetismo, alla mancanza di un accesso alle cure sanitarie per tutti, etc. Il Burundi è un paese con una popolazione di poco superiore agli 8,5 milioni di abitanti in un territorio grande quanto il Piemonte o la Lombardia, con una densità pari a circa 305 abitanti per km2 [5], che talvolta sfociano anche in omicidi tra proprietari di parcelle confinanti. Non è dunque lontano dall’immaginazione presupporre che entro il 2025 possano scoppiare scontri cruenti legati all’insufficienza della terra coltivabile.

Nonostante i massicci piani di cooperazione internazionale nel settore agricolo, sanitario, educativo, dell’alimentazione e dei diritti umani (e solo per citare alcuni donors, World Food Program, FAO, Unione Europea, Banca Mondiale, UNDP, International Fund for Agricultural Development, Oxfam, USAID, Coopération Belge, Cooperazione italiana, giapponese, tedesca, per non parlare delle numerosissime Ong che operano in loco) il Burundi naviga ancor oggi in grosse difficoltà. Non da ultimo c’è l’altissimo livello di corruzione che, secondo Transparency International, lo rende il nono paese più corrotto al mondo ed il terzo in Africa dopo il Sudan e Chad [6]. La minaccia alla stabilità ad opera dei “bandits armés/ribelli delle FNL”, i conflitti legati alla terra, la pressione demografica e la corruzione sono elementi che, combinati insieme, non incoraggiano a sperare per le sorti di questo piccolo paese dell’Africa Centrale. Non è possibile prevedere con esattezza quando e se vi sarà lo scoppio delle ostilità all’interno della società burundese. Tuttavia, tenuto in considerazione il fragile equilibrio sociale, basterebbe davvero poco per accendere la miccia ed innescare un devastante effetto a catena, segnando definitivamente il processo di pace.


Note

1. Il restante 1% si riferisce ai batwa.]]. Ex colonia del Belgio, il paese proclama la sua indipendenza nel 1962, in una società che eredita dal periodo coloniale una struttura basata sulla preponderanza politico-economica dei tutsi, gli unici a ricevere un’istruzione e ad occupare di conseguenza tutte le posizioni di rilievo. Nel 1965, 1972, 1988, 1993 scoppiano massacri che provocano la morte e la fuga di centinaia di migliaia di persone, la maggior parte hutu [[Si parla di circa 200.000 morti e di altrettanti rifugiati nei paesi confinanti per il solo conflitto iniziato nel 1993 (GlobalSecurity.org oppure Jeune Afrique ).

2. Rapport final de la Mission d’Observation Electorale – Burundi 2010 (UE)

3. Secondo Amahoro mu Mahoro, una coalizione di Ong burundesi e internazionali che ha messo in opera un sistema di monitoraggio dei principi democratici e della violenza elettorale, tra il 26 aprile ed il 12 settembre si sono verificati 512 episodi di violenza ed in particolare: 155 atti di intimidazione, 76 casi di scontri tra gruppi (non specificati), 20 casi di distruzione di proprietà e 20 omicidi.]]. La fuga di Agathon Rwasa, leader delle FNL, nella vicina Repubblica Democratica del Congo (RDC) sta a significare un rifiuto netto di riconoscere l’attuale governo e tale atto segna il suo ritorno nella clandestinità. Infatti, anche in seguito alla fine della competizione elettorale in settembre, casi di violenza armata si sono ripetuti nel paese, soprattutto nelle aree vicine al confine con la RDC e nella periferia di Bujumbura. Il governo, tuttavia, detiene il monopolio della maggior parte dei canali mediatici e le notizie relative a tali azioni sono di norma state definite “ad opera di banditi armati” quasi sempre “non identificati”. La popolazione, tuttavia, sa a chi appartengono quelle uniformi militari [[Vi sono numerosi articoli del giornale Iwacu, l’unico che indaga più a fondo questi episodi di violenza, che riportano le opinioni della popolazione (Iwacu ).

4. The Guardian, Burundi bar massacre heightens civil war fears (19/09/2011).]]. Il governo insiste ancora sul banditismo, rifiutandosi di attribuire gli eccidi ad un movimento di ribellione[[Per maggiori dettagli si veda il rapporto di Human Rights Watch Closing doors? The narrowing of democratic space in Burundi (Novembre 2010).]]. Tali dichiarazioni si susseguono per l’intero anno successivo, fino ad arrivare all’ultimo massacro del 18 settembre 2011 nel bar alla periferia di Bujumbura. Per di più, in un comunicato stampa del 23 settembre, le autorità burundesi hanno deciso di sospendere per un mese le trasmissioni a carattere politico ed hanno interdetto ai media di coprire le inchieste in corso per chiarire le circostanze di questa strage[[Fonte: Iwacu-Burundi.

5. I dati sono approssimativi in quanto non esiste una stima esatta del totale della popolazione burundese.]]. Si posiziona al 166° posto su 169 in base all’Indice di Sviluppo Umano (seguito da Niger, RDC e Zimbabwe)[[Human Development Report 2010 (UNDP).]]. Con un tasso di crescita demografica del 3,7%[[Dati del BINUB (Bureau Intégré des Nations Unies au Burundi) relativi all’anno 2006.]], (il quinto più alto nel mondo) le proiezioni per il 2025 si attestano attorno ai 13,8 milioni di abitanti. Se si tengono a mente tutti i suddetti fattori e si considera che più del 90% della popolazione vive in aree rurali e dipende da attività agricole di sussistenza, è facile dedurre l’enorme peso della questione fondiaria, dovuta alla scarsità crescente di terre coltivabili e all’aumento della popolazione. Questo rende il Burundi una terra ad alto rischio. Il 70% dei casi portati davanti ai tribunali burundesi riguarda conflitti legati alla terra[[Lettre de politique foncière 2009 (Ministère de l’Environnement, de l’Aménagement du territoire et des travaux publics).

6. Annual report 2010 (Transparency International).

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