Annetti Francesca

La Palestina alle Nazioni Unite: vantaggi e svantaggi della richiesta di riconoscimento dello Stato [10/10/2011]

“Standing here, staying here, permanent here, eternal here, and we have one goal, one, one: to be.”

Citando nel suo discorso davanti all'Assemblea Generale queste parole del poeta palestinese Mahmoud Darwish, il presidente dell'ANP Abu Mazen ha ufficialmente presentato al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon la richiesta di riconoscimento della Palestina come 194esimo stato membro dell'ONU.

Mentre la decisione viene esaminata in questi giorni dal Consiglio di Sicurezza, la mossa palestinese non cessa di sollevare pareri contrastanti. Se infatti venisse accettata la proposta di riconoscere lo Stato palestinese nei confini del 1967 (ovvero su Gaza e la Cisgiordania, per un’estensione pari al 22% del territorio della Palestina storica), i palestinesi potrebbero godere di diversi effetti positivi, primo fra tutti la possibilità di adire alla Corte Internazionale di Giustizia e di avvalersi a pieno titolo di numerosi trattati internazionali relativi alla protezione dei diritti umani. La richiesta ha però suscitato anche forti polemiche fra le stesse fila dei sostenitori palestinesi, in particolare per quanto riguarda il destino dei profughi. Secondo alcuni infatti l’iniziativa promossa da Abu Mazen rischierebbe di minare il ruolo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), organizzazione fondata nel 1964 la cui funzione è quella di rappresentare tutti i palestinesi, compresi coloro che furono cacciati dalla Palestina dopo la creazione di Israele nel 1948 e quelli residenti in Israele, in favore dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), organismo creato con gli accordi di Oslo la cui rappresentanza è invece limitata ai palestinesi dei Territori. L’eventuale ammissione come membro delle Nazioni Unite di uno Stato Palestinese nelle aree amministrate dall’ANP potrebbe portare nell’opinione di questi osservatori ad un indebolimento dell’OLP, che dovrebbe inoltre rinunciare allo status di osservatore che attualmente detiene in seno alle stesse Nazioni Unite; in questo modo le voci dei profughi palestinesi residenti al di fuori della Striscia e della Cisgiordania diverrebbero ancora più flebili e ciò avrebbe delle ripercussioni negative sulla possibilità di ottenere il rispetto del diritto al ritorno ed alla compensazione, diritto sancito oltretutto dalla Risoluzione numero 194 dell’ONU. Non è chiara infatti la posizione che l’OLP verrebbe ad assumere in seguito al riconoscimento dello stato palestinese da parte delle Nazioni Unite e nonostante nel suo discorso Abu Mazen, attuale presidente dell’organizzazione, abbia fatto più volte riferimento all’importanza che essa detiene nel cammino verso l’autodeterminazione del popolo palestinese i dubbi da più parti sollevati non sono stati ancora chiariti.

Sarà ad ogni modo pressoché impossibile poter verificare l’effetto che l’accoglimento della proposta palestinese potrebbe avere sull’OLP e sulle altre questioni da essa toccate in quanto, anche se i palestinesi ottenessero la maggioranza dei nove membri del Consiglio di Sicurezza necessaria ad approvare la richiesta, questa si scontrerebbe con il già annunciato veto degli Stati Uniti.

Ma qual è dunque l’obiettivo ultimo di questa iniziativa palestinese, il cui insuccesso sembra già scritto? Il suo valore può essere meglio compreso se analizzato da un punto di vista prettamente simbolico-politico. Ricorrendo alle Nazioni Unite, Abu Mazen ha riportato la questione palestinese al centro dell’attenzione internazionale denunciando il fallimento di 20 anni di negoziati che non sono stati in grado di condurre ad una soluzione stabile ed equa del conflitto. In particolare, nel dibattito all’Assemblea Generale sono emerse chiaramente le posizioni degli altri due attori principali coinvolti nelle trattative: Israele e Stati Uniti. Nelle parole di Netanyahu era ben visibile l’intransigenza con la quale la sua coalizione di estrema destra si oppone ad ogni possibile concessione nei confronti dei propri interlocutori palestinesi, mentre da parte sua Obama ha preferito puntare alla propria rielezione piuttosto che appoggiare gli sforzi palestinesi per l’ottenimento di quei valori, quali l’autodeterminazione e la libertà, di cui l’America stessa si proclama paladina. Insomma, dal palco delle Nazioni Unite sono risultati evidenti due dei maggiori ostacoli alla risoluzione del conflitto: da un lato la mancanza di volontà da parte di Israele di raggiungere un compromesso che possa andare incontro alle richieste palestinesi, e dall’altro la mancanza di imparzialità degli Stati Uniti il cui ruolo di mediatore risulta inevitabilmente compromesso. In questo contesto il bisogno di ripensare in una nuova chiave il processo di pace, magari in un contesto multilaterale, non è mai apparso così urgente.

Ma è anche dal punto di vista delle conseguenze politiche interne che l’iniziativa palestinese assume una rilevanza fondamentale. Grazie a questa proposta la leadership palestinese è stata infatti in grado di risollevare la propria posizione di fronte ad una popolazione che, stanca di trattative senza fine e scossa dalle rivelazioni dei Palestinian Papers, non è certo immune dal vento di rinnovamento che ha caratterizzato la cosiddetta primavera araba. Con la determinazione mostrata nel portare avanti la richiesta nonostante i moniti di Israele e Stati Uniti, Abu Mazen è riuscito a riscuotere l’appoggio dei propri connazionali, come è stato dimostrato dalle imponenti manifestazioni che si sono svolte in favore dell’iniziativa.

Resta però da vedere quali saranno gli effetti concreti di questi avvenimenti sulla ripresa dei negoziati, definiti dallo stesso Abu Mazen indispensabili per il raggiungimento di una pace condivisa e duratura. Proprio ieri Israele ha dichiarato di accettare il piano proposto dal Quartetto (Stati Uniti, Unione Europea, ONU e Russia) che prevede il ritorno alle trattative dirette e la stesura di un accordo finale entro la fine del 2012, ma mentre da parte israeliana si chiede di proseguire gli incontri senza alcune precondizioni, i palestinesi hanno subito precisato che non riprenderanno i negoziati fintanto che Israele non cesserà l’insediamento di nuove colonie in Cisgiordania. Intanto sul terreno la situazione continua ad aggravarsi, soprattutto dopo che Israele, forte dell’appoggio incondizionato dimostrato dagli Stati Uniti, ha annunciato la costruzione di 1100 nuove case nella parte Est di Gerusalemme. La necessità di superare l’impasse e gettare delle nuove basi per costruire un processo di pace più credibile ed equilibrato non è più rimandabile. Molto dipenderà dalla capacità dei palestinesi di mantenere fermezza nelle loro richieste e promuovere una mobilitazione non violenta che tenga alta l’attenzione sulla questione, ed altrettanto dipenderà dalla volontà della comunità internazionale di farsi carico delle proprie responsabilità riconoscendo il fallimento delle precedenti trattative e richiamando Israele al rispetto dei propri obblighi internazionali; nei prossimi mesi sarà possibile capire se la richiesta palestinese alle Nazioni Unite sarà una reale svolta capace di contribuire in maniera positiva alla risoluzione del conflitto, o se sarà invece destinata ad essere solamente un’effimera vittoria simbolica.