Aguzzi Laura

Paul Kagame, la Francia e il genocidio [03/02/2012]

È un ciclone giudiziario di grande portata storica e diplomatica quello che si è abbattuto il 10 gennaio 2012 sulle relazioni tra Ruanda e Francia e sul ruolo giocato da quest'ultima durante il genocidio del 1994. Dopo 18 anni di tensioni, verità non dette e tesi negazioniste, l'inchiesta del giudice francese Marc Trevidic sembra spazzare via definitivamente le supposizioni che volevano i Tutsi istigatori del loro stesso massacro.

È un triangolo molto complesso quello che lega Paul Kagame, la Francia e il genocidio in Ruanda. Le sue linee hanno continuato a disegnare le relazioni tra i due paesi fino ad oggi. Tutto ha inizio, o quasi, quel famoso 6 aprile 1994. Sono le 20,30 a Kigali, l'aereo presidenziale con a bordo Juvenal Habyarimana, presidente del Ruanda, si sta preparando all'atterraggio. A bordo c'è anche il presidente del Burundi, Cyprien Ntaryamira, più una piccola folla di accompagnatori [1]. Gli accordi comportano ugualmente il passaggio a un governo di transizione a base allargata e l'interruzione da parte francese del supporto militare ed economico offerto al regime Hutu. La guerrilla si è infatti prolungata oltremodo anche per il supporto militare della Francia a Kigali, che aveva impedito alle forze ribelli, altrimenti superiori militarmente, di impadronirsi già da tempo del paese.

Alle 20,30, a Kigali, l'aereo presidenziale si sta preparando all'atterraggio quando viene colpito da due missili ed esplode in volo: tutti i passeggeri e l'equipaggio muoiono sul colpo. Poche ore dopo nelle strade del Ruanda è già l'inferno: accusando i ribelli del FPR per l'attentato, il governo ruandese da avvio ad un massacro sistematico e, da tempo immaginato, di Tutsi ed Hutu moderati. La storia è tristemente nota: in meno di 100 giorni, circa 800 000 persone perdono la vita. Numerosissimi sono anche i rifugiati che fuggono nella vicina Repubblica Democratica del Congo [2], fatto che darà vita ad una serie di annose controversie tra i due paesi. Il 6 aprile 1994 il Ruanda contava circa 7 milioni di abitanti: circa un settimo della popolazione è stata eliminata in poco più di tre mesi, durante quello che è passato alla storia come l'ultimo genocidio del XX secolo.

L'implicazione della Francia nella vicenda ha, ancora una volta, un sapore vagamente coloniale. Parigi sostiene il governo Hutu anche in ragione di una lettura dell'avanzata dei ribelli come un'espansione del fronte di influenza anglo-americano. Venuti d'Uganda [3], anglofoni e con il supporto degli americani e degli inglesi, i ribelli Tutsi sembrano una minaccia agli occhi della Francia di François Mitterand per la tutela degli interessi nazionali nella regione. Quando nel luglio 1994 le forze di Kagame prendono il controllo del paese, i rapporti tra Francia e Ruanda si irrigidiscono. Da un lato, secondo il nuovo governo ruandese le derive razziste e i propositi del presidente Habyarimana non potevano essere stati ignorati dalla Francia; dall'altro, per Parigi, pur riconoscendo gli errori di valutazione nei confronti del regime Hutu, la Francia non ha alcuna responsabilità di quanto avvenuto in seguito.

I rapporti tra i due paesi sono stati molto tesi almeno fino all'arrivo di Nicolas Sarkozy all'Eliseo. Sotto l'egida dell'allora Ministro degli Affari Esteri francesi, Bernard Kouchner, a piccoli passi le relazioni diplomatiche tra i due paesi sono riprese: dapprima Sarkozy e Kagame si sono incontrati a margine di un summit Europa-Africa a Lisbona, nel dicembre 2007, e in seguito il Presidente francese si è recato a Kigali nel febbraio 2010. La visita al memoriale del genocidio e il riconoscimento, seppur tardivo, degli errori commessi dalla Francia per il suo sostegno al regime di Habyarimana, distendono i rapporti diplomatici tra Parigi e Kigali.

Tuttavia, la diatriba franco-ruandese riguardo le responsabilità del genocidio non è passata soltanto attraverso il canale diplomatico. Considerata la portata di credibilità e di immagine che ne conseguiva per i due paesi, il confronto ha lungamente preso anche le forme del dibattito mediatico-politico e, soprattutto, del contenzioso giuridico.

Nel primo dei due ambiti, una serie di figure rilevanti del panorama intellettuale e politico francese ha sostenuto nel tempo tesi negazioniste pur di salvare l'onore della nazione. Accademici quali Bernard Lugan, il giornalista Pierre Péan o ancora uomini politici come l'ex ministro della cooperazione Bernard Debré o Dominique de Villepin [4], arrivano a sostenere la tesi del “doppio genocidio”. Affermano, quindi, che se è vero che il governo Hutu ha portato avanti un programma di sterminio verso la minoranza Tutsi, lo stesso ragionamento sarebbe stato applicato anche all'inverso tramite massacri sistematici ed esecuzioni sommarie. Essendo tale tesi priva di fondamento alla prova dei fatti, l'accusa nei confronti delle forze di Kagame prende le forme della responsabilità dell'attentato, “che ha causato un milione di morti”. L'equazione è tanto semplice quanto erronea: essendo l'attentato il casus belli per dare il via al massacro, chi si è reso responsabile di un tale atto è partecipe delle responsabilità di ciò che ne è seguito. Ed è qui che il negazionismo prende forma di contenzioso giuridico.

Il primo dei due giudici francesi ad occuparsi degli avvenimenti del 6 aprile 1994 è Jean-Louis Brugière, il quale colleziona un'impressionante serie di testimonianze ma non si reca mai in Ruanda prima di emettere il proprio giudizio. Nel 2006, la sua inchiesta stabilisce, in via apparentemente definitiva, che i missili che hanno abbattuto l'aereo presidenziale sono stati lanciati dai ribelli Tutsi del FPR e partiti dalla collina di Massaka, dominante l'aereoporto di Kigali. Sette mandati di arresto internazionali sono conseguentemente emessi a carico di stretti collaboratori del presidente Kagame. Di rimpallo il regime di Kigali mette in atto una contro-commissione di inchiesta, la commissione Mucyo, incaricata di far luce sul ruolo giocato dalla Francia durante il genocidio. Si registra allora il punto più basso delle relazioni diplomatiche tra i due paesi.

Nonostante la forte eco internazionale però, l'inchiesta del giudice Brugière presenta fortissime lacune: per esempio, il fatto di aver scartato a priori delle testimonianze capitali che avrebbero probabilmente fatto cadere la sua tesi principale. Secondo Gregoire de Saint Quentin, comandante di Marina, e il colonnello-medico Massimo Pasuch, infatti, entrambi residenti all'epoca al campo Kanombe contiguo all'aereoporto, i colpi del lancio di missili non potevano provenire da più lontano di 500 metri o 1 km rispetto alla loro abitazione. Inoltre, altro aspetto inquietante della vicenda, il giudice anti-terrorista Brugière era stato indicato immediatamente dopo l'attentato come il più adatto a portare avanti l'inchiesta [5]. Un ex ufficiale di gendarmeria, Paul Barril, aveva fatto con queste affermazioni il suo ingresso dirompente nell'ambito del contesto post-attentato in Ruanda. Barril era stato però ingaggiato dalla vedova di Habyarimana per “indagare” sulla vicenda, ed aveva anche dichiarato fintamente ai giornalisti di France 2 e di Le Monde di essere in possesso della scatola nera dell'aereo. Questo super-gendarme, infine, tra i primi a sostenere la tesi della responsabilità del FPR, aveva ugualmente lavorato di recente per François de Grossouvre, consigliere speciale per l'Africa di Mitterrand e ritrovato “suicidato” nel suo ufficio all'Eliseo, proprio all'indomani dell'attentato.

Nonostante l'inchiesta presentasse questi aspetti sordidi e poco chiari, dunque, è rimasta come punto fermo fino a pochi giorni fa, quando il rapporto del giudice Trevidic è stato presentato ai partiti politici in Francia. Della tesi sostenuta da Brugière non resta più in piedi praticamente nulla: a seguito di 20 mesi di inchiesta, con ricerche condotte sul campo in Ruanda e il sostegno fornito da una serie di esperti di balistica, acustica, incidenti aerei ed esperti geometri, questo nuovo rapporto stabilisce l'impossibilità scientifica che i missili che hanno colpito il fianco sinistro del Falcon 50 siano stati lanciati dalla collina Massaka. Al contrario, quest'ultimi sarebbero stati lanciati dal campo militare Kanombe, avamposto delle forze governative e all'epoca inaccessibile ai ribelli del FPR. L'aereo presidenziale sarebbe stato quindi abbattuto da “fuoco amico” e il presidente Habyarimana liquidato dai propri stessi alleati a conseguenza della sua eccessiva arrendevolezza nell'accettare un governo di larghe intese e l'apertura ai Tutsi. Pur non esplicitando tali accuse nei confronti delle FAR, il rapporto scagiona invece il regime di Kagame da quelle di essere mandante ed esecutore dell'attentato.

A questa seconda inchiesta si può accordare un giudizio di maggiore credibilità, anche considerando le ricerche sul campo e non ultimo il ritrattare di diversi testimone chiave nell'ambito dell'inchiesta Brugière [6]. Viene dunque spazzata via la tesi negazionista e si riconosce implicitamente l'aspetto premeditato del genocidio: esso non è più considerato come una conseguenza dell'attentato bensì inserito in un contesto politico più ampio e che fa della morte del presidente Habyarimana solo la causa scatenante del massacro. Resta invece da appurare il ruolo giocato dalla Francia nell'armare e nell'addestrare le milizie Hutu che si sarebbero poi rese responsabili dei massacri, e ugualmente la figura di Paul Barril. Inoltre, ennesimo particolare degno di attenzione, secondo le ultime ricerche, i missili usati per l'attentato sarebbero degli SA16 di fabbricazione russa: questo dato rafforza la tesi della partecipazione durante le operazioni di lancio, se non di forze armate straniere, almeno di mercenari. L'utilizzo di tali missili richiede infatti una preparazione specifica di mesi e nessuno, tra le forze militari ruandesi dell'epoca, poteva vantare un tale addestramento.

In conclusione rimane da chiedersi quanto sia lo spazio di indipendenza di una giurisprudenza che sembra accomodare ogni rebondissement della diplomazia esagonale; non sembra un caso infatti che al giudice Brugière corrispondesse un ruolo ben preciso ed una tesi da sostenere mentre al suo sostituto, per mutate necessità diplomatiche, ne sia corrisposto un nuovo e una nuova conclusione. Se il pur sempre inquietante regime di Kigali guadagna qualcosa in immagine da questa vicenda, chi sembra perderci più di tutti è la Francia. Nonostante le alterne fasi, infatti, che hanno caratterizzato l'esperienza coloniale e la politica estera dell'esagono, il dubbio ruolo giocato durante il genocidio del Ruanda potrebbe pesare profondamente sulla storia dei suoi rapporti con l'Africa.


Note

1. Il Presidente Habyarimana è accompagnato da: il generale maggiore Déogratias Nsabimana (capo dell'esercito ruandese), l'ambasciatore Juvénal Renzaho (consigliere del Presidente), il colonnello Elie Sagatwa (segretario privato del Presidente), il Dr. Emmanuel Akingeneye (medico personale del Presidente), nonché il maggiore Thaddé Bagaragaza. Il Presidente del Burundi, Cyprien Ntaryamira, è invece accompagnato dai ministri Bernard Ciza e Cyriaque Simbizi.]]; l'equipaggio è composto da piloti francesi[[L'equipaggio è composto dal Maggiore Jacky Héraud (pilota), il Colonnello Jean-Pierre Minaberry (co-pilota) e il capo-aiutante Jean Marie Perrine.]], fatto che contribuisce a rassicurare non poco il Presidente ruandese, allora sotto forti pressioni internazionali. Il gruppo è di ritorno da una riunione d'emergenza dei capi di stato africani, durante la quale Habyarimana ha promesso di installare un governo di transizione nazionale al suo rientro a Kigali, a partire dall'8 aprile. Una promessa destinata a non essere mantenuta. Già da mesi, infatti, il governo ruandese tergiversa sull'implementazione degli accordi di Arusha (un piccolo capolavoro di diplomazia, se solo praticabili). In due protocolli, firmati rispettivamente il 30 ottobre 1992 e il 9 gennaio 1993, gli accordi stabiliscono una tregua forzata alla guerra civile che dal 1990 insanguina il paese, condotta tra il governo estremista Hutu di Kigali e i ribelli del Front Patriotique Rwandais (FPR), guidati da Paul Kagame[[Attuale presidente del Ruanda (al suo secondo mandato) e a capo del paese di fatto dal luglio 1994

2. Allora ancora chiamato Zaire

3. I membri dell'FPR sono all'origine rifugiati o figli di rifugiati rwandesi fuggiti alle persecuzioni del governo Hutu e alla guerra civile tra Hutu e Tutsi della I e II Repubblica del Rwanda, rispettivamente 1963-1973 e 1973-1994.

4. Allora Direttore dell'Ufficio del Ministro degli Affari Esteri Alain Juppé

5. Ugualmente nel 1989 il dossier dell'attentato contro il DC10 della UTA che sorvolava il deserto Chiadiano e per cui si considera la Libia di Gheddafi come responsabile, era stato affidato allo stesso Brugière.

6. In particolare uno dei testimoni chiave dell'inchiesta, Emmanuel Ruzigana, ha completamente ritrattato le proprie dichiarazioni. Aveva precedentemente affermato che di essere presente sulla radura della collina Massaka il giorno dell'attentato, e che il luogo fosse infiltrato di forze del FPR.

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