Prelec Tena

Qualcosa è cambiato. Storia della foresta di Khimki [16/02/2012]

Infografiche e fotografie di Dario Ingiusto

Qualcosa è cambiato in Russia. Giorni prima delle elezioni tenutesi il 4 dicembre 2011 nessuno degli analisti che tenevano gli occhi puntati sul più vasto paese al mondo avrebbe predetto che i suoi cittadini si sarebbero rivoltati in massa contro un governo che, con poche variazioni di squadra, era rimasto saldamente al potere sin dal marzo 2000.

Eppure è successo, questo improvviso risveglio collettivo, senza che ce ne fosse stato il minimo preavviso. Il 5 dicembre 2011 5.000 persone scendono in piazza. Il 10 dicembre sono in 50.000. Il 24 dicembre sono in quasi 100.000: di gran lunga la manifestazione più grande dal crollo dell’URSS. Nuove manifestazioni sono in programma fino alle elezioni presidenziali del 4 marzo, che dovrebbero decretare il ritorno di Vladimir Putin alla più alta carica dello stato, e aprirgli la strada per altri dodici anni di potere.

E se questo ridestarsi non fosse stato poi così improvviso? Una scintilla, a dire il vero, c’era già stata. Poco aveva avuto a che vedere con i mezzi pixelati della Rete, che pure è stata ed è ancora assolutamente fondamentale per la diffusione di informazione e contro-informazione nel paese. Si tratta di una vicenda molto concreta, fatta di betulle, orsi, scoiattoli, cemento, donne, uomini, sangue – quella della foresta di Khimki.

Situata nella periferia nord-ovest di Mosca, accanto all’aeroporto di Sheremetevo, la foresta di Khimki è un polmone verde di grande ricchezza ambientalistica e con un peccato originale: quello di trovarsi sulla strada fra Mosca e San Pietroburgo. L’autostrada fra le due città esisteva già, ma era troppo congestionata – nonostante le sue dieci corsie – e si è quindi deciso di costruirne un’altra. Fra tutti i percorsi possibili, si è scelto di farla passare proprio nel bel mezzo di questa foresta millenaria. Tagliandola non in due, bensì in quattro, o addirittura in sette parti, sostengono gli ambientalisti. Ad ogni modo, l’attuazione del piano avrebbe firmato la condanna a morte di una foresta tanto amata quanto necessaria, in un conglomerato urbano sempre più oppresso dall’inquinamento.

Edifici in costruzione a Khimki, periferia moscovita.
Edifici in costruzione a Khimki, periferia moscovita.
A Khimki hanno sede numerosi centri commerciali…
A Khimki hanno sede numerosi centri commerciali…
…e la cementificazione della città continua senza soste.
…e la cementificazione della città continua senza soste.

Gli abitanti di Khimki scoprono questo progetto per caso e, a sorpresa per molti, decidono di opporvisi strenuamente. Scontrandosi con un’ostinazione mai vista da parte non solo della ditta costruttrice francese Vinci, ma anche del governo russo, nonostante le opzioni di modifica del piano di costruzione siano molte. Perché tanta caparbietà?

Per capirlo bisogna tornare al 2004, quando viene decisa la costruzione della M11 a rafforzamento della M10, l’autostrada “fra le due capitali” russe. Il progetto parte dal cuore di Mosca, segue la vecchia linea ferroviaria ormai abbandonata, la “linea d’ottobre” (Oktyabrskaya). Appena superata la tangenziale moscovita, il progetto autostradale lascia la ferrovia per virare bruscamente verso nord-est. Punta l'area boschiva tra Khimki e Dolgoprudnij, la attraversa per tutta la sua lunghezza, rasando al suolo 144 ettari di querce e conifere. Nei pressi dell'aeroporto, però, abbandona insensatamente il suo percorso, riabbracciando l'autostrada esistente M10 e proseguendo verso Pietroburgo sulle orme della vecchia linea d'ottobre.

L'autostrada esistente M10 Leningradskaya
L'autostrada esistente M10 Leningradskaya
La risposta a questa apparente incongruenza sta negli interessi economici. La M11, infatti, sarà la prima opera pubblica a partecipazione privata in Russia, e dunque anche la prima autostrada a pedaggio della Federazione. Il tratto fra i km 18 e 58, che transita per Khimki, è oggetto di un contratto blindato e separato da quello dell’opera complessiva. L’azienda incaricata di costruirlo è la North-West Concession Company, consorzio dietro al quale c'è il colosso francese Vinci e una serie di shareholders e compagnie-scatola con sedi sempre più misteriose (vedi schema). Ma non solo. Di mezzo ci sono anche il Ministero dei Trasporti Russo, due banche russe, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e la Banca Europea degli Investimenti (queste ultime due in seguito ritirano il loro supporto).
Distruzione dell'ecosistema
Distruzione dell'ecosistema
Chi specula sull'autostrada?
Chi specula sull'autostrada?

Il progetto è reso pubblico solo a cose fatte, una volta firmati tutti gli accordi, e senza molti squilli di tromba: l'annuncio compare sulla pagina dedicata ai chiromanti di un giornale locale. Con l'avallo del sindaco di Khimki, Vladimir Strelchenko, i lavori iniziano in sordina, nel 2008.

Nei mesi che seguono si ovvia a tutti gli ostacoli legislativi all’attuazione del piano, modificando leggi e persino smantellando il Servizio Forestale dello Stato, unico organo ufficiale che si era pronunciato contro il tracciato nella foresta fin dal 2006. Al bosco millenario di Khimki viene tolto lo status di “foresta”, facendola diventare una “zona di tutela delle acque”. Il culmine dell'offensiva è raggiunto nel novembre 2009: la legge numero 1642 converte il territorio del bosco in una superficie destinata ad accogliere infrastrutture. Firmata dal primo ministro in persona, Vladimir Putin.

L'obiettivo è chiaro: dietro l'autostrada si nasconde in realtà un più vasto progetto di trasformazione dell'area boschiva. Non sono solamente i 144 ettari interessati dal tracciato a far gola, ma gli oltre 100mila dell'intera area forestale, che ospitano specie animali rare, querce secolari e una straordinaria riserva di betulle, ultimo scrigno di biodiversità intorno ad una delle megalopoli più inquinate del pianeta. Una volta che quest’area sarà stata resa edificabile vi si scateneranno grandissimi interessi immobiliari. La foresta è situata in una posizione chiave, e i costi del mercato immobiliare moscovita, resi già stellari da anni di capitalismo aggressivo e senza scrupoli, non accennano a frenare. Un business piuttosto redditizio, in cui sono in molti ad avere più di qualcosa da guadagnare. In particolare, dietro all'autostrada M11 si cela Arkady Rotenberg, oligarca tra i più ricchi di Russia e... compagno di judo di Vladimir Putin negli anni '70.

Nello sbrogliare questa matassa, sono state diverse le persone ad avere avuto conseguenze pesantissime, atroci. Nessuno crede inizialmente al successo dei manifestanti di Khimki, nemmeno l’avvocato-blogger Aleksey Navalny, uno dei personaggi chiave delle rivolte in corso (non è affatto escluso che, in un futuro, sia proprio Navalny a sfidare il trono di Putin.). Eppure, i difensori di Khimki non si arrendono, e aumentano anzi esponenzialmente di numero, raccolgono sostenitori importanti sia in patria che all’estero, fino allo stop dei lavori decretato dal presidente Medvedev nell’agosto del 2010.

Cronologia della protesta
Cronologia della protesta
Lo stop alla costruzione, però, è solo temporaneo. Non si sa cosa ne sarà di questa foresta dopo che Medvedev, che ha approvato il fermo ai lavori, uscirà di scena dalla presidenza, e verrà rimpiazzato quasi certamente dal predecessore-successore Putin. Quello che è certo è che la sua distruzione non passerà inosservata, né che sarà portata a termine senza strenua resistenza. Perché, nell’immaginario collettivo, la foresta di Khimki è diventata molto di più del tesoro ambientalistico che comunque rappresenta. E’ diventata la Russia stessa.

“Non posso sopportare di stare a guardare mentre distruggono il posto che amo” – parola della leader del movimento, Evgenia Chirikova.

Le donne e uomini di Khimki

Evgenia Chirikova

“Proteggere qualcosa come la foresta di Khimki” è già diventata un’espressione corrente nella lingua russa. Significa proteggere qualcosa a qualsiasi costo, come se fosse quanto di più prezioso fosse rimasto sulla terra, e farlo nonostante si combatta dalla statura di un Davide contro più di un Golia. E, contro tutti i pronostici, farcela. Se ciò è successo è anche merito della persona-simbolo della battaglia: la 35enne Evgenia Chirikova. Capelli corti e biondi, due figlie, tre lauree e energia inesauribile. E’ lei che nell’estate del 2007 si accorge, passeggiando nel bosco con le figliolette, che alcuni alberi sono contrassegnati per essere abbattuti. Decide di fare qualcosa, e subito: convoca a casa sua tutto il vicinato. Nasce così il nucleo dei difensori di Khimki. Eugenia viene poi arrestata, bastonata, ricattata, ma non si ferma davanti a nulla. La sua caparbietà trascinante contagia altre decine, centinaia, e poi migliaia di persone. Oggi è lei stessa uno dei personaggi più stimati fra gli oppositori politici russi: se si candidasse sarebbero in molti a votare per lei.

Mikhail Beketov – la prima vittima

Il caso della foresta di Khimki è stato inizialmente snobbato dai media nazionali. Mikhail Beketov, redattore capo di Khimkisaja Pravda (la Verità di Khimki), che fonda e stampa a proprie spese, inizia fra i primi ad occuparsene. Nella primavera del 2008 pubblica una serie di coraggiosi articoli sulla questione, iniziando a dipanare la matassa degli interessi a monte. Riesce addirittura a far arrivare la questione alla televisione nazionale. Un mese dopo, la sua automobile esplode. Comincia a ricevere “offerte” di armistizio da parte di uomini vicini al sindaco di Khimki Vladimir Strelchenko. Quando rifiuta, gli viene ucciso il cane. Il giornalista sporge denuncia e continua la sua campagna di stampa, ma le conseguenze non si fanno attendere molto: il 13 novembre 2008 è bastonato violentemente e lasciato incosciente di fronte a casa sua. Le gambe di Beketov riportano lesioni così gravi che una ha dovuto essere amputata, le lesioni al cervello sono così profonde che il giornalista fa ora molta fatica a parlare. L’obiettivo allo stesso tempo più simbolico e agghiacciante dell’attacco sono, però, le sue mani: a Beketov i dottori devono amputare tre dita. Chiunque l’abbia attaccato, ha voluto fare in modo che non scrivesse mai più. Nessuno è stato ancora condannato per l’accaduto. In compenso, nel 2010 Beketov viene citato in giudizio da Strelchenko per diffamazione. “Non ho fatto niente di eccezionale”, dice, “ho semplicemente raccolto informazioni. Chiunque l’avrebbe fatto al mio posto”.

Oleg Kashin – fiori d’acciaio

Nel novembre 2010, in una stradina di centro Mosca, due uomini con in mano dei mazzi di fiori si avvicinano al corrispondente del giornale “Kommersant” Oleg Kashin. Nei fiori, gli uomini nascondono delle aste d’acciaio. Con queste aste colpiscono Kashin 56 volte in 90 secondi, causandogli profonde ferite su gambe, braccia, testa: le concussioni sono così profonde che i dottori sono costretti a tenere il giornalista in coma indotto per oltre due settimane. A più di un anno dall’accaduto, nessun colpevole è stato ancora trovato per il barbaro attacco. Gli esecutori rimangono al largo, i mandanti non sono mai stati individuati, i risultati preliminari delle investigazioni mai resi pubblici. Eppure, da fonti raccolte dal comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) [1], risulta che le ricerche portate avanti dagli investigatori abbiano chiaramente indicato alla premeditazione del delitto. Kashin è colpevole di aver criticato il potere; di aver messo il naso nel gruppo ultranazionalista Nashi (Nostri), vicino al Cremlino e da esso finanziato. Il giornalista, è, inoltre, autore di una lunga serie di articoli sulla foresta di Khimki. In relazione a questo possibile movente, sono stati interrogati molti rappresentanti di società di vigilanza privata sotto il controllo del potente sindaco di Khimki, Vladimir Strelchenko – gli stessi sospettati dell’attacco su Beketov. “Il presidente Medvedev ha promesso di far luce sulla vicenda”, dice Kashin, “ma ora inizio ad avere paura: da marzo il presidente non sarà più lui, e questa storia potrà cadere nel dimenticatoio”.

Oleg Melnikov – Anti-Seliger

“Mi hanno picchiato, spaccato la mascella, fatto cadere un dente. Solo il mio naso è ancora intattto. Ma non andiamo da nessuna parte, perché se ce ne andassimo le ruspe abbatterebbero tutti gli alberi” – dice Oleg Melnikov. Oleg è giovane, molto giovane. Eppure, a Khimki lo ascoltano tutti con grande attenzione – nonostante la parlata difettosa, rimastagli dopo l’incontro troppo ravvicinato con le forze dell’ordine mentre cercava di difendere la sua foresta. Nell’estate del 2011 è fra gli organizzatori principali del raduno Anti-Seliger. Il campo estivo Seliger, da cui l’Anti-Seliger prende il nome, è formalmente un forum giovanile che si definisce “progetto internazionale mirato a radunare 700 giovani di talento che diventeranno i leader del futuro”. L’iniziativa, tacciata di essere in realtà un tentativo di indottrinamento, è ampiamente finanziata dal governo russo, e vede la partecipazione del gruppo nazionalista Nashi, creato nel 2005 da Putin. Sul palco del Seliger troneggiano le immagini dei volti di soliti noti – presidente e primo ministro. L’Anti-Seliger di Melnikov e compagni ha radunato un gruppo di partecipanti forse non ugualmente giovane e numeroso, ma di grande rilievo. Vi hanno partecipato, fra gli altri: l’ex presidente del consiglio federale Sergey Mironov, il leader del partito liberale Yabloko, il politologo Alexander Morozov, la direttrice di Transparency International Russia Elena Panfilova, il critico d’arte Artemy Troitsky e il già citato Aleksey Navalny. Oleg dice: “Voglio che restiamo qui tutti insieme. Dobbiamo decidere il futuro del nostro paese insieme. E fare in modo che inizi con questa foresta”.

Yuri Shevchuk e Bono Vox – Rock n’ Wood

Dopo tanti tentativi di salvare una foresta andati a vuoto, chi altro poteva compiere il miracolo se non…. Bono Vox? Nell’agosto del 2010 gli U2 si trovano in tour nella Russia. Nello stadio di Luzhniki, a Mosca, oltre 60.000 fan accorrono per ascoltare la musica della band irlandese. A un certo punto del concerto, Bono sceglie di cantare un classico: “Knocking on Heaven’s Door”, di Bob Dylan. A metà canzone si ferma, e dice: “Yuri?”. Ed ecco che da dietro le quinte spunta Yuri Shevchuk, il frontman della band DDT. I DDT non sono una band comune, né Shevchuk è un rocker facilmente categorizzabile. La famosa canzone “Rodina”, del 1989, è allo stesso tempo una dura denuncia verso lo stato di una patria (rodina) diventata mostro (urodina) e una profonda dichiarazione d’amore per questa stessa madreterra. Shevchuk la cantera' e suonera' in seguito, sfidando le temperature polari, alla manifestazione anti-Putin e "per le libere elezioni" del 4 febbraio di quest'anno. Il suo rapporto con il governo russo è controverso: qualche mese prima Shevchuk affronta a sopresa testa-a-testa con Vladimir Putin a un concerto di beneficienza. “E’ sincero quando dice di voler far diventare il suo paese un posto più liberale e democratico, dove il diritto all’associazionismo pubblico non è soffocato e i cittadini non devono temere un poliziotto per strada?”, è stata una delle domande rivolte a un Putin. Anche se Bono Vox non pronuncia una sola parola riguardo a Khimki (se non a posteriori, dicendo di essere dispiaciuto di non aver portato la questione all’attenzione del presidente Putin durante il suo colloquio con lui), il sodalizio con Shevchuk, che la settimana prima aveva fatto un concerto in difesa della causa, porta il caso all’attenzione mondiale. Tanto che una manciata di ore più tardi Dimitri Medvedev annuncia lo stop dei lavori. Quanto durerà questo miracolo ambientalistico-musicale, e qual è il deus ex machina che dovrà intervenire la prossima volta? Lo scopriremo dopo il 4 marzo.


Documenti

Chi specula sull'autostrada? (PDF)

Cronologia della protesta (PDF)

Distruzione dell'ecosistema (PDF)


Note

1. http://cpj.org/blog/2011/12/impunity-still-reigns-in-beating-of-oleg-kashin.php

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