López Izquierdo Nieves, Labanti Federico

Deforestazione: un peccato in via di estinzione? [27/04/2012]

Percorsi di occupazione dell’Amazzonia brasiliana

A partire dagli anni ’80 il problema della distruzione della foresta amazzonica è stato al centro di innumerevoli discussioni, proteste e campagne di sensibilizzazione in tutto il mondo, protagonista nei mezzi di comunicazione, oggetto di innumerevoli studi scientifici e rapporti di istituzioni internazionali. Nonostante quest’attenzione, la partecipazione crescente della società civile e gli sforzi del governo brasiliano per mettere in campo nuove misure di controllo, la deforestazione negli ultimi vent’anni ha raggiunto medie molto alte.

La perdita di copertura vegetale è uno degli argomenti chiave nel dibattito mondiale sui cambiamenti climatici e le crisi ambientali. In Brasile, per l’estensione delle sue foreste, la deforestazione può essere considerata una sorta di “peccato originale”, a cui ricondurre un ampio spettro di fenomeni di degrado socioambientale. Oltre agli aspetti più strettamente ecologici, le attività predatorie sulla vegetazione nativa sono collegate alla disparità economica e sociale, con rendite faraoniche da un lato e contadini sem terra dall’altro, al caos della situazione fondiaria, a diffusi fenomeni di violenza rurale e alla proliferazione di sistemi corruttivi a vari livelli istituzionali.

La pressione umana sulla foresta è un fenomeno che coinvolge una molteplicità di attori, di attività e di diversi gradi di sviluppo, non sempre ugualmente detectabili. La deforestazione a raso (cioè quella che “ripulisce” completamente il terreno) è il principale indicatore per sintetizzare la penetrazione dell’uomo nel bioma amazzonico, ma non ne esaurisce la portata. Nel 2002 la pressione umana complessiva ammontava a circa il 47% di tutta l’Amazzonia brasiliana (Barreto, 2006), valore ottenuto sommando un 19% di “pressione umana consolidata” (quella cioè che ha un impatto più intenso e duraturo, comprendente aree deforestate, insediamenti della riforma agraria e complessi urbani) e un 28% di “pressione umana incipiente” (lo sfruttamento meno incisivo o temporaneo, come il prelievo di legno pregiato e altri prodotti forestali, lo sfruttamento minerario ecc.).

Un’altra distinzione importante è quella tra deforestazione legale, a scopo produttivo e a norma di legge, da quella illegale, condotta a fini speculativi e derivante da corruzione, appropriazione indebita di terre e infrazione delle leggi di tutela dell’ambiente. E’ ovviamente a questo secondo tipo di deforestazione che sono maggiormente legati il disordine fondiario, la violenza e la durezza delle condizioni di vita caratteristici nelle avanguardie della frontiera agricola. I settori produttivi implicati più o meno direttamente nell’occupazione del territorio tramite deforestazione sono molteplici: industria del legno, allevamento, agricoltura famigliare e agricoltura industrializzata. L’allevamento occupa circa il 75% dell’area deforestata nell’Amazzonia brasiliana [1]. L’espansione di questo settore è stata associata, negli anni ’70 e ’80, alla elargizione di sussidi e incentivi fiscali e in seguito all’espansione costante dei mercati interni ed esteri di carne bovina. Dal 1990 al 2008 il numero di capi bovini presenti nella regione amazzonica è passato da 21,1 milioni (18% del totale nazionale) a 71,4 milioni (36%), su una superficie di circa 25,3 milioni di ettari, e il Brasile è diventato dal 2004 il maggior esportatore mondiale di carne bovina (Barreto et al., 2009).

L’enorme espansione dei pascoli in Amazzonia si deve innanzitutto al fatto che in altre regioni, come negli stati del sud, vengono sostituiti da colture più redditizie come la canna da zucchero, il cotone e le granaglie (Barreto, 2008). In termini di lucro e rischio di investimento, l’allevamento in Amazzonia tende ad essere più vantaggioso che in altre regioni [2] e dalla pratica di occupare illegalmente terre pubbliche. La causa principale di deforestazione è in particolare l’allevamento estensivo a bassa produttività, sebbene si stima che questa sia mediamente aumentata del 32% nel periodo 1995-2006 (da 0,7 capi per ettaro a 0,96), grazie al vigore dei pascoli in terre appena deforestate e a crescenti investimenti in tecnologie riproduttive. L’aumento relativo di produttività unito al minor prezzo dei terreni è stato quindi sufficiente per compensare la generale arretratezza del settore rispetto all’agricoltura e il minor prezzo del bestiame amazzonico, più basso di circa un 10-19% rispetto al Centro-sud. (Arima et al., 2005; Barreto, 2008). “In Amazzonia c’è un legame molto forte tra deforestazione e allevamento, a causa dell’informalità, che diventa spesso illegalità, caratteristica di quest’attività. E’ quella più spesso associata a fenomeni di grilagem perché è la forma più facile di appropriarsi della terra: disboschi e metti i bovini, non hai bisogno di nient’altro” (Adriana Ramos [3]).

L’occupazione illegale di terre pubbliche permette di creare dal nulla un patrimonio privato commercializzabile, formalmente attraverso documenti falsi [4].

Il traffico di legname ha, come detto, un ruolo fondamentale soprattutto all’inizio del processo di degrado forestale: favorisce la penetrazione di uomini e incendi, dà avvio alla catena speculativa sulla terra e all’accumulo del capitale iniziale da investire in altre attività, è difficilmente detectabile dai sistemi di monitoraggio via satellite [5]. Secondo una stima del 2004 (Lentini et al., 2005) in Amazzonia circa il 20% dei madeireiros (trafficanti di legname) intervistati hanno dichiarato che avevano intenzione di investire nel settore dell’allevamento. Oltre a ciò la penetrazione in aree di foresta vergine con la costruzione di ponti e strade, anche se molto rudimentali, crea materialmente dei canali privilegiati di penetrazione per le fasi successive del processo di occupazione (Arima, 2005).

I finanziamenti pubblici giocano ancora oggi un ruolo importante nell’espansione dell’allevamento in relazione alla deforestazione. Diversi studi (Wood et al., 2003; Brandão et al., 2006) mettono luce ad esempio come negli insediamenti rurali della Riforma Agraria [6], per i quali sono disponibili maggiori sussidi, si tende a deforestare di più che tra i piccoli produttori fuori dagli insediamenti e senza aiuti finanziari.

La produzione familiare, sia per l’agricoltura che per l’allevamento, ha contribuito significativamente alla dinamica della deforestazione sin dagli anni ’70-’80, quando era la protagonista del progetto di colonizzazione dell’interno del paese. In quanto meno vulnerabile ai grandi numeri dell’economia nazionale e internazionale, l’agricoltura familiare si espande ancora oggi soprattutto in funzione dei movimenti di popolazione, della creazione di nuovi insediamenti della Riforma Agraria e dei sopraccitati incentivi alla produzione (Alencar et.al., 2004). Si potrebbe considerare che per lo meno questo modello di occupazione porta maggiori benefici alla popolazione sotto forma di impieghi e produzione alimentare. Tuttavia le difficoltà logistiche delle aree più marginali e l’inadeguatezza all’agricoltura di molti terreni che vengono riassegnati ai contadini, si traducono generalmente in uno scarso ritorno economico e sociale per i piccoli produttori.

L’agricoltura industriale di leguminose e cereali a grande scala sta infine assumendo sempre più rilievo nelle recenti dinamiche di deforestazione. La pressione sulla foresta in questo caso si manifesta prevalentemente in modo indiretto, con l’occupazione di terreni a pascolo già disboscati. Uno dei protagonisti assoluti del boom dell’agricoltura meccanizzata è senz’altro la soia, spinta dall’aumento delle esportazioni e dall’alto tasso di meccanizzazione del suo ciclo produttivo. Il suo sviluppo è legato alla presenza di multinazionali e grandi latifondi; si manifesta principalmente dove le condizioni di accesso al mercato sono migliori (relativamente ad un contesto comunque difficile) e sulle terre dal maggior potenziale produttivo (Alencar et al., 2004).

Riassumendo, le tappe che portano un’area di foresta vergine a diventare una florida monocoltura di leguminose seguono una catena di eliminazione progressiva della vegetazione che generalmente include: disboscamento selettivo per il commercio di legno pregiato; apertura con incendi dei terreni e diffusione del pascolo; taglio a raso e ripulitura del terreno per le coltivazioni. La successione di queste fasi non necessariamente segue questo ordine anche se si può ritenere un modello abbastanza consolidato.

La straordinaria espansione della soia in Mato Grosso ad esempio è in gran parte avvenuta su pascoli già formati. Questa circostanza viene usata sovente come discolpa dalle grandi aziende soiere, accusate di contribuire ai più alti tassi di deforestazione al mondo, registrati nello Stato solo qualche anno fa. Lo stesso discorso si ripete coi timori, espressi da più parti, a fronte dell’allargamento della domanda di agrocombustibili da esportazione, in tempi di sete crescente di fonti energetiche rinnovabili. Chi ha interessi nello sviluppo di questo settore tende ad enfatizzare l’idea che non ci sia una correlazione diretta tra deforestazione e produzione di etanolo da canna da zucchero o di biodiesel dalla soia, cosa per ora vera in senso stretto, ma che non tiene conto della dinamica complessiva dell’occupazione di nuovi territori lungo la frontiera amazzonica. Se effettivamente le coltivazioni di soia sorgono in genere su terreni che già hanno ospitato un’attività dopo la deforestazione (soprattutto pascolo), è però evidente che l’espansione sproposita di una sola coltura (il Mato Grosso tra il 1999 e il 2003 ha quasi raddoppiato la sua produzione di soia) porta allo spostamento delle altre attività verso nuove terre. Le coltivazioni di soia svolgono quindi un ruolo determinante nel consolidamento di aree già deforestate, spesso illegalmente, creando le condizioni per la rivalutazione terriera, la nascita di nuove città e l’incremento delle infrastrutture. A quasi 40 anni da quando è stata introdotta in Rio Grande do Sul, la soia si è diffusa ininterrottamente verso nord, occupando vastissime aree di Cerrado e arrivando infine alla Foresta Amazzonica, grazie anche all’intenso sviluppo tecnologico che ha permesso di adattare la pianta al clima tropicale. L’attuale agroindustria soiera conta oggi con circa 22 milioni di ettari di area piantata (Conab, 2008) e non pare affatto sia sul punto di fermare la sua espansione. Anzi recentemente l’aumento della domanda di soia nei mercati esteri ha portato alcuni municipi dell’Amazzonia Legale, dove questa coltura era già insediata, all’espansione delle piantagioni in aree deforestate da poco. Anche per l’industria soiera insomma la conversione diretta foresta-coltivazione può in certi casi essere più conveniente della classica conversione pascolo-coltivazione (Alencar, 2005).

Come fa notare Adriana Ramos dell’Instituto Socioambiental, data la natura del fenomeno deforestazione, non è affatto risolutivo responsabilizzare solo chi materialmente taglia o brucia la foresta: è infatti soprattutto il settore finanziario ad alimentare la macchina della deforestazione, attraverso il ciclo speculativo della terra e per la forte influenza del mercato delle commodities. Inoltre, continua la Ramos, altri fattori sono direttamente collegati all’avanzata della frontiera agricola, come lo sviluppo infrastrutturale: porti, strade, magazzini per lo stoccaggio, centrali di elaborazione, ecc, condizionano fortemente i flussi di occupazione di nuove terre. Secondo studi effettuati dall’Imazon (Barreto et al., 2006) la “pressione umana consolidata”, cioè aree deforestate, centri urbani e insediamenti della Riforma Agraria, si realizza principalmente attorno ai grandi fiumi navigabili, alle strade ufficiali e non ufficiali (cioè aperte illegalmente). E’ stato stimato (Greenpeace, 2006) che dal 2004 al 2006 circa l’85% di tutta la deforestazione sia avvenuta in una fascia di 50 km per ogni lato delle strade principali che attraversano l’Amazzonia. Storicamente i grandi progetti infrastrutturali portano infatti alla forte rivalutazione delle terre nella loro area di influenza, per ovvie ragioni di abbattimento dei costi di commercializzazione delle risorse estratte o coltivate. Spesso basta il semplice annuncio di un investimento per dare il via al processo di speculazione fondiaria e alle prime fasi di penetrazione illegale nella foresta.

In queste dinamiche le grandi compagnie multinazionali giocano un ruolo fondamentale. Oltre ad acquistare dai produttori locali i raccolti e immetterli nell’immenso mercato internazionale delle commodities, queste imprese offrono sementi, fertilizzanti e ogni genere di prodotto fitosanitario; hanno le risorse per costruire porti, silos di stoccaggio e centri di smistamento, finanziare strade e porti fluviali. Cargill, ADM, e Bunge, compagnie leader mondiali del settore alimentare e della commercializzazione di granaglie, sono responsabili per circa il 60% dei finanziamenti alla produzione della soia brasiliana e quindi, in buona parte, anche di ciò che succede sui campi coltivati, previa deforestazione, da altri anelli della stessa catena.

Multinazionali, mega-infrastrutture e mercati esteri (favorevoli o anche solo accondiscendenti) sono il motore della complessa macchina che alimenta l’avanzata della frontiera agricola a scapito della foresta, nonostante prolifichino in tutti e tre gli ambiti politiche più o meno riuscite di greenwashing e autentiche conversioni al rispetto delle realtà locali. Se il miraggio della “deforestazione zero” sia sul punto di concretizzarsi o meno è probabilmente ancora presto per dirlo. I tassi del periodo 2008-2009 sono effettivamente “storici” dal punto di vista numerico, con un 56% in meno della media 1990-2007 e il record di poco più di 7000 kmq tagliati, minimo assoluto almeno dal 1988, quando sono cominciate le misurazioni. Al di là delle ragioni congiunturali e dei meriti politici che possono aver condizionato questi dati e considerando che comunque 7000 kmq sono un Friuli-Venezia Giulia di foresta primaria che se ne va per sempre in un solo anno, l’incognita maggiore è quella di riuscire a mantenere un trend discendente. Il mercato mondiale, crisi improvvise a parte, non pare sul punto di registrare un calo nella domanda di prodotti agroindustriali. Chi ha interessi giganteschi o illegali nella rete che coinvolge la deforestazione ha dimostrato di non tenere in alcun conto il benessere delle popolazioni dell’Amazzonia né di avere un particolare rispetto per l’ambiente e sarebbe forse ingenuo aspettarsi il contrario. Il problema semmai è un altro.

L’imperativo della crescita economica e dello sviluppo mega-infrastrutturale è diventato uno snodo centrale della macchina politica brasiliana. D’altra parte anche il contenimento degli impatti ambientali che inevitabilmente derivano dalla volata della crescita, si sta imponendo come un imperativo cui difficilmente potranno sottrarsi i governi che in futuro reggeranno il paese. Risolvere le contraddizioni che esplodono quando queste due missioni istituzionali entrano in conflitto sarà senz’altro una delle sfide cruciali che il Brasile dovrà affrontare nei prossimi decenni.

Bibliografia

- AAVV., 2007, Almanaque Brasil Socioambiental, Institut Socio-environnemental. Sao Paolo
- Alencar A., Nepstad D., McGrath D., Moutinho P., Pacheco P., Diaz M.del C.., Soares Filho B., 2004, Desmatamento na Amazônia: indo além da “emergencia cronica”, Ipam, Belém
- Arima E., Barreto P., Brito M., 2005, Pecuaria na Amazônia: tendências e implicações para a conìservação ambiental Imazon, Belém
- Barreto P., Souza Jr C., Nogueròn R., Anderson A., Salomão R., Wiles J., 2006, Pressão humana na foresta amazônica brasileira, Imazon, Belém
- Barreto P., Pereira R., Arima E., 2008, A pecuaria e o desmatamento na Amazônia na era das mudanças climaticas, Imazon, Belém
- Brandão Jr A., Souza Jr C., 2006, Deforestation in Land reform settlements in the Amazon, Imazon, Belém
- Barreto P., Silva D., 2009, Os desafios para uma pecuaria mais sustentavel na Amazônia, Imazon, Belém
- Conab (Companhia Nacional de Abastecimento), 2008, Acompanhamento da safra Brasileira, Grãos, Safra 2008/2009
- Greenpeace, 2006, Eating up the Amazon
- Lentini, M.; Pereira, D.; Celentano, D.; Pereira, R., 2005, Fatos Florestais da Amazônia 2005, Imazon, Belém
- Wood, C.; Walker, R.; Toni, F. 2003, Os efeitos da posse da terra sobre o uso do solo e investimentos entre pequenos agricultores na Amazônia brasileira, in Tourrand, J. F e Veiga, J. B., Viabilidade de sistemas agropecuários na agricultura familiar da Amazônia Embrapa Amazônia Oriental, Belém, pp. 427-436

Sitografia
- www.conab.gov.br
- www.conservation.org
- www.envolverde.com.br
- www.estadão.com.br
- www.imazon.org.br
- www.inpe.br
- www.ipam.org.br
- www.ibama.gov.br
- www.socioambiental.org


Note

1. La percentuale è ancora maggiore se si considera che molte aree a pascolo sono state abbandonate e quindi classificate come aree inutilizzate (Alencar e altri, 2004)

2. Si stima che per allevamenti a grande e media scala il tasso medio di ritorno dell’investimento sia circa un 35% superiore che nel centro-sud del paese (Arima e altri, 2005)]]. Avviare quest’attività ha costi di investimento inferiori a causa dei prezzi bassi della terra amazzonica[[Il prezzo della terra aumenta soprattutto in relazione alla possibilità di praticare agricoltura meccanizzata e accedere alle reti di distribuzione delle commodities. In Amazzonia ciò è possibile solo in alcune zone e pertanto il prezzo della terra di alcune regioni è determinato solo dalla lucratività dell’allevamento, minore di quella dell’agricoltura meccanizzata

3. Adriana Ramos, coordinatrice dell’Istituto Socioambiental (ISA), intervistata a Brasilia il 07/07/2009

4. E’ appunto la cosiddetta grilagem, termine che designa l’attività di chi, il grileiro, falsifica titoli di proprietà per occupare terre pubbliche, quasi sempre con la complicità di funzionari corrotti. Il nome deriva dalla pratica di collocare i falsi atti di proprietà in una cassa contenente grilli, per dargli un aspetto antichizzato più verosimile]] o informalmente, e accumulare capitale aggiuntivo con il commercio di legname. L’allevamento viene utilizzato dagli speculatori come veicolo privilegiato per penetrare nella foresta e la scarsa produttività viene compensata dalla speculazione fondiaria. Infatti il mantenimento di un regime estensivo con scarsi investimenti, sebbene sia meno redditizio, è funzionale ad assicurare il possesso della terra nell’aspettativa di una sua rivalutazione, che può verificarsi ad esempio in concomitanza con migliorie infrastrutturali (Barreto et al., 2009). Tuttavia l’equilibrio tra investimento e ritorno economico non pare sufficiente per spiegare l’alta percentuale di “terre produttive non utilizzate”, cioè terre occupate e poi abbandonate. Altri fattori concorrono a stimolare il ricorso alla deforestazione, ad esempio l’elargizione di crediti in forma di sussidio e di prestiti bancari a tassi agevolati[[I principali fondi pubblici utilizzati nell’Amazzonia Legale sono il Fondo Costituzionale di Finanziamento del Nord (FNO), del Centro-Ovest (FNC). I tassi di interesse del credito rurale fornito da questi fondi sono molto più bassi di quelli di mercato

5. Per ovviare questo inconveniente dal 2003, all’interno del Piano di Azione per la Prevenzione e il Controllo della Deforestazione nell’Amazzonia Legale, è stato introdotto un nuovo sistema, denominato DETER, per seguire gli stadi intermedi del processo di deforestazione. Dal 2008 l’Inpe ha poi sviluppato un sistema specifico, il DEGRAD, per elaborare i dati ottenuti col DETER e mappare le aree in cui la copertura forestale non è ancora stata completamente rimossa

6. Con riforma Agraria si intendono le attività per la riorganizzazione della proprietà terriera attraverso l’intervento del governo. In Brasile la prima legge Brasiliana in questo senso è lo Statuto della Terra del 1964, riconfermata e rafforzata nella Costituzione Repubblicana del 1988. Vi si afferma in sintesi che la proprietà rurale deve favorire il benessere dei lavoratori e dei proprietari, mantenere livelli soddisfacenti di produttività e preservare le risorse naturali, pena l’intervento del governo che procede all’esproprio dei latifondi improduttivi e alla rassegnazione delle terre ai contadini (AAVV, 2007)

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