López Izquierdo Nieves, Labanti Federico

Brasile: potenza agricola o ambientale? [07/06/2012]

Deforestazione e boom economico

Il Brasile si presenta oggi sulla scena internazionale come una delle potenze economiche emergenti, principalmente come esportatore di materie prime derivate dall’agricoltura e dall’allevamento, attività che da almeno una ventina d’anni hanno raggiunto elevatissimi livelli di produzione. D’altra parte è progressivamente aumentata la percezione del valore, anche economico, del patrimonio naturale contenuto in questo paese dalle dimensioni continentali, in particolare riguardo a beni strategici per il futuro della terra come l’acqua dolce, la copertura forestale e la biodiversità.

La grandiosità della ricchezza socioambientale del Brasile è notoria: è il primo tra i paesi megadiversi del pianeta, contribuendo per circa un 10-20% al biota [1] sono vissute per secoli sfruttando le risorse disponibili e modificando l’ambiente (molto più di quanto si ritenga comunemente), ma senza alterarne gli equilibri ecologici fondamentali, perpetrando conoscenze e pratiche che costituiscono ancora oggi uno dei patrimoni più preziosi del paese.

L’interazione dell’uomo col territorio brasiliano ha tuttavia dato luogo anche a primati assai meno lusinghieri: tassi elevatissimi di disuguaglianza sociale, di povertà rurale e urbana, innumerevoli crimini violenti legati alla terra, migliaia di lavoratori ridotti in condizioni di lavoro schiavo e problemi ambientali noti in tutto il mondo, principalmente quando si parla di deforestazione.

Le enormi potenzialità di questo gigante sudamericano sono state storicamente inibite da uno sviluppo economico disomogeneo e scostante, da una fragilità strutturale che almeno fino alla fine degli anni ’90 si è manifestata sotto forma di un enorme debito estero, gravi problemi di disoccupazione, elevati tassi di inflazione e di povertà.

Una serie di misure adottate nel corso dei due governi Lula (2002-2010) ha portato notevoli successi in termini di rilancio dell’economia nazionale e di fiducia dei mercati internazionali, raggiungendo risultati storici come l’azzeramento del debito estero, il controllo dell’inflazione, forti tassi di crescita e una maggior apertura ai mercati mondiali. Le ragioni di questo “miracolo economico” sono, tra le altre, da ricercare nel boom mondiale dei prezzi delle commodities da esportazione (la soia e la carne bovina), nell’espansione di nuovi mercati, in primis quello cinese (che per importazioni dal paese sudamericano nel 2009 ha scavalcato quello statunitense) e nelle possibilità offerte da settori incipienti nel mercato globale come quello degli agrocombustibili e dei servizi ambientali.

La storia del Brasile è sempre stata marcata da cicli economici fortemente legati allo sfruttamento del suolo e delle risorse naturali. Agricoltura e allevamento in particolare sono perni centrali dell’economia brasiliana sin dai tempi coloniali e oggi questo paese si presenta sui mercati internazionali soprattutto come una superpotenza del settore agroindustriale, che contribuisce a circa un terzo del PIB, al 40% delle esportazioni e al 30% degli impieghi (AAVV, 2007). Zucchero, etanolo, tabacco, soia, miglio, mandioca, agrumi, caffé, cacao, fagioli, carne bovina, sono alcuni dei prodotti di cui il Brasile è tra i primi esportatori mondiali. La nascita di questo protagonista di primo piano della Rivoluzione Verde, che lo ha investito a partire dagli anni ’70, è stata accompagnata da crescenti critiche internazionali contro il deterioramento di ambienti naturali fino ad allora scarsamente antropizzati. Le dinamiche che hanno portato all’avanzamento della frontiera agricola a scapito della foresta sono inizialmente legate all’erogazione di sussidi governativi e alla speculazione terriera. Negli anni ’60 e ’70 l’occupazione di nuove terre è avvenuta per una precisa politica di colonizzazione, secondo un modello di sviluppo e di integrazione della regione amazzonica basato su grandi investimenti in infrastrutture e incentivi fiscali per convertire vaste aree di Cerrado [2] e di foresta in pascoli e coltivazioni. Si assiste così alla penetrazione nell’interno del paese di tecniche agricole inadeguate alle caratteristiche di questa regione tropicale, all’affermarsi di una prassi predatoria delle risorse naturali totalmente incurante delle conseguenze socioambientali e che in buona parte è attiva ancora oggi.

Negli anni ’80 e ’90 la riduzione degli investimenti pubblici dovuta alla recessione economica è stata ampiamente compensata dalla forte crescita dell’agrobusiness, dell’allevamento, dell’industria del legno e dei meccanismi speculativi sulle terre pubbliche. Il costante sviluppo tecnologico ha permesso di espandere oltremisura le quote produttive di alcuni prodotti, come le oleaginose, fino a raggiungere una posizione di elevata competitività internazionale, ma generando anche una forte spinta all’occupazione di nuove aree. Gli investimenti pubblici nella regione amazzonica riprendono dalla metà degli anni ’90 con programmi come Brasil em Acção (1996-2002) e, qualche anno più tardi, col vasto piano governativo di sviluppo infrastrutturale Avança Brasil (2000-2003). Gigantesche campagne di investimento che sono state da molti criticate per le conseguenze potenzialmente devastanti sull’ambiente, in particolare nelle aree che gravitano attorno all’apertura di nuove strade. Queste infatti rendono viabile l’estrazione di legname in nuove aree di foresta e accelerano il percorso di conversione in pascoli e campi coltivati (Nepstad et al., 2000).

Oggi le forze che influenzano i fenomeni di deforestazione in Amazzonia sono complesse e variamente interrelate: meccanismi corruttivi; investimenti pubblici per infrastrutture; l’espansione dei piccoli insediamenti rurali in attuazione della Riforma Agraria [3]; inversioni di capitale privato di grandi imprese straniere e nazionali per il mercato d’esportazione; criminalità ambientale legata al commercio del legno e alla speculazione terriera; impunità diffusa dovuta alla lentezza dei processi amministrativi, investigativi e giudiziari (Celentano et al., 2007).

La svolta economica dei governi Lula è stata accompagnata da altri vigorosi programmi come il Plano Brasil para Todos (Plano Plurianual 2004-2007), il PAC (Programma di Accelerazione della Crescita 2007-2010) e il PAC 2 (2011-2014), che hanno supportato il rilancio dell’economia brasiliana attraverso una serie di investimenti in ambito prevalentemente infrastrutturale, con lo scopo di integrare fasce di popolazione e aree marginali del paese nell’economia nazionale e internazionale. Gli interventi che ne sono derivati hanno avuto certamente degli effetti positivi, ma hanno anche riproposto un modello di “integrazione” (come già si diceva negli anni ’60) ancorato alla logica quantitativa “più infrastrutture = più sviluppo = più ambiente”, ma in definitiva hanno avuto scarse ricadute sulle popolazioni locali e impatti ambientali non controllati.

L’Amazzonia, area storicamente marginale nell’economia brasiliana, costituisce da almeno una ventina d’anni la frontiera economica su cui investire grazie al boom delle esportazioni e ai rinnovati accordi politico-economici con gli altri paesi del Sudamerica. In questo senso, molte critiche sono state mosse al megaprogramma IIRSA (Integrazione dell’Infrastrutture Regionale Sud Americana, 2000-2020) firmato da 12 presidenti sudamericani per migliorare i collegamenti tra le economie dei vari paesi con la realizzazione di progetti nel settore energetico, dei trasporti e delle telecomunicazioni. Secondo l’ONG Conservation International, in uno studio pubblicato nel 2007 (Killen, 2007) questo programma visionario, che punta a creare il supporto logistico per fare del Sudamerica una comunità di nazioni, non è stato disegnato tenendo adeguatamente conto dei potenziali impatti ambientali e sociali che inevitabilmente genererà in molte aree ecologicamente sensibili del Sudamerica (Foresta Amazzonica, Cerrado, ecosistemi andini ecc.). Le uniche disposizioni ambientali riguardano i singoli progetti senza che venga considerato l’impatto complessivo di tutti gli investimenti e i suoi effetti nel lungo periodo. La colonizzazione della foresta troverebbe nuovi canali di espansione attorno ai grandi assi di comunicazione previsti, rendendo appetibili aree remote dell’interno al crescente mercato delle esportazioni. E’ un meccanismo che ha sempre dato lo stesso risultato: aumento della deforestazione. Dal punto di vista sociale c’è l’intenzione condivisibile di ridurre la marginalità delle comunità rurali più isolate e creare nuove opportunità economiche. Un obbiettivo che sulla carta è difficilmente contestabile, visto il pessimo livello dei servizi in cui versano certe aree del paese. La storia tuttavia insegna che quasi sempre le mega-opere e l’ingresso improvviso nel tritacarne dei mercati globali, in mancanza di solidi sistemi di controllo, pregiudica drammaticamente le popolazioni tradizionali e indigene (Killen, 2007). Inoltre, fa presente Magnolia Said, presidente dell’ONG Esplar, al di là dei proclami il programma non è pensato per avvicinare i paesi e i loro popoli, ma per adattare e incorporare territori identificati in base alla maggior incidenza di risorse strategiche. Questo genere di logica è la stessa che in passato ha portato alla concentrazione iniqua di enormi capitali e all’impoverimento della popolazione rurale. L’avanzata della frontiera agricola in Amazzonia è un processo dinamico, vorace ed eterogeneo. Si manifesta in azioni che spesso rimangono nell’ombra dell’immensità territoriale e delle difficoltà operative degli organi di controllo, coperta da lunghe filiere corruttive e dalla violenza più spiccia. Le difficoltà logistiche nel gestire un fenomeno così complesso, molto difficilmente troveranno una soluzione nella liberalizzazione selvaggia del mercato e nella realizzazione di grandi opere senza le dovute cautele.

Le pratiche di occupazione della regione amazzonica tendono ad alimentare un’economia locale che segue il modello “boom-collasso” (Celentano et al., 2007): c'è un boom economico nel corto periodo con una rapida produzione di capitale, indicatori economici in crescita (PIB e occupazione), finché le risorse disponibili lo permettono; poi la situazione comincia a peggiorare e in mancanza di azioni correttive si può arrivare al collasso, quando cioè degrado e sfruttamento inadeguato portano all’impoverimento definitivo di un’area. Che si tratti di cambiamento del regime climatico regionale, di desertificazione, di precarizzazione e inquinamento delle risorse idriche, di perdita di biodiversità o impoverimento dei suoli, il degrado ambientale ha gravi conseguenze soprattutto su chi dipende direttamente dalle risorse naturali, come i gruppi indigeni, le popolazioni tradizionali, i piccoli agricoltori. Ne ha molte meno per i grandi soggetti economici o per chi opera fuori dalla legalità, con disponibilità di capitale e possibilità di movimento enormemente maggiori. La massimizzazione delle rendite cui pretende il settore dell’agrobusiness passa paradossalmente dalla minimizzazione della ricchezza naturalmente disponibile. Ecosistemi costruiti in migliaia di anni vengono così trasformati in pascoli mal sfruttati o in monocolture inadatte a terreni che impoveriscono troppo rapidamente e che richiedono quindi un uso crescente di agrotossici, con l’aggravio ulteriore del danno ambientale. In molti ormai sostengono che la lotta tra cieco sviluppo e contenimento dei suoi disastrosi impatti trovi nel paradigma dello sviluppo sostenibile la sua soluzione più ragionevole. Nel dibattito politico degli ultimi anni la figura di Marina Silva, già Ministro dell’Ambiente nei due governi Lula e candidata alle presidenziali del 2010, ha parlato con forza della necessità che tutte le politiche statali, e non solo quelle ambientali, vengano integrate all’insegna di una sostenibilità trasversale. Il problema insomma non è tra costruire o non costruire, occupare o non occupare, coltivare o fare dell’Amazzonia una grande riserva, quanto piuttosto il come farlo: minimizzando gli impatti ambientali (soprattutto nelle aree più sensibili), correggendo i danni del passato e i modelli produttivi inefficienti (come l’abbandono delle aree degradate o l’allevamento estensivo), promuovendo l’inclusione delle popolazioni locali nel recupero ambientale e nella distribuzione della ricchezza, adottando sistemi di controllo trasparenti e nel lungo periodo, punendo seriamente le infrazioni ecc. Per dirla con uno slogan dell’ Istituto Socioambiental: “Sviluppo sì, in qualsiasi modo no!”.

Numerose iniziative sono avanzate in questa direzione, sia da parte di organizzazioni che lavorano sul territorio che delle istituzioni, ma nella pratica esistono ancora fortissime resistenze perché una nuova visione di sviluppo venga attuata. In altre parole, la valorizzazione delle risorse e dei servizi ambientali non è ancora riuscita ad assumere il protagonismo politico ed economico che meriterebbe, date le enormi potenzialità del paese. A prescindere dalle situazioni limite in cui criminalità e corruzione prendono il dominio del territorio, è chiaro che non si è ancora raggiunta una sintesi operativa tra sviluppo e preservazione che sia virtuosa per entrambi. Permane ancora forte l’idea che la tutela dell’ambiente faccia per forza da freno allo sviluppo e che sia necessario stabilire delle priorità: per i "ruralisti" è solo dopo lo sviluppo (agricolo tradizionale) che si può pensare alla preservazione (di ciò che rimane), per gli ambientalisti non può esserci sviluppo (sostenibile) senza preservazione (produttiva). Può forse apparire una semplificazione eccessiva, e di fatto il dibattito è molto più articolato, ma spesso è proprio in questi termini che vengono prese decisioni politiche e commerciali, impostate le campagne elettorali o di protesta. Gli ambiti più problematici in questo senso sono, come detto, i piani energetici e infrastrutturali, in particolare la costruzione di centrali idroelettriche e reti di comunicazione, obiettivi primari sia del PAC che del PAC 2. Alcuni dei casi più discussi sono stati il complesso idroelettrico del Rio Madeira, le PCH (Piccole Centrali Idroelettriche) previste nei principali tributari dell’alto Rio Xingu, l’idrovia Araguaia-Tocantins, e l’enorme bacino della diga di Belo Monte sul Rio Xingu, la terza al mondo per capacità.

Al di là dell’impatto delle singole opere, comunque gestibile in fase progettuale e realizzativa, sono gli effetti aggregati che si scatenano sul territorio circostante a generare i maggiori problemi di controllo. È l’inafferrabilità congenita all’avanzata della “frontiera agricola”: in costante tensione tra le pressioni dell’industria agro-estrattiva, i limiti di legge in materia socio-ambientale, l’imperativo di fornire a tutti i brasiliani servizi basici e le forme di illegalità diffusa che si concentrano proprio in corrispondenza delle occupazioni indiscriminate di nuove terre. A ciò si aggiungano le enormi difficoltà logistiche che incontrano quotidianamente gli organismi preposti alla fiscalizzazione delle terre o al rilascio delle licenze ambientali, come l’Ibama [4], resi inefficienti dalla cronica mancanza di risorse in un contesto già di per sé molto problematico.

In questo quadro è opportuno sottolineare che l’Amazzonia, per quanto cruciale ed estesissima, non esaurisce affatto il deficit ambientale del quinto paese al mondo per estensione. In termini di preservazione gli altri biomi si trovano infatti tutti in condizioni peggiori dell’Amazzonia, soprattutto in relazione all’espansione delle zone urbane e delle grandi monocolture come soia, canna da zucchero e allevamenti bovini. Se infatti la Foresta Amazzonica è ancora in piedi per circa l’82-83%, il Cerrado, bioma molto meno conosciuto, difeso e studiato, pur essendo la savana biologicamente più ricca del pianeta e dando origine ai tre grandi bacini idrografici del paese, ha già perso buona parte della sua vegetazione originaria. Per una sorta di pregiudizio ecologico, fino ad oggi il monitoraggio sistematico satellitare della copertura forestale è stato ristretto alla sola regione amazzonica. L’ex Ministro dell'Ambiente Carlos Minc (2008-2010), successore della Silva nell'ultimo governo Lula, ha finalmente lanciato nell’aprile del 2009 il Progetto di Monitoraggio della Deforestazione dei Biomi Brasiliani (2008-2009), per compensare finalmente l’assurda mancanza di considerazione per ecosistemi che tra l’altro sono fondamentali per la stessa Amazzonia. I risultati del progetto hanno portato a stimare nell'ordine del 48% (fino al 2008) la perdita di copertura vegetale originaria per questo bioma.

Quest’area, grande come il Venezuela, è stata colonizzata a partire dagli anni ’70, quando la frontiera agricola cominciava ad espandersi, e occupata da allevamenti, coltivazioni di soia, cotone, canna da zucchero e carbone vegetale. La saturazione di queste aree ha portato alla ricerca di nuove terre verso ovest, nel Maranhão, nel Tocantins, nel Mato Grosso, nel Pará, oltre i margini della foresta. La fascia di transizione tra i due biomi, che corre dal Maranhão a Rondônia, diventa il tristemente noto "arco di deforestazione", un far west di grileiros, affaristi, ladri di legname, multinazionali, fazendeiros e piccoli agricoltori che alimentano anno dopo anno il processo di deforestazione.

Il Cerrado è ancora oggi il cuore della colonizzazione agraria cominciata 40 anni fa e nella regione oggi vi si produce circa il 50% della soia del paese (cioè il 13% di tutta la soia mondiale) e un terzo dei capi bovini, solo per citare i due dati più importanti. Qualora i ritmi attuali di deforestazione rimanessero costanti si prevede la totale scomparsa del Cerrado entro il 2030, circostanza che avrebbe gravissime conseguenze sulla stessa Amazzonia. Non c’è spazio in questa sede per affrontare gli altri biomi: Caatinga, Mata Atlântica, Pampa e Pantanal. Basti dire che sono tutti, eccetto il Pantanal, addossati alla costa atlantica, dove si concentra quasi la totalità della popolazione brasiliana e dove la colonizzazione agricola, industriale e urbana ha da più tempo lasciato la sua impronta sul territorio.

La sproporzione tra la visibilità mondiale della Foresta Amazzonica e gli altri ecosistemi si ripropone nella legislazione, negli investimenti per la ricerca, nei programmi di monitoraggio e di difesa del territorio. Ha chiare ripercussioni nell’agone politico e nel mercato economico. A partire circa dagli anni ’80 l’immagine della più grande foresta equatoriale del pianeta è stata fortemente associata al problema della sua distruzione, ai “campi da calcio” che ogni minuto scompaiono sotto incendi e bulldozer, lasciando arido deserto al posto di un paradiso tropicale. Ovviamente quest’enfasi, sproporzionata rispetto allo stato di degrado degli altri biomi, deve molto alla concomitanza tra il boom della penetrazione agricola nell’interno del paese e l’emergere della deforestazione come un nodo cruciale della problematica relazione uomo-ambiente. Per André Alves del FORMAD [5], da noi intervistato nel 2009, è anche un problema di percezione: la foresta densa è semplicemente più facile da “vendere”. La sua biodiversità, la ricchezza d’acqua, le popolazioni indigene che vi abitano, sono in qualche modo più visibili, più facilmente spendibili nelle battaglie per l’ambiente, nelle operazioni di greenwashing delle grandi aziende, nel finanziamento di progetti di ricerca e nei vertici di politica internazionale, che non le stesse ricchezze nel Cerrado, percepito da molti come una inutile sterpaglia di alberi contorti, o nei pochi ritagli rimasti di Mata Atlântica. Senza nulla togliere alla gravità dei crimini ambientali perpetrati sul suolo amazzonico, c’è quantomeno una vistosa contraddizione di fondo.

E di contraddizioni ne emergono di continuo attraversando la frontiera agricola, perfetta metafora geografica del difficile dialogo tra sviluppo e preservazione che si sta consumando in questi anni. Da un lato lo scandalo dei delitti socioambientali collegati all’abbattimento della foresta, dall’altro il diritto di un paese ad utilizzare le proprie risorse e gestire autonomamente il proprio territorio per svilupparsi, come è avvenuto in tutti i paesi del primo mondo, durante secoli. Se è indubbiamente impressionante la rapidità con cui sono state derubate aree vergini grandi come interi stati europei in meno di vent’anni, è anche vero che il Brasile contribuisce da solo a quasi un terzo delle foreste primarie mondiali, una percentuale destinata a crescere nei prossimi decenni e che in qualche modo depone a suo favore.

La foresta amazzonica immagazzina circa 300 milioni di tonnellate di carbonio, una quantità enorme per un singolo paese. Il Brasile tuttavia si trova in un’assai poco lusinghiera quarta posizione nella classifica dei maggiori emettitori di gas serra (dati del 2005) [6], pur non essendo tra i responsabili storici dell’effetto serra e utilizzando una delle matrici energetiche più pulite del mondo. La causa di questo apparente paradosso è localizzata nella stessa Amazzonia, la cui deforestazione contribuisce per un 70% al totale nazionale delle emissioni. Riguardo all’acqua, sia atmosferica che superficiale, si potrebbe disegnare un analogo circolo vizioso: un bene abbondantissimo in tutta l’Amazzonia, alla base dello sviluppo di agricoltura e allevamento in questa regione, ma la cui disponibilità è messa in serio pericolo proprio dall’espansione di queste attività che attraverso la deforestazione rompono il ciclo idrologico.

Nell’ultimo quarto di secolo il Brasile è stato un assiduo frequentatore della lista nera dei peggiori criminali ambientali del pianeta, ma è stato anche uno degli interlocutori internazionali di primo piano nelle discussioni riguardo allo stato del pianeta terra, imprescindibile quando si parla di foreste. Come pochi paesi al mondo infatti ha le caratteristiche per presentarsi come un laboratorio avanzato di ricerca scientifica e di sperimentazione politico-economica riguardo alle questioni ambientali (Duarte, 2003).

Quindi potenza agricola o ambientale? Per il momento prevale ancora la prima ed è difficile prevedere quando la seconda potrà realizzarsi compiutamente, soprattutto dopo la recentissima (25 Aprile 2012) approvazione del nuovo Codice forestale che di fatto riduce le aree protette e concede un’amnistia a chi ha abbattuto illegalmente grandi aree di foresta fino al luglio del 2008.

La possibilità di includere in modo strutturale i cosiddetti servizi ambientali nelle negoziazioni commerciali e negli accordi internazionali (tra i più citati oggi c’è la capacità della foresta di immagazzinare CO2, ma ce ne sono molti altri) sarà forse il passo decisivo perchè foreste, savane, e aree paludose non siano più considerati terreni improduttivi da colonizzare senza limiti, ma luoghi unici di produzione dell’insostituibile ricchezza del paese. Il Brasile insomma si configura ancora come una frontiera molto problematica anche se non mancano segnali incoraggianti nella società civile riguardo alla sua capacità di contenere l’indole predatoria che da sempre caratterizza l’homo economicus.

Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata in francese su Visions cartographiques il 4 novembre 2010 con il titolo: Le Brésil, puissance agricole ou environnementale?

Bibliografia

- AAVV., 2007. Almanaque Brasil Socioambiental. Istituto Socioambiental. Sao Paolo.
- Arima E., Barreto P., Brito M., 2005. Pecuaria na Amazonia: tendências e implicações para a conservação ambiental. Imazon. Belém.
- Celentano D., Verissimo A., 2007. O avanço da frontiera na Amazonia: do boom ao colapso. Imazon, Belém.
- Gallas D., 2009. Crise fortaleceu papel do Brasil no mundo. BBC Brasil.
- Killen T.J., 2007. A perfect storm in the amazon wilderness, in Advances in Applied Biodiversity Science, n°7. Conservation International, Arlington VA.
- Duarte L.C.B., 2003. Politica estera e maio ambiente. Jorge Zahar. Rio de Janeiro
- Ferriera M.E., Ferriera Jr L.G., Ferriera N.C., Rocha G.F., Nemayer M., 2007. Desmatamentos no bioma cerrado: uma anàlise temporal (2001-2005) com base nos dados MODIS-MOD13Q1. Annais XIII Simposio Brasileiro de Sensoriamento Remoto, Florianopolis, Brasil, INPE, p. 3877-3883.
- Branco S.M., 1995. O desafio amazonico. Moderna, Sao Paolo.
- Nepstad D., Capobianco J.P., Barros A.C., Carvalho G.,, Moutinho P., Lopes U., Lefebvre P., 2000. Avança Brasil: os custos ambientais para Amazônia. Gráfica e editora Alves, Belém.

Sitografia

www.socioambiental.org

www.imazon.org.br

www.conservation.org

www.inpe.br

www.ipam.org.br

www.iirsa.org

www.brasil.gov.br/pac/

www.ibama.gov.br

http://www.formad.org.br


Note

1. Il biota è l’insieme delle specie vegetali e animali esistenti in una certa area.]] mondiale; ospita ecosistemi unici per complessità ed estensione, che contribuiscono per ben il 28% al patrimonio delle foreste primarie mondiali e a un terzo di quelle tropicali; contiene più del 20% del flusso superficiale di acqua dolce. L’Amazzonia, “polmone verde del pianeta”, svolge un ruolo essenziale per la stabilità ambientale e climatica del Sud America e di tutto il mondo, immettendo nell’atmosfera settemila miliardi di tonnellate d’acqua all’anno e immagazzinando enormi quantità di CO2, circa il 10% del totale ritirato dagli ecosistemi terrestri. Anche la società brasiliana può essere considerata “megadiversa” e ricchissima per origini, cultura e modalità di interazione col territorio. Le popolazioni indigene e quelle cosiddette tradizionali[[Per popolazioni tradizionali in Brasile si intendono gruppi di piccoli produttori famigliari che coltivano la terra e/o praticano attività estrattive come pesca, caccia e raccolta. La loro produzione è rivolta basicamente alla sussistenza e si realizza in genere senza arrecare danni significativi all’ambiente. Le popolazioni tradizionali brasiliane sono identificate da termini che si riferiscono all’attività economica prevalente, all’origine etnica, o ai luoghi in cui vivono: si chiamano seringueiros, ribeirinhos, babaçueiros, quilombolas, caboclos, caiçaras, quebradeiras de coco ecc. (ISA, 2007).

2. Savana tropicale e secondo bioma brasiliano per estensione.

3. La Riforma Agraria brasiliana prevede in sintesi l’intervento dello stato nell’esproprio di latifondi improduttivi e la successiva ripartizione delle terre per insediare piccoli agricoltori.

4. Istituto Brasiliano dell’Ambiente e delle Risorse Naturali Rinnovabili

5. Il FORMAD è il Forum Matogrossense per l’Ambiente e lo Sviluppo, attivo dal 1992 come il principale interlocutore tra i movimenti socioambientali e il Governo dello stato.

6. Dopo Cina, Stati Uniti e Unione Europea, nella classifica che include le emissioni per cambio di uso del suolo.

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