Harribey Jean-Marie

Sviluppo, energia, ecologia [24/08/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

L’intera storia dello sviluppo economico è legata all’utilizzo crescente di energia. Con l’ingresso sulla scena economica dei paesi emergenti, tale crescita è destinata ad accelerare, scontrandosi però con due ostacoli sempre più grandi: l’esaurimento programmato delle principali risorse energetiche fossili e il riscaldamento climatico causato dalle emissioni di gas a effetto serra. Il superamento delle contraddizioni richiederà una trasformazione profonda dei modelli di produzione e di consumo, da effettuarsi con estrema urgenza nei paesi ricchi e molto rapidamente nei paesi emergenti.

 

La domanda annua mondiale di energia primaria, oggi, è di circa 12.000 milioni di tonnellate di equivalente petrolio (tep), suddivise come segue: 35% per il petrolio, 25% per il carbone, 21% per il gas naturale, 13% per le energie rinnovabili, 6% per il nucleare. Quasi la metà del consumo è da imputare ai membri dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), ma la loro quota diminuisce a mano a mano che aumenta – ed aumenta in modo estremamente significativo – il consumo dei Paesi asiatici, come la Cina e l’India. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) prevede che la domanda di energia primaria crescerà di più della metà tra il 2004 e il 2030, arrivando a raddoppiare nel 2050. Le evoluzioni previste fino al 2030, però, modificheranno solo di poco il rapporto tra le diverse fonti energetiche: i combustibili fossili vedranno aumentare leggermente il loro impatto sul totale dall’80,5% all’81,2%, le energie rinnovabili passeranno dal 13,2% al 13,7%, il nucleare dal 6,4% al 5%.

Tuttavia, ci vuole prudenza nel formulare questo genere di statistiche e previsioni, perché, da un lato, le cifre in tep fanno emergere scarti importanti tra i bilanci in energia primaria e quelli in energia finale, soprattutto a causa delle emissioni di calore delle centrali elettriche, e, dall’altro lato, perché i combustibili fossili non emettono tutti la stessa quantità di carbonio. I bilanci globali, infatti, possono essere falsati dall’impatto delle filiere produttive con i rendimenti peggiori (elettricità d’origine geotermica e nucleare). La combustione di un tep di carbone, inoltre, emette 1,35 volte più carbonio di un tep di petrolio e 1,72 volte più carbonio di un tep di gas naturale.

Fonti 1990 (Mtep) 1990 (%) 2004 (Mtep) 2004 (%) 2030 (Mtep) 2030 (%) Crescita 2030 / 2004 Crescita annua 2030 / 2004
Petrolio 3.181 36,4 3.940 35,2 5.575 32,6 41,5% 1,34%
Carbone 2.183 25,0 2.773 24,8 4.441 26,0 60,2% 1,83%
Gas naturale 1.680 19,2 2.302 20,5 3.869 22,6 68,1% 2,02%
Nucleare 525 6,0 714 6,4 861 5,0 20,6% 0,72%
Idraulica 185 2,1 242 2,2 408 2,4 68,6% 2,03%
Biomassa e rifiuti 923 10,6 1.176 10,5 1.645 9,6 39,9% 1,30%
Altre rinnovabili 56 0,6 57 0,5 296 1,7 419,3% 6,54%
Totale 8.733 100 11.204 100 17.095 100 52,6% 1,64%

Fonte: Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE), World Energy Outlook 2006.

Malgrado queste incertezze, le previsioni delineano uno scenario preoccupante, per il presente e per il futuro, sia per l’equilibrio ecologico del pianeta sia per il diritto all’energia, imperativamente paritario, di tutti gli esseri umani.

Se le tendenze attuali si protrarranno, le riserve mondiali di petrolio basteranno per una quarantina d’anni, quelle di gas naturale per cinquanta o sessant’anni. Il «picco di Hubert», o peak oil, si situerebbe tra il 2015 e il 2025, il picco della produzione di gas tra il 2025 e il 2035. Le riserve di carbone dureranno più a lungo, tra un secolo e mezzo e due secoli; quelle di uranio dureranno una sessantina d’anni. Le risorse non rinnovabili si esauriranno, quindi, in tempi più o meno brevi e questo processo non sarà certo fermato dall’aumento, pur inevitabile, del loro prezzo.

Domanda mondiale di energia primaria
Domanda mondiale di energia primaria

Emissioni di diossido di carbonio (CO2) imputabili al settore energetico
Emissioni di diossido di carbonio (CO2) imputabili al settore energetico

Fonte: Maria Argiri, AIE, World Energy Outlook, Défis stratégiques, 2006.

Al problema della scarsità, inoltre, si aggiunge il problema del riscaldamento climatico, provocato o comunque aggravato dalle emissioni di gas a effetto serra, soprattutto di diossido di carbonio (CO2) e metano. Le emissioni di CO2 aumenteranno ancora più rapidamente che il consumo di energia primaria, perché, nella composizione dell’energia primaria, crescerà la percentuale delle fonti energetiche che emettono maggiori quantità di carbonio (carbone, scisti bituminosi). Così, il Gruppo Intergovernativo di esperti sull’Evoluzione del Clima (GIEC) ha calcolato che, nel nostro secolo, la temperatura terrestre potrebbe subire un aumento da 1,8°C a 4°C. Mentre il Protocollo di Kyoto prevede una riduzione minima del 5,2%, rispetto al 1990, delle emissioni di gas dei paesi industrializzati entro il 2012, per limitare a 2°C l’aumento della temperatura servirebbero una divisione per due entro il 2050 per il mondo intero e una divisione per quattro nei paesi ricchi.

L’individuazione di soluzioni richiede innanzitutto che vengano chiarite cause e responsabilità dell’esaurimento delle risorse e del riscaldamento climatico. Su questo punto, è necessario sottolineare che delle emissioni di carbonio sono responsabili, da due secoli, i paesi industrializzati. Sebbene i paesi emergenti più vasti – come la Cina e l’India – stiano recuperando terreno, rispetto ai paesi industrializzati, in materia di emissioni di gas a effetto serra, le responsabilità non si rivelano affatto le stesse se si confrontano le emissioni per abitante: un nordamericano emette 7 volte più carbonio di un cinese e 12 volte più carbonio di un indiano; un europeo, rispettivamente, 4 e 7 volte di più.

Nei principali paesi industrializzati, sono le abitazioni e i trasporti che rappresentano le percentuali maggiori del consumo di energia finale. In Francia, ad esempio, le abitazioni e il terziario ne costituiscono il 42%, i trasporti il 32%, l’industria il 24% e l’agricoltura il 2%. Queste cifre mostrano che la riduzione del consumo energetico e delle emissioni di carbonio ad esso correlate imporrà, in futuro, una trasformazione profonda dell’edilizia, dell’urbanistica e del sistema dei trasporti. Ma i trasporti, oggi, sono strettamente dipendenti dai modi di produzione: la divisione internazionale del lavoro e la delocalizzazione fanno crescere la necessità di trasportare le merci da una parte all’altra del globo, per fabbricarle, assemblarle, imballarle e, alla fine, consumarle. Il capitalismo contemporaneo, con la generalizzazione del libero scambio, è “energetivoro” e rappresenta la causa principale del vertiginoso aumento delle emissioni di carbonio. Nessuna regolamentazione mondiale del riscaldamento planetario sarà efficace se non verrà rimessa in discussione, nei suoi stessi fondamenti, la logica dell’accumulazione. Le procedure previste nell’ambito del Protocollo di Kyoto per limitare le emissioni di gas a effetto serra si sono rivelate ampiamente insufficienti. Sul mercato europeo del carbonio, ad esempio, il prezzo alla tonnellata del carbonio è precipitato in pochi mesi, perché la Commissione Europea e gli Stati avevano messo in circolazione un numero troppo elevato di quote. L’Unione a 15 doveva ridurre dell’8% le sue emissioni entro il 2012, rispetto al 1990. Ora, nel 2005, l’Unione era riuscita a ridurle, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), soltanto del 2%.

Le soluzioni tecniche potranno contribuire alla stabilizzazione del clima e ad un’equa ripartizione delle risorse, intra ed intergenerazionale, solo con una regolamentazione mondiale coerente. Tra le possibili soluzioni, viene invocato spesso il miglioramento dell’efficacia energetica delle procedure produttive, misurata in base alla loro intensità energetica. Ma, da una parte, l’AIE fa notare quanto siano rallentati, negli ultimi anni, i progressi in termini di efficacia. Dall’altra, il miglioramento dell’efficacia rischia di essere annullato dal parallelo aumento quantitativo della produzione (“effetto rimbalzo”). Per evitare che i paesi in via di sviluppo causino gli stessi danni della rivoluzione industriale occidentale, è indispensabile la diffusione delle tecniche, che, però, non potrà aver luogo finché sarà ostacolata dagli accordi sulla proprietà intellettuale, negoziati in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Poiché gli esperti concordano nel dire che il nucleare di terza o quarta generazione non può costituire un’alternativa a livello mondiale, sarebbe logico aumentare rapidamente il ricorso alle energie rinnovabili, ma, considerato il ruolo dei combustibili fossili nei sistemi di produzione e trasporto, la percentuale delle energie rinnovabili nella domanda globale è destinata a restare minoritaria, se, nei prossimi anni, non verranno effettuati massicci investimenti in questo settore. È, quindi, evidente la necessità di modificare in modo drastico l’approccio alla questione energetica. Invece di partire da un’offerta che bisognerebbe far crescere indefinitamente per rispondere a una domanda che, a sua volta, si suppone infinitamente crescente, bisogna considerare innanzitutto i servizi resi dall’energia, perché la quantità di energia consumata da un dato servizio varia sensibilmente in base all’uso e all’apparecchio impiegato. Ad esempio, la distanza percorsa in treno o in auto con la stessa quantità di energia può variare da 1 a 10. Di conseguenza, per ribaltare la curva del consumo energetico finale ed ottenere la diminuzione prescritta dal fattore 4 [1], una possibile strategia dovrebbe combinare energie rinnovabili, cogenerazione (produzione simultanea di elettricità e calore a partire dallo stesso combustibile), rilocalizzazione delle produzioni, trasformazione delle abitazioni e dei trasporti.

Da quanto detto, emerge che le questioni di crescita economica, le questioni energetiche e le questioni economiche rinviano tutte al modello di sviluppo delle società moderne, che, sino ad ora, hanno orientato le proprie scelte in base a un solo criterio essenziale, la redditività dei capitali. Il persistere, ovvero l'aggravarsi, delle disuguaglianze nel mondo - che, ormai, si misurano anche in termini di accesso a risorse in rarefazione - e i rischi di una perturbazione irreversibile degli equilibri ecologici impongono cambiamenti fondamentali.


Note

1. Il termine "Fattore 4" trova la propria origine nel titolo di un rapporto redatto, per il Club di Roma, da E.U. von Weizsäcker, A.B. Lovins e L.H. Lovins negli anni Novanta, designando l'obiettivo di migliorare di quattro volte l'efficacia dei modi di produzione, cioè di produrre quattro volte di più utilizzando la stessa quantità di materie prime e di energia. In Francia, con gli impegni assunti dal capo di Stato e dal primo ministro nel 2003, l'espressione "Fattore 4" indica l'obiettivo di dividere per quattro le emissioni totali di gas a effetto serra della nazione entro il 2050, cioè di ridurle del 75% in meno di cinquant'anni.

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