Sinaï Agnès

La riduzione dei gas a effetto serra: una fatalità della ragione ecologica [24/08/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

L’equazione è tanto semplice quanto spietata: se, entro i prossimi cinque anni, la comunità umana non si accorderà su una revisione completa del sistema energetico mondiale, essa non riuscirà né a rispondere all’aumento globale della domanda di energia, né a stabilizzare in tempo le emissioni di gas a effetto serra, responsabili del pericoloso riscaldamento globale. In questo secolo, la ricaduta climatica e l’assottigliamento delle riserve petrolifere dovrebbero determinare l’emergere, sempre che non degenerino in una regressione caotica, di una civiltà della sobrietà.

 

I rapporti dei circa 200 scienziati affiliati al Gruppo Intergovernativo sull’Evoluzione del Clima (GIEC) delineano, per i secoli a venire, scenari climatici dalla validità incontestata. Il recente quarto rapporto del GIEC conferma che il livello di concentrazione di gas a effetto serra necessario per stabilizzare le temperature ad un livello inferiore di almeno due gradi rispetto ai valori del XXI secolo si aggira attorno ai 400-450 ppm (parti per millione) di CO2 equivalente. Sempre secondo l’ultimo rapporto del GIEC, se l’aumento della temperatura superasse i 2,5 o i 3 gradi, i giacimenti di carbone vegetale diventerebbero fonti nette di emissione di CO2 e l’Amazzonia si trasformerebbe in una savana, con un ulteriore riscaldamento climatico di più di un 1 grado. E la situazione non sarebbe più gestibile.

Ora, l’ipotesi più verosimile di innalzamento della temperatura, fornita dal quarto rapporto del GIEC, si aggira attorno a +3°C, purché le emissioni di CO2 equivalente si stabilizzino a 550 ppm. L’incertezza aumenta se si considera che, nel caso in cui i gas a effetto serra continuassero ad accumularsi nell’atmosfera al ritmo attuale, la temperatura potrebbe aumentare, entro la fine del secolo, di un valore compreso tra 1,1°C e 6,4°C. Una velocità di surriscaldamento senza precedenti: durante la transizione interglaciale, la Terra si è riscaldata di 1°C ogni millennio. Ora, se la Terra si riscaldasse, per ipotesi, soltanto di un grado ogni 100 anni, si tratterebbe già di un cambiamento almeno dieci volte più rapido del ritmo di evoluzione naturale.

A seconda che la temperatura globale aumenti di 2°C, 4°C o 6°C nei prossimi 100 anni, la carta del mondo cambierà significativamente. Un aumento di 1°C determinerà la morte delle barriere coralline. Un aumento di 2°C segnerà la fine delle colture di caffè in Africa. Un aumento di 3°C comporterà la fusione della calotta polare della Groenlandia. Con un aumento di 4°C la corrente del Golfo s’insinuerà nelle acque della calotta artica in fusione. Dalle scelte politiche attuali dipende il futuro della vita sulla Terra nei secoli a venire, ovvero nei prossimi millenni.

La comunità dei negoziatori e i think tanks economici sembrano ormai convinti della minaccia insita negli stravolgimenti climatici. Il rapporto del consigliere governativo britannico Nicholas Stern ha suscitato grande scalpore quando, nel 2006, ha annunciato che il riscaldamento globale potrebbe costare sino a 5.500 miliardi di euro all’economia mondiale - da cui emerge un’inattesa convergenza di interessi tra gli ambientalisti e una parte del mondo degli affari, che, per diverse ragioni, calcolano quanto rischia di costare la scelta di non fare nulla.

La traiettoria delle emissioni deve essere concretamente invertita: come prospettare seriamente una divisione per quattro delle emissioni dei paesi industrializzati entro il 2050 quando queste sono in netta ascesa? L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) non ha forse pubblicato, nel luglio 2006, uno scenario tendenziale che prevede un’impennata del 137% delle emissioni mondiali di CO2 tra il 2003 e il 2050? Questo sconvolgente scenario preconizza il ricorso a petroli non convenzionali e a carburanti sintetici, a partire dal carbone, nel momento in cui il petrolio greggio, in assenza di riserve sufficienti, avrà raggiunto un prezzo troppo elevato.

I meccanismi previsti dal Protocollo di Kyoto sono troppo complessi per poter stabilire con la necessaria urgenza le future traiettorie delle emissioni. Allo stato attuale, i meccanismi economici previsti dal Protocollo basano interamente la loro efficacia ambientale sul prezzo della tonnellata di CO2 sul mercato internazionale dei permessi d’emissione: questo prezzo è, al momento, molto basso (circa 1 euro per una tonnellata di CO2 equivalente), mentre, secondo il GIEC, esso dovrebbe essere fissato a 100 dollari per una tonnellata di CO2 equivalente, per spingere gli agenti economici ed industriali ed effettuare sostanziali riduzioni ed evitare così il 40 o 50% di emissioni attese per il 2030. Piuttosto che affidarsi ad una negoziazione sulle quote, gli Stati dovrebbero accordarsi sulla fissazione di un prezzo alla tonnellata nazionale.

Le traiettorie che conducono al Fattore 4 [1] proposto dal gruppo Négawatt suggeriscono un’alternativa praticabile sin da oggi. Si tratta di agire sulla domanda energetica (per ridurla) e di orientare l’offerta verso le energie rinnovabili. Eliminare gli sprechi nei processi di produzione, che costituiscono quasi la metà del consumo di energia primaria attuale. Raddoppiare l’impiego dei trasporti in comune – autobus o treni – nel trasporto passeggeri è una soluzione realista. Stabilizzare a 3,3 litri/100 km, invece che ai 7 litri attuali, il consumo medio dei motori; sviluppare il telelavoro e l’auto-condivisione: simili misure sono accessibili per la volontà politica e accettabili per l’opinione pubblica. Il riadattamento energetico di abitazioni vecchie e nuove è perfettamente realizzabile. L’attuazione di queste soluzioni, che creerà centinaia di migliaia di posti di lavoro, impone di decentrare la produzione di energia nell’ambito di un’economia rilocalizzata. Le collettività locali, soprattutto le regioni, sono il luogo più adatto per effettuare quest’ineluttabile conversione del nostro rapporto con l’energia. La volontà di cambiare rotta emerge dovunque, senza più aspettare che i meandri della diplomazia climatica internazionale trovino una soluzione. Kyoto ha permesso di dare l’allarme, ma ha instaurato meccanismi eccessivamente complessi e un rapporto troppo astratto tra mezzi ed obiettivi. Le comunità territoriali, le più esposte all’insicurezza climatica, sono in prima linea nella lotta per la diminuzione dei gas a effetto serra. Non sono le soluzioni che mancano, ma l’alleanza tra convinzione, disoccultamento dei problemi e una vasta operazione di disintossicazione collettiva.

Sitografia


Note

1. Il termine "Fattore 4" trova la propria origine nel titolo di un rapporto redatto, per il Club di Roma, da E.U. von Weizsäcker, A.B. Lovins e L.H. Lovins negli anni Novanta, designando l'obiettivo di migliorare di quattro volte l'efficacia dei modi di produzione, cioè di produrre quattro volte di più utilizzando la stessa quantità di materie prime e di energia. In Francia, con gli impegni assunti dal capo di Stato e dal primo ministro nel 2003, l'espressione "Fattore 4" indica l'obiettivo di dividere per quattro le emissioni totali di gas a effetto serra della nazione entro il 2050, cioè di ridurle del 75% in meno di cinquant'anni.