Sarkis Nicolas

La fine del petrolio abbondante e a buon mercato [24/08/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

Contrariamente ai cosiddetti “shock” e “controshock” succedutisi dalla prima crisi di Suez del 1956 - l’embargo sul petrolio e i nazionalismi degli anni Settanta -, gli stravolgimenti che interessano l’industria petrolifera mondiale dall’invasione dell’Iraq, nel 2003, non comportano più soltanto cambiamenti dei prezzi e momentanei problemi di rifornimento. La questione – ben più radicale e complessa – che, ormai, interessa il mondo intero consiste nel sapere come e sino a quando si potrà ampliare l’offerta di petrolio, per soddisfare bisogni in rapida crescita.

 

In primo luogo, è importante sottolineare la rapidità e la facilità con cui il problema dei prezzi, che sono quasi triplicati negli ultimi quattro anni, è passato in secondo piano. Prezzi che, al momento, si mantengono attorno a $65 al barile e che, nel prossimo futuro, potrebbero passare a $80 al barile, o persino di più, non suscitano più molto clamore. Il vero problema, ormai, risiede nella corrispondenza tra domanda ed offerta o, in altri termini, nella possibilità, per quanto poco realista e poco credibile, di nuove scoperte e di un adeguato sviluppo delle capacità produttive.

Questa nuova sfida è la naturale conseguenza di due fenomeni: (a) una crescita più rapida del previsto dei bisogni energetici, soprattutto delle fonti primarie di energia – petrolio e gas naturale -, e (b) un rallentamento nel ritmo delle nuove scoperte, nelle aggiunte alle riserve comprovate e nell’aumento dell’offerta. Come ha giustamente affermato un geologo del petrolio: "Lo sfruttamento del petrolio assomiglia sempre più a una partita di caccia, in cui il cacciatore ha significativamente perfezionato l’efficacia del fucile, ma in cui la selvaggina diventa sempre più rara e sempre più piccola".

L’esplosione della domanda

Un primo fenomeno, che ha stravolto le prospettive petrolifere mondiali, consiste in un’accelerazione del tutto inattesa del ritmo di crescita dei bisogni di consumo. Dopo un aumento medio del 1,54% all’anno nel periodo 1992-2002, la domanda mondiale di petrolio è cresciuta del 1,93% nel 2003 e del 3,7% nel 2004, raggiungendo 82,1 mbg (milioni di barili al giorno) nel 2004, poi 83,2 mbg nel 2005 e 84,5 mbg nel 2006. Complessivamente, nell'arco di soli quattro anni, il fabbisogno mondiale di petrolio è aumentato di 6,8 mbg. È soprattutto in Cina che la crescita del fabbisogno energetico è stata più spettacolare, con un incremento dell’8,3% nel 2003, del 16,7% nel 2004, del 2,66% nel 2005 e del 6,7% nel 2006.

Quest'eccezionale crescita della domanda ha determinato una crescita altrettanto rapida della produzione. Al punto che le capacità produttive hanno raggiunto la saturazione in quasi tutti i paesi esportatori – cui si è aggiunta la saturazione delle capacità di trasporto e raffinamento, soprattutto negli Stati Uniti, alimentando naturalmente la spirale dell’aumento dei prezzi.

Per il futuro, più o meno prevedibile, le stime disponibili indicano che la domanda mondiale di petrolio potrebbe salire a 105 mbg nel 2020 e a 118 mbg nel 2030, con un aumento, quindi, di 33,5 mbg nei prossimi 23 anni.

Lo spettro del picco di produzione

Le cifre disponibili sulle prospettive della domanda e dell’offerta di petrolio provengono, per la maggior parte, dalle stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) e del Dipartimento americano dell’Energia (DOE). Sulla carta, queste stime prospettano il raggiungimento di equilibri apparentemente rassicuranti entro il 2020-2030. Ma la realtà è molto più complessa. Se è certo che il fabbisogno energetico continuerà ad aumentare, la crescita dell’offerta non è altrettanto evidente, essenzialmente per due motivi: da un lato, l’affidabilità delle cifre sulle cosiddette riserve comprovate e, dall’altro lato, il rallentamento delle scoperte e delle aggiunte alle riserve.

Con la riduzione della produzione e la crescita del fabbisogno energetico nazionale, molti paesi che, sino a ieri, erano ancora esportatori netti di petrolio sono diventati importatori netti (Indonesia, Egitto, senza dimenticare ovviamente gli Stati Uniti), o rischiano di diventarlo nell’arco di pochi anni (Gabon, Tunisia, Oman e Siria). In Messico, uno studio realizzato l’anno scorso dalla Pemex prospetta un declino della produzione petrolifera molto più rapido del previsto, soprattutto nel giacimento di Cantarell – il più grande del paese, con una produzione di 2 mbg, cioè il 60% circa dell’intera produzione messicana. In Indonesia, la produzione continua a ridursi ed è scesa a 890.000 bg (barili al giorno) nel luglio del 2006 – il livello più basso mai raggiunto dopo il 1971 e la metà del picco di 1,7 mbg del 1977. Nel frattempo, il suo fabbisogno energetico è salito, nel 2006, a 1,1 mbg.

Infine, l’AIE prevede che, nel Mare del Nord, la produzione continuerà a calare, passando da 6,6 mbg nel 2002, a 4,8 mbg nel 2010 e a non più di 2,2 mbg nel 2030.

Nel contesto energetico mondiale, caratterizzato dalla crescente richiesta di una risorsa naturale esauribile e sempre più rara, si profila già all’orizzonte lo spettro del picco della produzione mondiale di petrolio. Questo significa che, a partire da un momento più o meno vicino, l’insufficienza fisica dell’offerta provocherà un drammatico shock sui prezzi e ripercussioni senza precedenti sull’economia mondiale, sulle relazioni internazionali e sul nostro stile di vita. A meno che, nel frattempo, non vengano effettuati sforzi ed investimenti massicci per sviluppare altre forme di energia. Per i “pessimisti”, la data del peak oil si situerebbe attorno al 2015. Per gli “ottimisti”, essa potrebbe essere ritardata al 2025 o al 2030 - domani o, in ogni caso, dopodomani.

In conclusione, il vero problema non riguarda, ormai, la fine del petrolio, ma la fine del petrolio abbondante, facilmente accessibile e a buon mercato.

Sullo stesso argomento