Aubert Claude

L'alimentazione di domani [25/08/2007]

Traduzione di Silvia Dotti

Domani saremo nove miliardi, non ci sarà più petrolio, centinaia di milioni di ettari di terre coltivabili saranno stati sommersi dall’innalzamento del livello del mare o saranno utilizzati per produrre energia e bioplastiche, il clima sarà sottoposto a forti variazioni. Quindi, che cosa mangeremo domani?

 

Con meno terre coltivabili e più abitanti, il rimedio più logico sembrerebbe consistere nell’intensificazione della produzione, fino ad ottenere 100 quintali di grano per ettaro e 10.000 litri di latte all’anno da ogni mucca – con il vasto impiego, come corollario, di fertilizzanti, pesticidi, OGM, una sofisticata medicina veterinaria. E, se questo non bastasse, si potrebbero sempre fabbricare bistecche sintetiche a partire dalla coltivazione dei tessuti. In tal modo, si arriverebbe di certo a produrre abbastanza per sfamare la popolazione mondiale, senza stravolgere eccessivamente le nostre abitudini alimentari. Questo scenario è senza dubbio possibile, ma è davvero una buona soluzione, sostenibile nel tempo?

Dalla metà del XX secolo, in tutti i paesi industrializzati si è imposto lo stesso modello agricolo ed alimentare, caratterizzato da un’agricoltura che utilizza grandi quantità di concimi e pesticidi; una potente industria agroalimentare che propone sempre più spesso alimenti geneticamente modificati, pronti da consumare ed arricchiti di numerosi additivi chimici; un’offerta che non tiene più conto delle stagioni e dell’origine geografica dei prodotti. Le abitudini alimentari, poi, vengono completamente stravolte con:

  • l’inversione del rapporto vegetale/animale nell’ambito dei cibi proteici, risultante da un lato dalla forte diminuzione del consumo di cereali e legumi, dall’altro dall’aumento esponenziale del consumo di carne e latticini;
  • l’aumento considerevole del consumo di cibi grassi e zucchero;
  • la raffinazione di numerosi prodotti (cereali, olio, zucchero), che li priva di gran parte delle loro componenti più preziose: vitamine, minerali, fibre ecc.

E’ illusorio pensare che questi modelli di produzione e consumo potranno perpetuarsi e generalizzarsi. Questo, oggi, è già stato ammesso per i modi di produzione agricola: infatti, come aumentare l’apporto di fertilizzanti azotati di sintesi se il petrolio – ne serve più di una tonnellata per produrre una tonnellata d’azoto in forma di concime – sarà sempre più raro e sempre più costoso? Come continuare ad utilizzare pesticidi, in quantità crescente, visto che i loro effetti devastanti sulla biodiversità e la salute umana sono ogni giorno più evidenti? L’agricoltura, quindi, dovrà necessariamente diventare più ecologica e, oggi, sappiamo che se ne può aumentare il rendimento nel rispetto dell’ambiente e della salute del consumatore.

Per quanto riguarda le abitudini alimentari, la questione è diversa. L’eccezionale aumento del consumo di prodotti d’allevamento – carne e, in misura minore, latticini – comporta un aumento altrettanto consistente delle superfici destinate all’allevamento e alla produzione di foraggio. Secondo un recente studio della FAO (Livestock’s long shadow, FAO, 2006), il 30% delle terre emerse del pianeta sono riservate al pascolo e il 26% delle terre coltivate sono utilizzate per la produzione di foraggio. D’altra parte, l’allevamento è responsabile del 18% delle emissioni di gas a effetto serra, più dei trasporti e della deforestazione dell’Amazzonia. Se, da una quindicina d’anni, nei paesi più ricchi il consumo di carne e di altri prodotti d’allevamento sembra essersi stabilizzato, esso continua a crescere rapidamente nei paesi emergenti. In Cina, il consumo di carne è quadruplicato nel giro di 20 anni e continua a crescere ad un ritmo sostenuto.

Quindi, che fare? Intensificare la produzione agricola? Si, ma avvalendosi di tecniche ecologiche, come il compostaggio, le colture associate, l’introduzione di leguminose, una migliore gestione dell’acqua, ecc. Ma questo non basterà. Bisognerà anche ridurre il nostro consumo di prodotti animali. Il consumo di carne nei paesi occidentali – circa 100 Kg a persona ogni anno – è davvero un’aberrazione, ecologica e sanitaria. Un’aberrazione ecologica, sia perché la superficie necessaria per produrre una certa quantità di proteine in forma animale è da 3 a 15 volte superiore a quella necessaria per produrne la stessa quantità in forma vegetale, sia perché la produzione di 1 Kg di proteine in forma di carne di manzo comporta un’emissione di gas a effetto serra 30 volte superiore a quella derivante dalla produzione della stessa quantità di proteine in forma di soia. Un’aberrazione sanitaria, perché un elevato consumo di carne, soprattutto di carne rossa, contribuisce ad aumentare l’impatto di numerose malattie, tra cui il cancro, le malattie cardiovascolari e il diabete. Per non parlare dell’inquinamento causato dagli allevamenti intensivi, sempre più diffusi a livello planetario.

Quindi? Dovremo diventare vegetariani? No di certo, sebbene questa scelta sia perfettamente rispettabile e coerente. Tuttavia, bisognerà sicuramente – come riconoscono tutti i nutrizionisti – dare più spazio agli alimenti vegetali nella nostra alimentazione, non solo mangiando più frutta e verdura come consigliano, a giusto titolo, le campagne d’informazione, ma anche riscoprendo famiglie di alimenti che hanno svolto un ruolo fondamentale nell’alimentazione umana sin dalla nascita dell’agricoltura: cereali e legumi. Questo non significa tornare a consumare 600 g di pane come all’inizio del secolo, ma tornare a considerare i cereali la fonte primaria di energia e una fonte importante di proteine, fibre, minerali, vitamine, polifenolo e altre sostanze protettive. Infatti, la funzione protettiva dei cereali – purché completi – di fronte a certi tipi di cancro e ad alcune malattie cardiovascolari è stata ampiamente sottovalutata. Quanto ai legumi, essi sono ricchi di proteine complementari rispetto a quelle dei cereali, nonché di minerali, vitamine ed altre sostanze protettive.

Per motivi tanto ecologici quanto sanitari, sarà quindi necessario adottare abitudini alimentari in cui i prodotti di derivazione animale (carne, pesce, latticini, uova) non costituiscano più, come oggi, l’elemento centrale del pasto, ma il complemento di una base vegetale. Ad esempio, si potrebbero riscoprire, adattandoli, i modelli alimentari considerati dagli specialisti i migliori del mondo, come quelli delle isole di Creta e di Okinawa. E avremmo torto a pensare che la gastronomia ne sarebbe danneggiata. Coniugare con intelligenza, nelle giuste proporzioni, animale e vegetale è, in realtà, il segreto di cucine infinitamente varie ed innovative.

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Fonte dei grafici: C. Aubert, N. Le Berre, Faut-il être végétarien, pour la santé et la planète, Terre Vivante, 2007.

Bibliografia

  • Aubert, C., Le Berre, N., Faut-il être végétarien, pour la santé et la planète, Terre Vivante, 2007.
  • Aubert, C., Fléchet, G., Quelle agriculture pour quelle alimentation, Milan-Terre Sauvage, 2007.

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